Archivio ‘primo piano’

“CALABRIA. I RITORNI. I nostri viaggi verso sud”. Racconti.

Prefazioni di Angela Napoli e Mario Pirillo. Il nuovo libro di Orfeo Notaristefano è uscito il 20 dicembre 2013. (Edizioni Ponte Sisto)

Con nuovi occhi, un nuovo senso a questa storia. Questo non è un saggio, è un libro di racconti. La storia personale che si incrocia con quella di altre persone; di una regione, la Calabria; di un Paese, l’Italia; di un Continente, l’Europa.L’Amore, l’Amicizia, l’Antimafia. E c’è una quarta A maiuscola non svelata. Una vita di corsa, i nostri continui viaggi verso Sud, i miei e quelli dei miei amici, a volte insieme, il più delle volte da soli. La Salerno-Reggio Calabria. Le strade statali 18 e 106, i luoghi, i territori, le città, i paesi, le persone, le cose. Mentre la vita scorre, cerchiamo di rimanere ancorati al presente e di dargli un senso, visto che un senso il passato già lo ha avuto e al futuro non glielo possiamo dare, perché non lo conosciamo. Applichiamo la cultura dell’impegno al tempo presente, qui e ora. Il nostro partire è sempre per ritornare, pensando agli anelli mancanti, alle persone che  non ci sono più, alle cose fatte e a quelle da fare. Incantati davanti a un tramonto sul Tirreno cosentino, continuiamo ad essere ottimisti perché il sole sorgerà ancora. Pensiamo alla malinconia del Gattopardo per dare umanità alle persone che ci stanno a cuore. E in testa abbiamo una frase formidabile di John Donne: “Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché partecipo all’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona anche per te”. Realizzazione e stampaPonte Sisto - Romatel. 066868444 - fax 0668801707www.lg.roma.it - psedizioni@gmail.com

INDICE
- L’Amore, i luoghi, gli anni dell’impegno
- Si, viaggiare. I forzati dell’A3, Salerno-Reggio C.
- SS. 18 e SS. 106
- I treni, gli aerei e la sosta a Lamezia Terme
- Il nostro partire e’ sempre per ritornare
- Gli anelli mancanti
- Con nuovi occhi, un nuovo senso a questa storia

DEDICHE E PENSIERI

Hai delle isole negli occhi

“Io non mento non importa cosa dicono

nel silenzio guardo le anime che passano

e di queste anime tu sei la più speciale

perché sorridi anche inseguita dal dolore

e ti a-m-o anche se soffri e poi pretendi non si veda

quando vorresti che il sorriso tuo invertisse

la controregola che regola le masse

e tu mi a-m-i

dici che esistono solo persone buone

quelle cattive sono solamente sole…

…e forse è così

hai delle isole negli occhi e il dolore più profondo

riposa almeno un’ora solo se ti incontro

e ti a-m-o

e con le mani dico quello che non so

e tu mi a-m-i

trama sintetica di una giornata storica

hai delle isole negli occhi

e il dolore più profondo

riposa almeno un’ora solo se ti incontro”.

(Tiziano Ferro, L’Amore è una cosa semplice, novembre 2011)

“A che serve avere le mani pulite, se si tengono in tasca”. “L’obbedienza  non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”.(Don Lorenzo Milani - Firenze 1923-1967)

“No, non fa male credere, fa molto male credere male”(Giorgio Gaber - Milano 1939-2003)

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”(Lao Tzu, filosofo cinese, 500 A.C.)

“Chiamami sempre amore. Che questa maledetta notte dovrà pur finire,

perché la riempiremo noi da qui di musica e parole”. (Roberto Vecchioni, 2011)

Prefazione di Angela Napoli

Con il nuovo libro “Calabria – I ritorni” Orfeo Notaristefano fa emergere il grande Amore che lo mantiene vincolato alla nostra Calabria e che continua a mostrare attraverso l’impegno trasmesso con i suoi costanti viaggi e le sue numerose iniziative verso questa parte del Sud, carica di risorse umane e naturali, ma troppo mortificata dalla presenza della criminalità organizzata e da una vita amministrativa e gestionale pervasa da illegalità e corruzione.

E’ proprio l’Amore (non a caso lo scrivo anch’io con la “A” maiuscola!) per la sua Terra natia che lo ha portato a contrastare la ‘ndrangheta con un’ Antimafia non di facciata ma caratterizzata da chiare denunzie e dal coraggio di saper prendere le distanze da tutti coloro che dell’Antimafia se ne sono serviti solo per utilità carrieristiche.

Fin dal primo momento in cui ebbi il piacere di conoscere Orfeo Notaristefano compresi che è un uomo capace di superare qualsiasi difficoltà e di non arrendersi mai pur di aiutare la gente di Calabria a svincolarsi da questo cancro malavitoso che lo pervade.

E, dopo aver letto questi suoi racconti, ho compreso ancor di più perché mi sono sentita coinvolta ed ho condiviso molte delle sue iniziative tendenti a far mantenere saldi i valori della legalità e della giustizia, quali medicine utili a sconfiggere il male che purtroppo non aiuta la Calabria ad essere assimilata in positivo alle altre regioni d’Italia.

Attraverso i racconti di questo nuovo libro, tutti realmente vissuti, Orfeo riesce a fotografare il malaffare, la corruzione e le collusioni che fungono da humus vitale per la pervasività della ‘ndrangheta e che non aiutano lo sviluppo legale del nostro territorio.

L’Amore per la Calabria, per il Sud e per l’Italia intera porta lo scrittore Orfeo a rivolgere l’invito per scrollarci dall’ assuefazione a questo sistema canceroso facendo nostra “la cultura dell’impegno e della partecipazione”, al fine di costruire, tutti insieme, gli “anelli mancanti” utili a far rinascere l’Italia ideale per le future generazioni.

Cultura dell’impegno e della partecipazione che continuerà a farmi condividere anche le future iniziative di Orfeo!

Angela Napoli

Presidente Associazione “Risveglio Ideale”

Già Deputata e Vice-Presidente Commissione Parlamentare Antimafia

Prefazione di Mario Pirillo

Verso Sud, da associazione culturale a network, rappresenta da anni l’impegno a promuovere i valori di una società libera, aperta, democratica e partecipativa, ma, soprattutto attraverso le sue attività, ha contribuito a stimolare e risvegliare le coscienze per la difesa della legalità sempre e comunque.

Un’azione  portata avanti per anni, con impegno e dedizione, da Orfeo Notaristefano, giornalista capitolino nato in Calabria, al quale mi lega un profondo affetto e la condivisione e l’apprezzamento del percorso culturale che ha saputo costruire nel corso del tempo.

La sua nuova fatica “Calabria. I ritorni”, è un libro di racconti degli ultimi anni vissuti tra la Calabria e Roma dallo stesso scrittore. Un libro sull’Antimafia con l’A maiuscola, sull’Amicizia, sull’Amore. Un libro sulla vita, con riferimenti alle cose fatte e a quelle da fare, agli anni vissuti e a quelli che restano da vivere. E’ un libro sul senso stesso della vita, sui valori, sulle idee con continui riferimenti alla cultura dell’impegno, sull’esempio e sulla scuola di Don Lorenzo Milani. Non mancano le  sue considerazioni su come  sia cambiata la società calabrese e italiana in questi anni, avendo come bussola i Rapporti e le analisi del Censis.

I riferimenti  al mio paese natio, Amantea, mi fanno rivivere i momenti con Orfeo,  le nostre lunghe chiacchierate, i nostri incontri e le attività fatte insieme,  presentando  libri e organizzando  incontri. La Calabria, é stata da sempre meta di viaggiatori stranieri che l’hanno raccontata nei propri diari di viaggio, offrendo  una visione nuova della Regione, cogliendo sfumature che forse solo un forestiero avrebbe potuto notare. Nel passato, la Calabria rappresentava un luogo selvaggio ed incontaminato, dove ritrovare un contatto con la natura più autentica.  Edward Lear, viaggiatore e paesaggista inglese, per esempio, intraprese la sua avventura nel Sud, nelle nostre terre, già  nel  1847  e percorse molti chilometri a piedi. Rimanendo affascinato dalla maestosa bellezza dell’Aspromonte, e dalla  “architettura naturale” che la nostra terra sa offrire. La costante di Orfeo invece e’ sempre stata l’Antimafia, un codice etico da proporre e promuovere sempre come vademecum di iniziative. Un biglietto da visita per iniziare a dialogare.

“Gli anelli mancanti” (VI capitolo) parla dei valori che oggi mancano perché l’Italia diventi un Paese normale, per poi concludere con considerazioni sul senso della vita e della morte. Nel libro c’e’ tutto, e forse anche tutto Orfeo Notaristefano, che dedica anima e corpo alla promozione della qualità morale e civile della cultura meridionale.

Con fraterna amicizia

Mario Pirillo

Deputato al Parlamento Europeo


CENSIS: ITALIA SENZA FERVORE, SCIAPA E INFELICE. LA SPERANZA NELLA CONNETTIVITÀ.

Giuseppe De Rita: il Papa mi ha detto  ”la realtà è nelle periferie”

da www.fnomceo.it

Parla di “dimesso orgoglio” quest’anno Giuseppe De Rita, nel presentare il 47° Rapporto sullo stato sociale del Paese, appuntamento annuale del Censis nel Parlamentino del Cnel, a Roma. “Abbiamo il dimesso orgoglio di essere rimasti qui per 47 anni ad analizzare la continuità italiana, in una società che cerca la discontinuità”. De Rita ricorda: “Il primo Rapporto fu del ‘68, il secondo durante l’autunno caldo del ‘69. Parlavo allora di accettazione del conflitto e venivo apostrofato ‘autonomo bianco’, perché cattolico. Ma, ancora oggi, continuiamo a lavorare sulla continuità, mentre tutti siamo un po’ guardoni e discontinui, in una società che è sciapa e infelice”.

Il Librone verde del Censis si compone quest’anno di 566 pagine. E’ suddiviso in quattro parti con numerosi capitoli e paragrafi, secondo il metodo di indagine sociologica tipica della Fondazione, un Librone pieno di analisi e dati. De Rita, come sempre, scrive di suo pugno le considerazioni generali e poi le racconta all’appuntamento annuale al Cnel. “Negli ultimi tempi, tutto il dibattito nel Paese è ruotato attorno a tre concetti: baratro, stabilità e classi dirigenti. Tre carte, le giochiamo tutt’e tre e ci incartiamo da soli. In realtà, nessuno ha spiegato bene che cosa è il baratro. Dove sta il baratro? E’ un concetto ansiogeno e indistinto, rispetto al quale la reazione è il desiderio di sopravvivenza. Vogliamo sopravvivere -precisa De Rita- ma la sopravvivenza, nella situazione data, vuol dire voler vivere oltre il momento contingente e la crisi, cambiando noi stessi”.

L’ansia della sopravvivenza per andare oltre la crisi

Il richiamo è al Rapporto dello scorso anno, a quell’ansia di sopravvivenza che determinava una reazione positiva basata su tre elementi: restanza, differenza, riposizionamento. E De Rita insiste: “La sopravvivenza ci ha dato nuovi slanci nell’imprenditoria, specialmente femminile, a cui si è aggiunta quella degli immigrati mentre il fenomeno dei giovani che vanno all’estero va interpretato non soltanto in termini negativi, ma nel senso di nuove opportunità”. Ma è sul concetto di stabilità che De Rita si sofferma: “Si è pensato di spianare il mare, senza capire che il mare è movimento, lo squilibrio era ed è insito nel sistema, come il mare ha in sé maremoti e tempeste, che non si possono arginare pensando di coprire il mare. Invece abbiamo classi dirigenti che giocano un gioco proprio: enfatizzano alcuni fenomeni come la crisi, lo spread e così via al solo scopo di giustificare se stesse e la propria funzione. Questo meccanismo indebolisce non soltanto le stesse classi dirigenti, ma l’intero Paese, che reagisce in cerca della sopravvivenza, mentre la cosiddetta “società civile” (espressione che non mi è mai piaciuta) non esiste più, si è espressa in singoli episodi, ma non ha dato alcuna risposta complessiva”.

47° Rapporto e 50 anni di attività del Censis, ricordati, lo scorso 26 novembre, in una cerimonia al Quirinale, dove Giuseppe De Rita e il suo gruppo di lavoro sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ma De Rita svela, presentando il Rapporto, un colloquio privato nei giorni scorsi con Papa Francesco: “Il Papa dice che la realtà è nelle periferie e, in effetti, è quello che noi abbiamo cercato di fare in questi lunghi anni, per cercare di captare cosa cambiava nelle pieghe sconosciute della società italiana. Siamo stati a Prato per capire come si andava creando quel distretto industriale, decenni prima che arrivassero i cinesi. La verità di oggi è -precisa De Rita- che si è perso il fervore di operare. La società è sciapa perché manca il sale dell’alchimia, la capacità di determinare e accompagnare i processi di cambiamento. Rispetto agli anni del secondo dopoguerra, quelli della ricostruzione e del boom economico, oggi siamo più infelici perché non abbiamo più mobilità sociale, ognuno di noi vive in una collocazione sociale ferma”.

Senza speranza, quindi? No, un po’ di fervore esiste ancora in quella che una volta si poteva definire la cultura contadina, che oggi trova espressione nell’imprenditoria femminile per alcune produzioni agricole, si pensi ai vini; un po’ di fervore lo si trova nell’artigianato che sta facendo innovazione; lo si trova nel lavoro degli immigrati. De Rita: “E’ il momento di lanciare altre due sfide: la riforma del Welfare, inteso come welfare di comunità, welfare privato, contrattuale e associativo”, visto che il Welfare state si va esaurendo, anche per scarsità di risorse. La seconda sfida riguarda la digitalizzazione, un processo che va oltre l’Agenda digitale e che può fornire nuove opportunità di sviluppo. “Ma c’è un filo conduttore che deve unificare il tutto: è la connettività -spiega De Rita- che risponde all’esigenza di mettersi insieme e la sopravvivenza è l’insieme delle nostre azioni connettive. Non parlo più di coesione sociale, in questa fase, ma di connettività, nella consapevolezza che essa non va verso l’alto, ma è orizzontale, esprime lo sviluppo nella continuità. Come Censis, parlo di orgoglio dimesso perché non abbiamo manie di protagonismo e se io fossi giovane andrei nelle periferie”.

I giovani navigatori nel mondo globale

Per Giuseppe Roma, direttore del Censis, “il lento scivolamento verso il basso si fermerà. Abbiamo attraversato un anno difficile, ma importante e il freno per non precipitare nel baratro lo danno le famiglie e le imprese. Famiglie che, pur essendo composte in media da 2,4 persone, in realtà stanno in una rete di 9 componenti tra parenti, nonni e nipoti. Otto milioni di famiglie in Italia si scambiano aiuti, è un Welfare familiare che risponde alla crisi. Ci si organizza anche per gli acquisti, mentre il punto dolente sta nelle indecisioni della politica, come nella vicenda dell’IMU: la pressione fiscale toglie risorse alle famiglie, ma la confusione toglie le certezze, crea insicurezze”. Anche Roma indica nelle donne, negli immigrati e nei giovani le possibilità di ripartenza per il Paese: “Un milione di famiglie ha un proprio congiunto all’estero, nel 45 per cento dei casi stabilmente all’estero. Ma niente fuga dei cervelli, basta con questa espressione, i giovani sono navigatori in un mondo globale”.

Il Presidente del Cnel Antonio Marzano ha così ricordato i 50 anni di lavoro del Censis: “Capire la società non è tempo perso, in questi anni c’è stato un intreccio continuo tra avanzamenti e regressioni, instabilità e tensioni sociali, con classi politiche  non adeguate alla situazione. Il crollo non c’è stato soltanto perché milioni di italiani hanno perseguito l’obiettivo della sopravvivenza, ora si deve andare oltre la sopravvivenza. Abbiamo avuto la crisi economica più lunga perché si è determinata la sommatoria tra la crisi del mercato e la crisi dello Stato, non c’è stata compensazione”. Marzano ha confermato: “Il Cnel continua nel suo lavoro per capire i problemi della gente e rappresentarli alle Istituzioni, è il nostro compito”.

50 anni è mezzo secolo di vita del Paese e delle persone. Ne sono cambiate di cose e De Rita fa una battuta: “Quando 50 anni fa, per la prima volta ci venne in mente di sviluppare un lavoro del genere, un Rapporto annuale sulla società italiana, pareva un’idea bizzarra, ma qualcuno di noi, pensandoci bene, disse: se po’ fa”.

Orfeo Notaristefano

Allegati: Dal 47° Rapporto Censis 2013 riportiamo quelle che sono due criticità: la prima riguarda il sistema di welfare, la seconda il Mezzogiorno. Eccole.

Il capitolo «Il sistema di welfare».

L’empowerment degli operatori fa la buona sanità. Nella tensione alla razionalizzazione del servizio sanitario, una nuova attenzione sta maturando per l’analisi e la promozione di tutti i fattori che, all’interno dei servizi e delle organizzazioni sanitarie, possono impattare positivamente sul benessere e il clima organizzativo. Dalle diverse indagini che analizzano l’empowermet degli operatori sanitari, tra cui la recente sperimentazione Agenas-Censis, emergono alcuni elementi ricorrenti. Gli aspetti del clima organizzativo definiti più positivamente dagli operatori risultano quelli che attengono al rapporto con i pazienti (per il 98,5% di quanti si ritengono soddisfatti) e i loro familiari (93,9%), ma nelle relazioni con i colleghi e soprattutto con i superiori emergono le criticità legate alla mancata corrispondenza tra impegno, risultato e riconoscimento.

La spesa farmaceutica nella crisi del Ssn. La progressiva riduzione della spesa farmaceutica territoriale totale, pubblica e privata, ha fatto registrare in Italia nel 2012 un totale di 19.389 milioni di euro, con una riduzione rispetto al 2008 di -1,9% e di -5,6% rispetto all’anno precedente. A fronte della riduzione costante della spesa pubblica, diminuita in termini nominali in un solo anno dell’8%, la spesa privata fa registrare un andamento opposto di crescita costante (dal 2008 al 2012 +12,3%), in particolare la spesa per ticket sui farmaci (aumentata del 117,3% dal 2008 al 2012), che nell’ultimo anno ha raggiunto la quota di 1,4 miliardi di euro. Diminuisce pertanto la quota di spesa coperta dal Ssn, che è passata dal 65,9% del 2008 al 61% del 2012. Non stupisce quindi che a questi dati strutturali corrisponda la sensazione espressa dalla maggioranza dei cittadini che la spesa di tasca propria per l’acquisto dei farmaci, sia essa legata al pagamento dei ticket, che per il pagamento eventuale della differenza di prezzo per i farmaci con marchio, sia per quelli a pagamento intero, sia aumentata.

Finanziare e impiegare meglio le risorse, vera priorità del welfare. La spesa pubblica per la protezione sociale in Italia è pari a quasi il 30% del Prodotto interno lordo e in rapporto al Pil nel periodo di crisi è cresciuta di 3,2 punti percentuali. Il dato poco riflette la limatura progressiva della spesa pubblica per il welfare che sta impattando seriamente sui bilanci delle famiglie. Da un’indagine realizzata dal Censis si evidenzia infatti che il 27% degli intervistati dichiara che gli è capitato di dover pagare un ticket su una prestazione sanitaria superiore al costo che avrebbe sostenuto se avesse acquistato la prestazione nel privato pagando il costo per intero di tasca propria. Cresce quindi il ricorso al privato e all’intramoenia. Le prestazioni svolte più frequentemente in strutture private a pagamento intero riguardano: l’odontoiatria, con quasi il 90% dei cittadini che vi ha svolto estrazioni dentarie semplici, con anestesia; la ginecologia (57%); la riabilitazione motoria in motuleso semplice (36%); le visite ortopediche (34,4%). Il 38% degli italiani ha aumentato negli ultimi anni il ricorso al privato per la riabilitazione motoria, oltre il 35% per la colonscopia, il 34% per le visite ortopediche; per l’intramoenia invece il 23,3% degli intervistati ha aumentato il ricorso per la riabilitazione motoria, oltre il 17% per l’ecografia all’addome completo, il 16,7% per le visite ortopediche. gli italiani giudicano negativamente le manovre di finanza pubblica sulla sanità, non solo perché hanno tagliato i servizi e ridotto la qualità (61%), o perché hanno accentuato le differenze di copertura tra regioni, ceti sociali (73%), ma perché hanno puntato troppo sui tagli e poco sulla ricerca di nuove fonti di finanziamento, dai fondi sanitari alle polizze malattie (67%).

Centralità delle reti di relazioni e rischi di erosione. L’incremento delle persone che vivono sole rischia di scardinare l’organizzazione del sistema di welfare italiano, che tende a internalizzare nelle famiglie, sia pure allargate, le risposte ad una molteplicità di bisogni sociali. Le persone che vivono sole sono oltre 7,5 milioni, pari al 14,5% della popolazione da 15 anni in poi; di queste, quasi 2 milioni hanno tra 15 e 45 anni, pari all’8,2% di questa classe di età (in aumento rispetto al 2002 del 31%), poco più di 2 milioni hanno tra 45 e 64 anni, pari al 12,2% (+71%) e oltre 3,6 milioni sono anziani, pari al 29,5% (+24,8%). Rispetto al 2002 si registra un aumento del 36,6%, pari a quasi 2 milioni di persone in più. Piace vivere da soli a oltre l’83% degli intervistati con età fino a 34 anni, al 69% degli adulti fino a 54 anni, a meno di un quarto tra i 55-64enni e a meno del 16% tra i longevi. Vivere da soli è una condizione che proietta verso l’esterno una domanda di relazionalità e di tutela, e che richiede l’integrazione di una efficace rete di relazioni. Così, le istituzioni non profit nel nostro Paese al 2011 sono 301.191, con un incremento di quasi 66.000 unità, pari a +28% rispetto al 2001; nel complesso vi operano 5,7 milioni di persone, di cui 4.759.000 volontari, quasi 681.000 dipendenti, 270.769 lavoratori esterni (collaboratori a progetto, con contratto occasionale, con contratto occasionale di tipo accessorio) e 5.544 lavoratori temporanei. Rispetto al 2001 si registrano dinamiche di crescita significative: i volontari sono aumentati del 43,5%, i dipendenti del 39,4%, i lavoratori esterni del 169,4% e i temporanei del 48%.

Previdenza complementare e sanità integrativa, queste semisconosciute. Esiste un buco nero informativo e di conoscenza molto ampio per i filoni di welfare che dovrebbero potenzialmente affiancare il pilastro pubblico, dalla sanità integrativa (che oggi conta oltre 11 milioni di assistiti) alla previdenza complementare (con oltre 6 milioni di iscritti). Da un’indagine del Censis emerge che il 33,6% degli intervistati non ha mai sentito parlare di fondi sanitari integrativi e polizze malattia, e un ulteriore 34,9%, pur avendone sentito parlare, non sa esattamente cosa siano. Più del 53% dichiara di non conoscere le differenze tra un fondo sanitario integrativo e una polizza malattia, e oltre il 57% non è a conoscenza del fatto che i fondi sanitari integrativi garantiscono un vantaggio fiscale rispetto alle polizze malattia. Anche per la previdenza complementare, da un’indagine Censis-Covip su un ampio campione nazionale di lavoratori emerge una ridotta conoscenza di aspetti essenziali: il 35% degli intervistati dichiara di non conoscere il rapporto tra i benefici fiscali della previdenza complementare e quelli relativi ad altre forme di investimento; il 33% non è informato sui parametri per la rivalutazione dei contributi versati; oltre il 16% non sa della possibilità o meno di disporre in tutto o in parte del capitale prima del pensionamento. All’esercito degli estranei alla previdenza complementare va aggiunto quello dei lavoratori che hanno conoscenza errata; in totale sono 16 milioni i lavoratori italiani che di fatto non conoscono o conoscono male la previdenza complementare.

Meridione: problema irrisolto.

L’incidenza del Pil del Mezzogiorno su quello nazionale è passata dal 24,3% al 23,4% nel periodo 2007-2012, frutto di una contrazione di 41 miliardi di euro, il 36% dei 113 miliardi persi dall’Italia a causa della crisi economica. Nel 2013 si contano 39.500 imprese in meno rispetto al 2009, tra cui 9.900 scomparse nel manifatturiero. Il tasso di occupazione è al 42,1% nel secondo trimestre del 2013, a fronte del 55,7% nazionale, e il tasso di disoccupazione sfiora il 20% (8 punti in più rispetto alla media del Paese). La ricchezza pro-capite è pari al 57% di quella del Centro-Nord e le famiglie materialmente povere (cioè con difficoltà oggettive ad affrontare spese essenziali o impossibilitate ad affrontare tali spese per mancanza di denaro) è pari al 26% di quelle residenti nel Mezzogiorno, a fronte di una media nazionale del 15,7%. L’Italia appare tra i sistemi dell’eurozona quello in cui più rilevanti sono le disuguaglianze territoriali. In termini di Pil pro-capite il Centro-Nord, con 31.124 euro per abitante, è vicino ai valori dei Paesi più ricchi come la Germania, dove il Pil pro-capite è di 31.703 euro. Viceversa, i livelli del Mezzogiorno sono più vicini o inferiori a quelli della Grecia (il Sud ha meno di 18.000 euro per abitanti e la Grecia registra 18.500 euro di Pil pro-capite).


HA RAGIONE GRATTERI! LA RISPOSTA DI MONTELEONE ALL’ARCIVESCOVO DI REGGIO C. MOROSINI

Consigliamo la lettura del libro “Acqua santissima” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso


“Abbiamo letto con stupore sempre crescente il contenuto della lettera aperta che l’Arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini ha voluto indirizzare al Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri.
Il nostro stupore si giustifica per una serie di ragioni che cercheremo di esplicitare qui di seguito.
Intanto, colpiscono i toni accesi, forti, spigolosi - diremmo violenti - di tutto lo Scritto e ciò sotto due diversi profili.
Il primo relativo alle dichiarazioni, alle asserzioni ivi contenute. Vi si trovano, infatti, ragionamenti che poggiano su premesse indubitabilmente errate, sbagliate, ma che - pur tuttavia - vengono riportate ed espresse (diremmo: urlate) con la sicurezza mediante la quale si è soliti esprimere un dogma. Ad esempio, l’Arcivescovo - sin dalle prime righe - riferisce che Nicola Gratteri avrebbe indicato la Chiesa come “unica responsabile” (e vale sottolineare l’attributo “unica”!), che Nicola Gratteri non avrebbe esplicitato il “benché minimo accenno all’azione positiva di lotta da parte di vescovi, sacerdoti e dell’intera comunità cristiana”, che Nicola Gratteri “non offre riferimenti a inchieste giudiziarie” dove vi sia il coinvolgimento di uomini della Chiesa.
Il secondo profilo cui facevamo cenno - per giustificare la nostra osservazione secondo cui i toni usati appaiono forti e decisamente fuori misura - è relativo alle considerazioni che Monsignor Fiorini Morosini fa scaturire dalle medesime premesse. Vi si trovano, invero - nello stesso Scritto di Monsignor Fiorini Morosini - delle improbabili incursioni nella sfera delle motivazioni che avrebbero portato Nicola Gratteri ad esternare queste riflessioni. Improbabili anche perché naturalmente - e trattandosi, evidentemente, di processi interiori - appare abbastanza velleitaria la pretesa di individuarne ed isolarne con tanta sicumera, con tanta presunzione, le motivazioni tout court.
Ebbene - nonostante queste evidenze “strutturali” della mente umana - l’Arcivescovo Giuseppe Fiorini Morosini si spinge molto avanti. E così, afferma perentoriamente che Nicola Gratteri - “gettando discredito sulla Chiesa” - mirerebbe a “strappare qualche applauso”, che Nicola Gratteri avrebbe “interpretato secondo i suoi comodi” un passaggio di un’Omelia, che Nicola Gratteri “preferisce gettare fango su tutti i sacerdoti” (e vale sottolineare il verbo “preferisce” ed il pronome “tutti”!), che Nicola Gratteri avrebbe realizzato un “tiro al bersaglio” verso lo stesso Arcivescovo, non dimenticando, infine, di accusare lo stesso Magistrato di mistificare la realtà e, vieppiù, questa accusa viene portata con la tecnica delle affermazioni indirette ovvero quelle affermazioni che lasciano intendere il contrario ed, infatti, vi si legge la esplicita esortazione a “riportare contestualmente tutte le espressioni di elogio …” come se, insomma, ci fosse stato un abile e strumentale occultamento di parte della realtà.
Orbene, la prima osservazione vera e propria che ci sentiamo di esplicitare è la seguente: ma l’Arcivescovo di Reggio Calabria ha letto il Libro “Acqua santissima” del Giudice Nicola Gratteri e del Prof. Antonio Nicaso? Lo ha letto o si è limitato a leggere - qua e la! - qualche resoconto giornalistico o semigiornalistico relativo ad una dichiarazione di Nicola Gratteri?
Senza tema di essere smentiti ci sentiamo di dire che Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro di Nicola Gratteri e di Antonio Nicaso.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe appurato che Nicola Gratteri (così come il Prof. Antonio Nicaso) non ritiene - e come potrebbe! - la Chiesa “unica” responsabile della forza della ‘ndrangheta.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti vi avrebbe trovato numerosi riferimenti a sacerdoti, prelati ed associazioni laiche che si sono battuti e si battono contro la criminalità organizzata. La lista di nomi citati positivamente da Nicola Gratteri è lunga, variegata e completa (c’è anche Sua Eccellenza Fiorini Morosini!) ed, in questa sede, sembra opportuno citare anche qualcun altro di questi Prelati: Don Giuseppe Campisano (citato a pagina 53), Don Emanuele Maggioni (pagina 55), Monsignor Luigi Rienzo (pagina 57), il Vescovo Domenico Tarcisio Cortese (pagina 59), Don Pino Demasi (pagina 74), Don Edoardo Scordio (pagina 75), Don Giorgio Fallara (pagina 125), Padre Gaetano Catanoso (pagina 127), Don Natale Bianchi (pagina 135), eccetera, eccetera, eccetera!
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe rilevato che ci sono due Capitoli intitolati “I preti del coraggio” ed “I preti della denuncia”.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe compreso che l’analisi di Nicola Gratteri e di Antonio Nicaso è relativa a due secoli e non solo al periodo contemporaneo.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti non avrebbe detto che Nicola Gratteri “non offre riferimenti a inchieste giudiziarie” e ciò poiché, chi lo ha letto, sa benissimo che nel Libro si trovano precisi, puntuali e chiarissimi riferimenti a tante inchieste giudiziarie ed ai relativi coinvolgimenti di molti sacerdoti. Anche qui la lista è lunghissima e ci sembra opportuno citare solo qualche nome -come quello di Don Giuseppe Giovinazzo (citato a pagina 5), Don Nicola Politi (pagina 99), Don Antonio Esposito “il prete con la pistola” (pagina 105), Don Giovanni Stilo (pagina 109), Don Carmelo Memè Ascone (pagina 113), Don Antonio Scordo (pagina 117), Suor Mimma Rizzo (pagina 117), Don Salvatore Santaguida (pagina 120) - per poi rimandare direttamente alla lettura del Libro.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe visto quanti prelati si trovano citati nella pagina dedicati ai ringraziamenti.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe letto che è proprio un Suo “Collega” - Monsignor Giuseppe Agostino, Arcivescovo di Crotone - che, in una famosa Lettera inviata ai parroci afferma testualmente: “non possiamo nasconderci che … ancora nel presente, dentro i comitati di festa e tra i portantini … vi siano persone … appartenenti a organizzazioni mafiose”. Insomma, sono le situazioni che conferiscono alla ‘ndrangheta quel prestigio, quell’alone di potenza, quell’adesione di cui si nutre e di cui si avvantaggia nella sua sinistra “attività”. Ecco, ad esempio, uno dei possibili significati dell’espressione “‘ndrangheta e Chiesa camminano per mano”.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe visto - sin dalla nutrita Bibliografia - quanti studiosi, giornalisti, criminologi, scrittori (oltre a Nicola Gratteri) si sono occupati dei rapporti tra malavita e Chiesa e quanti di essi hanno posto l’accento sulle storiche “connivenze” tout court della Chiesa.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe letto i riferimenti al grandissimo e prezioso contributo che si auspica possa portare Papa Francesco.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe letto di alcuni passaggi che riportano termini elogiativi nei Suoi confronti.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe trovato la fonte cui Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso hanno attinto la citazione che Lo riguarda e che tanto ha infastidito l’Arcivescovo di Reggio Calabria.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro perché altrimenti avrebbe rilevato tanti altri elementi che contraddicono - in maniera pesante - le Sue dichiarazioni, i Suoi assunti.
Monsignor Fiorini Morosini non ha letto il Libro. Punto!
E non che ne fosse tenuto. Solo che prima di “pontificare” (”arcivescovizzare” non sembrava il termine più indicato) ci si sarebbe aspettati un quid in più, sembrerebbe infatti buona norma informarsi, verificare, conoscere, valutare. Anche perché una intervista (ci riferiamo a quella di Gratteri dall’Arcivescovo presa a spunto della polemica) è solo un momento esplicativo che (quello si!) può essere facilmente decontestualizzato e, quindi, equivocato.
Niente, l’Arcivescovo ha aperto il “fuoco” così, alla cieca, senza sapere. E lo ha fatto contro Nicola Gratteri, un Magistrato universalmente riconosciuto come uno dei pochi e sicuri baluardi, contro il malaffare, presenti in Calabria!
Ecco da questa osservazione nasce la domanda più pressante, più stringente, più significativa. Era proprio il caso di scagliarsi contro Nicola Gratteri. Si, era proprio il caso di scagliarsi contro di Lui che è visto come “fumo negli occhi” da qualsiasi affiliato alla ‘ndrangheta, da qualsiasi “cretino di mafia” (così come li chiama Lui certi personaggi marginali all’organizzazione mafiosa)? Lui che è visto come un pericolo vero, serio, reale, da tutte le organizzazioni criminali sparse per il Globo?
A noi è sembrata una difesa quasi d’ufficio. Una difesa corporativa di una entità che ultimamente è interessata - come detto - da una profonda revisione ad opera di Papa Francesco. Una profonda revisione che - logicamente ed anche senza una eventuale conoscenza diretta - lascia intendere l’esistenza di una parte da abolire, annullare, tagliare, escludere. Una parte che - proprio perché da abolire, da annullare, da tagliare, da escludere - non è, evidentemente, connotata dalle caratteristiche cristiane che si ritrovano nei Vangeli. Ed è proprio una parte di quella parte da riformare che è oggetto dell’indagine editoriale di Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso! Ecco tutto!
Peraltro, riteniamo anche che, forse - se proprio si doveva pubblicare una siffatta memoria - era il caso di confrontarsi a quattr’occhi con Nicola Gratteri, era il caso di valutare insieme a Lui, era il caso magari di “scazzarsi”, di urlare in privato con Lui e, caso mai, di ottenere una eventuale precisazione in ordine a qualche dichiarazione che era sembrata non chiarissima.
Precisazione che a noi però non sembra necessaria. A noi pare, infatti, che Nicola Gratteri sia stato sempre molto chiaro (basta conoscere la Sua storia di Magistrato e leggere i Suoi Libri per rendersene conto) ma non pare dubbio che un confronto privato sarebbe stato estremamente salutare e positivo.
In questo modo, con queste modalità si è invece accesa la miccia di una polemica che farà piacere soprattutto alla ‘ndrangheta e ciò per almeno due motivi. Il primo è che Gratteri è un fierissimo nemico della malavita e qualsiasi attacco può servire a quella nefasta “causa”. Il secondo è che - nella logica ‘ndranghetistica - è meglio che l’Arcivescovo ed il Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria stiano divisi e separati nella Loro lotta alla criminalità organizzata.
Dal nostro punto di vista, per altro verso, registriamo anche un altro aspetto alquanto imbarazzante, ma di carattere più generale.
Vogliamo dire che, tranne rarissime eccezioni, non ci è sembrato che le Istituzioni, l’Intellighenzia, il Popolo, i “soloni” dell’antimafia abbiano tanta voglia di prendere posizione in ordine a questa Vicenda. Tutti abbastanza estranei, qualche dotta precisazione sul “perdono” (ma che c’entra?) e poco altro.
Ecco, questa ci sembra un’altra carenza endemica della nostra amata Calabria. Nessuno prende posizione, tutti a nascondersi e, magari, a dar ragione nascostamente all’uno od all’altro dei protagonisti. Questa è la triste ed amara realtà.
E questo succede solamente quando a “confrontarsi” sono due Personaggi lontani dalla politica. Si, perché in quel caso - se a contendere fossero due antagonisti politici - il fiato alle trombe sarebbe assicurato dagli interventi della parte avversaria. Fiato alle trombe finalizzato alla conservazione e/o all’acquisizione dei voti, alla formazione del convincimento dell’elettorato.
Quando, invece, si discute di questione spinose - ma magari di grandissima importanza per il futuro della Regione - dove è meglio “tenersi al largo”, dove è meglio (!) “tenersi lontano”, immancabilmente ci si “tiene al largo”, ci si “tiene lontano”.
Insomma, appare innegabile che esiste la tendenza al calcolo utilitaristico circa la convenienza o meno di un eventuale intervento. E nella stragrande maggioranza dei casi si sceglie si stare zitti per mera convenienza. Ci si dimentica o, meglio, non si è affatto interessati al Principio, all’Idea, all’Ideale che sottende alla eventuale contrapposizione. Meglio rimanere neutrali! Questa è la “consegna” imperante in Calabra!
Salvo - come detto - nella contrapposizione politica. Lì si deve fare presa sull’elettorato. Si mira ai voti. Ed allora si interviene spesso e si interviene a sproposito ed anche in polemiche di nessuna utilità per il territorio e per la gente!
Se ci fosse stata la politica a far da sfondo, insomma, allora avremmo visto pletore di difensori d’ufficio di questa o di quella posizione.
Come dire? Forse in Calabria la polemica esiste solo “su letto di politica” e solo su quello, un po’ come “storione su letto di patate” se ci è consentita una piccola similitudine di ordine gastronomico.
Queste sono le motivazioni per le quali riteniamo, come detto, di dover prendere posizione in questa Vicenda e riteniamo di prendere ferma posizione a favore di Nicola Gratteri. Troviamo, infatti, abbastanza gratuito l’intervento di Monsignor Giuseppe Fiorini Morosini.
Ci pare opportuno - a questo punto - ricordare che ROMA ART MEETING è una realtà, una bella realtà romana, formata da tanti calabresi che occupano i “posti di comando” di questa Organizzazione che ha alle basi una Cultura profondamente Cristiana a partire dal sottoscritto Presidente che è stato organico all’Aziona Cattolica, catechista, educatore ACR, obiettore di coscienza presso il Don Orione, i cui figli frequentano scuole cattoliche della capitale. Diciamo questo per segnalare la nostra “matrice cattolica” e per evidenziare che non proveniamo da mondi ostili al clero. Tutt’altro. Ed è proprio da questa posizione di appartenenza alla Chiesa tout court e da questo osservatorio privilegiato che partiamo per affermare la nostra posizione a favore di Nicola Gratteri.
A noi pare che Nicola Gratteri abbia raccontato delle situazione, delle circostanze, dei fatti che sono ampiamente noti a tutti, che tutti conoscono, che sono accaduti ed accadono sotto gli occhi di tutti, che tutti - almeno una volta nella vita - hanno raccontato o sentito raccontare.
Il problema è che queste cose a noi Calabresi - soprattutto a quelli che occupano posizioni di preminenza pubblica - piace raccontarcele in segreto, al chiuso di qualche stanza, lontano da occhi ed orecchie indiscrete. Quando vengono dette apertamente, chiaramente, inequivocabilmente, restiamo turbati, ci scandalizziamo, in maniera pubblica - se ci riguardano direttamente - oppure, più facilmente e più comunemente, dissertiamo al chiuso di una stanza, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, se riguardano personaggi e situazioni che non toccano direttamente i nostri piccoli interessi di “bottega”.
Ecco questo mi sembra una situazione, un passaggio da indagare maggiormente a livello sociologico ma anche a livello psicologico individuale.
Perché scandalizzarsi, puramente e semplicemente, senza effetti concreti, è anche passato di moda. Basta!
Occorre avere il coraggio di dire “pane al pane, vino al vino” o di “dare a Cesare ciò che è di Cesare” o - se preferisce l’Arcivescovo - è ora di riconoscere tutti questi “sepolcri imbiancati” ed emarginarli nettamente dai posti di comando della Chiesa. Emarginarli prima che siano causa di ulteriori danni. Questa è la verità!
Questa è la banalissima verità!
Questa è la verità “rivelata” da Nicola Gratteri. Scandalizzarsi e gridare alla lesa maestà è - secondo noi - un mero esercizio di stile, un controproducente esercizio accademico che nulla apporta alla vera lotta, alla lotta alla ‘ndrangheta. Tutt’altro!
Dal punto di vista più squisitamente giuridico (chiediamo scusa in anticipo per questa divagazione professionale) non si può non rilevare anche come tantissimi comportamenti che - secondo il comune sentire - hanno connotazione negativa, sono invece irrilevanti dal punto di vista penale.
Ci riferiamo all’atto di offrire il caffè la bar al boss della città, all’ammissione ai sacramenti di spietati assassini che spesso sono padrini nei battesimi, all’invito a cena del capobastone, alla recita di omelie a favore di soggetti notoriamente affiliati alle cosche.
Ebbene, questi atti, questi comportamenti, non sono rilevanti dal punto di vista del diritto penale ma - ciò nonostante - non v’è chi non veda come costituiscano linfa vitale o, meglio, humus venefico su cui prospera la “mala pianta” che attanaglia il meridione. Non c’è dubbio, insomma, che - sotto questo profilo - la Chiesa ha concorso a dare prestigio e posizioni di preminenza agli affiliati alla ‘ndrangheta.
Alla luce di queste ultime considerazioni, vieppiù, non si capisce come mai Monsignor Fiorini Morosini si lagni del fatto che Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso pongano l’attenzione su questi comportamenti, su questi atteggiamenti. E c’è di più, perché secondo noi porre l’accento su queste evidenze è anche molto didattico, molto propositivo e ciò poiché queste stesse osservazioni, questi racconti, appaiono finalizzati ad individuare un problema, ad indicare una situazione, a porre la questione.
Ed è abbastanza noto che individuare un problema, indicare una situazione, porre la questione, costituiscono quella fase prodromica necessaria al raggiungimento della soluzione.
Ecco perché siamo con Nicola Gratteri, ecco perché ci meravigliamo dell’uscita dell’Arcivescovo di Reggio Calabria e ciò anche perché essa - come detto - potrebbe essere strumentalizzata ed usata artamente a favore della ‘ndrangheta.
Questa è la nostra posizione. Siamo con Nicola Gratteri. Anche questa volta!”
Avv. Domenico Monteleone
(Presidente Roma Art Meeting) - con Teresa Librialtre 50 persone.

La risposta di Domenico Monteleone all’Arcivescovo Morosini è puntuale, ragionata, documentata, stringente, inconfutabile. Non è di parte, è oggettivamente precisa. Ma, anche fosse stata di parte, l’avrei condivisa lo stesso. Perché sto dalla parte di Nicola Gratteri, perché nella lotta alla ‘ndrangheta e alle altre mafie, indica la linea retta, senza oscillazioni e deviazioni. Complimenti all’avv. Domenico Monteleone. (o.n.)


IV NOVEMBRE, GIORNATA DELL’UNITA’ NAZIONALE E FESTA DELLE FORZE ARMATE

A Marino (Roma), lunedì 4 novembre ore 9, Sala Consiglio Comunale, con Nicola Gratteri e Angela Napoli

Il Comune di Marino (Roma) e l’Associazione ArtisticaMente Fenice di Antonio Ortolani stanno facendo un ottimo lavoro in vista del IV Novembre, ore 9, per la “GIORNATA DELL’UNITA’ NAZIONALE E FESTA DELLE FORZE ARMATE”. Grazie di cuore da parte di tutti noi. Di seguito i comunicati stampa del Comune di Marino.

Titolo

IV NOVEMBRE: «GIORNATA DELL’UNITA’ NAZIONALE E FESTA DELLE FORZE ARMATE» Nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre, la speranza di un futuro di concordia, equità e giustizia sociale - Aula Consiliare Palazzo Colonna - ore 9 Monumento ai Caduti ore 11.30

Descrizione

Sarà partecipata dagli alunni delle scuole primarie e secondarie (primo e secondo grado) del territorio la cerimonia promossa dall’Amministrazione comunale in occasione della «Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate».

Organizzata nell’Aula Consiliare di Palazzo Colonna, prenderà il via alle ore 9 con la commemorazione ufficiale da parte del vice sindaco Fabrizio De Santis. Nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre. Nella speranza di un futuro di concordia, equità e giustizia sociale.

All’interno della manifestazione il convegno «La legalità fondamento dell’Italia Unita» promosso dall’Associazione Artisticamente Fenice presieduta da Antonio Ortolani.

Vi prenderanno parte, in qualità di relatori, Nicola Gratteri (Procuratore aggiunto di Reggio Calabria), Angela Napoli (presidente di Risveglio Ideale), Domenico Monteleone (direttore di Roma Art Meeting), Orfeo Notaristefano (giornalista e scrittore presidente associazione Verso Sud).

Alle ore 11, appuntamento al cortile di Palazzo Colonna da dove il Corteo Cittadino, preceduto dal Concerto Filarmonico «Enrico Ugolini» diretto dal M° Roberto Carmine Scura, partirà per arrivare (ore 11.30) in piazzale degli Eroi. Qui il vice sindaco Fabrizio De Santis deporrà una corona d’alloro al Monumento ai Caduti.

In chiusura la preghiera in suffragio dei Caduti da parte di monsignorPietro Massari, abate parroco della Basilica di San Barnaba Apostolo.

4 Novembre 1918. Una data storica per l’Italia. Novantacinque anni orsono si completava, con la fine della Prima Guerra Mondiale, il ciclo delle campagne nazionali per l’Unità d’Italia. Un cammino lungo, dalla Prima Guerra d’Indipendenza in avanti.

Un percorso difficile, intrapreso da uno dei Regni preunitari e portato a termine con il concorso convinto della popolazione di tutte le regioni d’Italia, mosse dal desiderio di mettere sotto un’unica Bandiera le sorti della penisola.

La cittadinanza è invitata a partecipare.

Marino, 31 ottobre 2013

L’Ufficio Stampa (Anna Paola Polli)

Titolo
Il magistrato Nicola Gratteri a Palazzo Colonna per la festa del IV novembre nel convegno «La legalità fondamento dell’Italia Unita» promosso dall’Amministrazione in collaborazione con l’associazione «Artisticamente Fenice»

Descrizione

MARINO - Nicola Gratteri è uno dei magistrati più conosciuti della Direzione Distrettuale Antimafia. Lunedì 4 novembre prossimo sarà a Palazzo Colonna, ospite dell’associazione Artisticamente Fenice (Antonio Ortolani presidente) al convegno «La legalità fondamento dell’Italia Unita».

Promosso dall’Amministrazione in occasione delle celebrazioni per la «Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate», l’incontro è in programma nell’Aula Consiliare (ore 9). Sarà partecipato dagli alunni delle scuole secondarie, di primo e secondo grado, del territorio.

Gratteri, impegnato in prima linea contro la ‘Ndrangheta, la criminalità organizzata calabrese capace di espandersi in tutto il mondo riciclando soldi sporchi in attività lecite e investendo nei settori più disparati, è procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. E’, inoltre, componente, come da incarico conferito dal presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta nel giugno scorso, della task force per l’elaborazione di proposte in tema di lotta alla criminalità organizzata.

Nel suo impegno contro l’illegalità, diverse le sue presenze in programmi televisivi e radiofonici nei quali ha presentato i suoi libri-documento. Tra questi Fratelli di sangue, La Malapianta e la Giustizia è una cosa seria.

Nel 2011 è stato insignito del premio Giuseppe Valarioti (il professore di lettere ucciso in un agguato mafioso nel 1980), del premio Renato Benedetto Fabrizi (2012) e del premio dedicato al giovane pacifista Angelo Frammartino (2012).

Insieme a Gratteri, al convegno sarà presente Angela Napoli, fondatrice e presidente di Risveglio Ideale, associazione politica, culturale e sociale che vuole ciascun individuo capace di realizzarsi secondo le proprie inclinazioni, riconoscendo il lavoro quale valore fondamentale di emancipazione, partecipazione, coesione e raggiungimento degli obiettivi. Sulla base della diffusione di cultura, legalità, giustizia e solidarietà sociale.

A lei è stato assegnato a Palermo, nel luglio scorso, il Premio Agenda Rossa in occasione della manifestazione per il XXI° anniversario della Strage di via D’Amelio dove furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e cinque dei suoi agenti di scorta.

Presente anche l’avvocato Domenico Monteleone, direttore di Roma Art Meeting, la manifestazione culturale che crea momenti di confronto su tematiche di grande attualità, basata sull’ etica, creatività, legalità e passione che unisce tutte le arti. Dalla cultura allo sport, compresa la libertà e il pluralismo dell’informazione.

Tra i relatori del convegno anche il giornalista e scrittore antimafia Orfeo Notaristefano, presidente dell’associazioneVerso Sud e sostenitore del concetto che, per essere testimoni di una nuova Italia, possibile, sia necessario l’impegno di molti. Molti i testi guida nei meandri della crimiminalità organizzata scritti dal giornalista, con dovizia di particolari. Tra questi«Cocaina connection», «‘Ndrangheta Made in Germany. Come e perché la mafia calabrese è diventata la più forte del mondo», «Mani sulla sanità da Nord a Sud, i predoni della salute», «L’Aquila. Per tornare a volare».

«Abbiamo scelto questo tema per la nostra iniziativa in concomitanza con la giornata delle Forze armate - dice Antonio Ortolani di Artisticamente Fenice - per affermare, ancora una volta, che la legalità non è un optional in alcun aspetto della vita politica, sociale ed economica del nostro Paese. E proprio perché nell’effige della manifestazione compare l’espressione Italia unita, sosteniamo che per raggiungere un’unità vera è necessario partire dalla legalità, requisito indispensabile per evitare di pronunciare parole inutili e vuote».

«In un giorno importante come quello dedicato all’Unità Nazionale e al valore delle Forze Armate - afferma il vice sindaco Fabrizio De Santis ringraziando Artisticamente Fenice e i relatori per la preziosa occasione di approfondimento e riflessione offerta - è fondamentale che i nostri giovani siano resi sempre maggiormente consapevoli del concetto e del significato della legalità, da contrapporre all’inquietante realtà della criminalità organizzata, delle infiltrazioni mafiose in sempre più settori del tessuto economico, dell’usura, del mondo degli stupefacenti, anche occasionali, che possono trasformarsi in tragedia. Il convegno ospitato a Palazzo Colonna - aggiunge - è un invito alla conoscenza, all’ informazione e all’attenzione. Perché, con la forza della consapevolezza, i nostri ragazzi siano in grado di vivere il loro oggi e affrontare il domani senza paura. Questo, quali rappresentanti delle istituzioni, è il nostro compito di educatori».

Marino, 31 ottobre 2013

L’Ufficio Stampa (Anna Paola Polli)


GOFFREDO BETTINI: CONGRESSO PD, UNA GRANDE OCCASIONE PER RICOSTRUIRE IL PARTITO

Mercoledì 11 settembre a Roma, intervento di alto livello politico e culturale di Goffredo Bettini, che ci ha informato sull’evoluzione del documento che molti di noi hanno già sottoscritto, il documento “campo democratico”. Seguiremo Goffredo nei prossimi appuntamenti che porteranno al congresso del PD. Con serietà, con correttezza, portando ognuno di noi il proprio contributo. La linea di Bettini è l’unica che può fare del Partito Democratico un Partito Democratico davvero, non solo nel nome. Ecco una sintesi dell’intervento di Goffredo Bettini. (O.N.)

CONGRESSO PD, UNA GRANDE OCCASIONE PER RICOSTRUIRE IL PARTITO

Goffredo-Bettini

di Goffredo Bettini

martedì, 10 settembre 2013

Di Goffredo BettiniIl congresso del PD è una grande occasione per ricostruire un partito che raccoglie tante straordinarie energie, ma incapace di trovare un suo profilo, una sua chiara funzione, una missione per l’Italia.

Si sta discutendo ancora di regole. Spero davvero che sia favorita la più larga partecipazionee che prevalga un confronto aperto culturale e politico, piuttosto che l’ansia per schierarci su uno o l’altro dei candidati.

Gli attuali candidati (Renzi, Cuperlo, Pittella e Civati) hanno tutti talento e intelligenza. Sono potenzialmente innovativi, pure nel pluralismo delle posizioni; non coinvolti nella gestione così negativa degli ultimi anni.

Ho rivolto un appello affinchè ognuno, difendendo la propria candidatura, non perda il filo di un sentire comune che li dovrebbe legare, in quanto nuova classe dirigente del PD.

Ci serve, non solo un segretario, ma una squadra che abbia nell’insieme la voglia di prendere in mano il partito per guidarlo in una delle situazioni più terribili della Repubblica.

Questo lo dico non per smussare le differenze o per promuovere papocchi di potere. Figuriamoci: per ragioni di coerenza, dopo le dimissioni di Veltroni, sono più di quattro anni che ho rinunciato ad ogni incarico istituzionale e di partito.

Lo dico, invece, perché il solipsismo e l’egoismo sono i mali che il berlusconismo ha consegnato anche al nostro campo. E perché nella solitudine, ogni candidato è più esposto al pericolo che tutto il vecchio si aggrappi al nuovo: attraverso le forme peggiori di trasformismo e di disprezzo per la coerenze e le storie personali.

Infatti su Renzi stanno confluendo all’improvviso (Franceschini è l’esempio più lampante) coloro che hanno governato insieme a un gruppo dirigente precedente che lo ha aspramente combattuto. E su Cuperlo, si aggrappa l’ala di Bersani, con l’effetto di appesantirlo e ridurne l’efficacia espansiva.

Per questo, per quanto mi riguarda, non ho scelto alcun candidato. Con il documento sul “campo democratico” e “la democrazia deliberante”, insieme a tanti altri compagni, continuerò a svolgere un’iniziativa sulle idee e sul progetto del PD; cercando di far emergere in ognuno dei competitori alla segreteria la parte migliore che ha dentro di sé.

Non è facile. Ma allo stato attuale è la sola cosa che valga la pena di fare. Se non si vuole continuare ad allungare la fila di chi sale sul carro che più conviene.


L’ORDINE AGISCE SU TUTTI I FRONTI, MA VOGLIAMO GUARIRE DALLA SINDROME DELLE 3,32

Intervista a Maurizio Ortu, Presidente Omceo provincia de L’Aquila

da fnomceo.it - Prosegue il giro delle interviste ai Presidenti Omceo delle regioni italiane. Dopo Roberto Lala, Presidente Omceo di Roma e provincia, è la volta di Maurizio Ortu, Presidente Omceo della provincia de L’Aquila. E’ evidente qui che, a distanza di più di quattro anni dal 6 aprile 2009, la preoccupazione principale è legata al terremoto che ha distrutto la città, alla mancata ricostruzione del centro storico, alle implicazioni che il terremoto e il post-terremoto hanno avuto sulla vita dei cittadini aquilani, nel ricordo delle 309 vittime di quella tragica notte, di quel tragico orario: ore 3,32.

Presidente Ortu, qual è la sua valutazione sull’attuale situazione del Servizio Sanitario Nazionale e della politica nazionale in materia di Sanità?
“Sono molto preoccupato, in quanto non solo medico ma potenziale utente, per il salto di almeno due generazioni e gli sprechi per ospedali minori e sanità privata senza controllo”.

L’Ordine da lei Presieduto su che cosa è particolarmente impegnato nei prossimi mesi? Formazione, informazione, eventi, iniziative, aspetti specifici del territorio di sua competenza?
“Deontologia, previdenza ed assistenza, in particolare a studenti ultimo anno di Medicina ed Odontoiatria”.

L’Ordine e il terremoto, la mancata ricostruzione del centro storico, a che punto è la situazione?
“Prima di rispondere alla domanda che mi è stata posta circa la ricostruzione della città dopo il terremoto è necessario forse dire cosa è il terremoto.
Tutti sanno, chi ha seguito questa straziante vicenda, che il terremoto è la scossa, la distruzione, il dolore, la morte, il caos, ma terremoto è anche quello che succede dopo a coloro i quali lo hanno vissuto.
Ed ecco allora che terremoto significa anche cambiamento radicale della vita, delle abitudini, della psicologia della persona, significa paura (anzi terrore) che possa tornare a colpire, significa saltare sulla sedia ogni volta che la porta sbatte, ogni volta che un mezzo pesante fa vibrare le finestre al suo passaggio, significa svegliarsi senza motivo apparente durante la notte, sempre a ridosso delle 3.32, l’orario di quel maledetto sisma.
Se il terremoto ha colpito la mia città, forse ancor più profondamente ha colpito gli abitanti che quella notte si sono salvati.
Leggevo tempo fa un libro sui disastrosi effetti che la bomba atomica aveva cagionato a coloro che sopravvissero.
In Giappone li chiamano ”Hibakusha”, che letteralmente vuol dire “sopravvissuti”, ma che è poi stato mutato, nell’accezione filosofica orientale che permea nella lingua, in “persone affette dall’esplosione”, come se fosse una malattia non voluta ma che, tuttavia, ha contagiato indelebilmente i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.
Ecco: gli aquilani sono, chi più e chi meno, le “persone affette dal terremoto”.
Prima di parlare della ricostruzione della città, importante, anzi fondamentale, sotto tanti aspetti, sarebbe forse più indicato parlare di ricostruzione della fiducia dei cittadini, delle loro abitudini.
Il centro storico della città, sperando di non essere andato troppo fuori dal contesto della domanda, si trova ancora nello stato in cui versava il 6 Aprile 2009, dopo la scossa.
Purtroppo, e questo è un dato sotto gli occhi di tutti, ben poco è stato fatto se non mettere in sicurezza gli edifici pericolanti ed aprire alcune strade al pubblico.
Per me, che sin da giovane studente ero abituato a girare per le vie del centro, ciò appare un misero “contentino”.
Se non forzato da impegni lavorativi o dalla curiosità di amici e parenti che vogliono visitarlo, evito sempre di andare in centro per il semplice motivo che quello NON è il centro che ricordo e a cui ero abituato. Purtroppo, polemiche e giuste lagnanze a parte, credo che la ricostruzione del centro storico aquilano, risalente al ‘200 e pieno zeppo di palazzi e monumenti di storica importanza, sia impresa ardua e lunga.
Sento spesso dire da persone poco più grandi di me che non rivedranno il centro restaurato e questa, se possibile, è forse la cosa più difficile da digerire.
D’altra parte vedo, e questo vuole (e deve) essere un messaggio di speranza e positività, che al di fuori del centro, anche nelle immediate vicinanze di questo, ogni giorno sorgono cantieri, vengono demoliti palazzi semi distrutti, vengono edificate costruzioni sempre diverse, sta nascendo una città nuova, all’altezza dei più moderni standard antisismici.
Chi ha deciso, nonostante tutto, di restare in questa città, di non andare via nonostante tutte le paure, è ben conscio di dover convivere con realtà quotidiane diverse da tutte le altre città del mondo.
Spero, da medico, che a lungo andare, da questo terremoto si possa guarire”.
Orfeo Notaristefano
Articolo pubblicato in: In Evidenza Interviste


ROBERTO LALA, PRES. ORDINE MEDICI ROMA: SSN A RISCHIO DEFALUT, MA IL LAZIO RIPARTE

Temiamo di tornare a prima del 1978, ma come Ordine siamo presenti sul territorio

Con questa intervista a Roberto Lala, Presidente dell’OMCeO di Roma e provincia, apriamo la serie di interviste ai Presidenti di Ordine delle regioni. Esamineremo una valutazione dei Presidenti sulla situazione nazionale e regionale della sanità per ciascuna regione.

Partiamo dall’OMCeO di Roma perché è, con i suoi oltre 41 mila iscritti, il più grande Ordine d’Europa. Usiamo volutamente l’espressione Roma e provincia, perché, sì, sicuramente c’è un peso specifico di Roma Capitale, ma esiste anche la realtà di Comuni grandi e piccoli, alcuni piccolissimi, sparsi nella vasta area provinciale romana, a cui Roberto Lala presta attenzione. Perché problemi di salute e di sanità esistono anche lì. E così, il Presidente Lala, insieme ai componenti del Consiglio dell’Ordine, si è recato il 13 giugno ad Albano, paese dei Castelli Romani, e poi l’11 luglio a Civitavecchia, area nord-ovest della provincia romana, per ascoltare dalla viva voce dei medici e dei cittadini quali sono i problemi da risolvere in quelle aree territoriali, in cui, senza la presenza dell’Ordine, medici e cittadini si sentirebbero abbandonati al loro destino. Invece l’Ordine c’è, è presente non solo a Roma, ma anche nei territori della provincia romana.

Presidente Lala, qual è la sua valutazione sull’attuale situazione del Servizio Sanitario Nazionale e della politica nazionale in materia di Sanità?
Siamo in un momento basso: il SSN è a rischio default. La qualità dei medici e delle prestazioni è alta, ma questo non basta per compensare le carenze strutturali del sistema. C’è necessità di risparmio, ok, ma senza alcun progetto di riqualificazione e mantenimento del SSN non si va da nessuna parte. Negli anni abbiamo assistito a una mancanza totale di investimenti. Oggi stiamo tornando a una situazione addirittura precedente al 1978, l’anno della prima grande riforma della Sanità, la legge 833, istitutiva del SSN. Sono preoccupatissimo. La mancanza di investimenti si riflette sulle tre gambe del sistema: 1) la rete ospedaliera soffre di carenze strutturali spaventose con una carenza di organico che fa paura; 2) nel territorio sono in sofferenza medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, la situazione è veramente critica, con medici di famiglia vessati da un peso burocratico spaventoso, stanno ogni giorno a un bivio: o fare i burocrati o fare i medici. 3) è in forte sofferenza il sistema del privato accreditato.
In più, aggiungiamo il tema del giorno di cui si sta occupando la FNOMCeO: le situazioni di conflitto medico-paziente, rispetto alle quali si deve trovare una soluzione legislativa a breve. Prima della proroga di un anno della data del 13 agosto, avevo scritto una lettera al neo-Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, nella quale specificavo le cose da fare, cose che la FNOMCeO sta mettendo in campo.

L’Ordine da lei presieduto su che cosa è particolarmente impegnato nei prossimi mesi? Formazione, informazione, eventi, iniziative, aspetti specifici del territorio di sua competenza?
Diciamo intanto che si è invertita la rotta nei rapporti con la Regione Lazio. Con l’avvento della Giunta di Nicola Zingaretti, si è instaurato un rapporto costruttivo con la Regione su tutti i temi della Sanità regionale del Lazio. Stiamo lavorando sulla semplificazione delle normative sugli studi professionali per consentire ai giovani medici di entrare nel mondo del lavoro. Questo è un problema gravissimo e importantissimo, sul quale con la Giunta precedente non siamo riusciti nemmeno a interloquire. Sulla Sanità, con questa Giunta, si può ripartire. Come Ordine, siamo impegnati ad ampliare l’informativa verso i medici e i cittadini sulle iniziative dell’Ordine, anche attraverso una news letter con cadenza quasi giornaliera. Siamo impegnati a intensificare la formazione: dal prossimo mese di settembre ci sarà un forte impulso alla formazione a distanza (FAD), ma anche di quella frontale, che i medici preferiscono. Comunque, siamo stati capaci di realizzare qualcosa come 50 corsi di formazione in sei mesi. Per quanto riguarda il tema dell’assicurazione obbligatoria, stiamo in stretto rapporto con la Procura della Repubblica di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, e con la Corte d’Appello per la nomina dei Consulenti Tecnici d’Ufficio (CTU), questione sulla quale l’Ordine di Roma avrà voce in capitolo. E sicuramente i medici di Roma e della provincia avranno nell’Ordine un punto di riferimento anche per risolvere i problemi connessi all’assicurazione obbligatoria. Insomma, come Ordine, siamo presenti, ci siamo sia a Roma, sia nei territori della provincia. Noi ci siamo!”.
E infatti, andando sul sito dell’OMCeO di Roma si vede che l’Ordine è sempre aperto, anche ad agosto, con una sola pausa, nella settimana dal 12 al 16 agosto. Questo vuol dire stare al servizio di medici e cittadini, questo vuol dire stare sui territori, e non è uno slogan. Evidentemente.Orfeo Notaristefano


SANITA’. QUANDO IL DRG HA L’EFFETTO DUMPING. SUCCEDE NEL LAZIO.

L’applicazione troppo rigida dei DRG produce a volte effetti negativi sui pazienti. E’ il caso di coloro che, invece di essere trattati con il litotritore, sono dirottati verso interventi più invasivi. Un’incongruenza a cui porre rimedio al più presto.

Di fronte ad alcuni fenomeni della sanità italiana, viene da citare il grande “vecchio” Elio Guzzanti. Quando era Ministro della Sanità, durante il Governo Dini, fu lui a introdurre in Italia il sistema dei DRG (diagnosis related group), avendo egli stesso studiato qualcosa di analogo negli USA. Ma, quella rivoluzione copernicana che pose fine ai pagamenti a piè di lista e livellò il costo delle prestazioni (dalle più semplici alle più complesse, dall’appendicectomia ai trapianti) conteneva in sé un rischio che lo stesso Guzzanti metteva allora in evidenza: l’effetto dumping sui malati che, in virtù dell’applicazione rigida dei DRG, rischiavano di essere respinti da ospedali e cliniche, sballottati a casa il venerdì per essere poi ri-accettati il lunedì successivo.

Tutto ciò, ovviamente, in questi anni si è già verificato, in condizioni normali, vale a dire in regime di applicazione “normale” dei DRG. Poi ci sono stati casi di applicazioni anomale dei DRG, come avvenne con lo scandalo del Santa Rita di Milano, dove i pazienti venivano sottoposti a interventi chirurgici inutili e pericolosi. Nei giorni scorsi sono fioccate le condanne definitive per coloro che in quella clinica avevano fatto un uso abnorme dei DRG, gonfiandoli all’inverosimile. Questa storia è continuamente in sospeso tra sanità e malasanità, tra correttezza e malagestione, tra normalità e abusi. Ma restiamo nella prima fattispecie, quella della correttezza e della normalità, nelle condizioni date di ristrettezza dei bilanci, di crisi della finanza pubblica a livello centrale e regionale, con alcune Regioni, la maggior parte nel Sud, in regime di piani di rientro dal deficit. Il Lazio è una di queste, con i Presidenti della Regione (prima Piero Marrazzo, poi Renata Polverini, oggi Nicola Zingaretti) nominati dal Governo centrale commissari ad acta per la sanità.

Dovendo rispettare il piano di rientro, in questi anni si sono susseguiti provvedimenti di tagli di posti letto, di strutture, di prestazioni. Tagli mirati? Appropriati? O disinvolti? Dilemmi che sono stati all’origine di non poche polemiche tra le forze politiche e tra gli addetti ai lavori. Sta il fatto che, a forza di tagliare, alla fine alcune situazioni sono entrate in una criticità sconosciuta fino a qualche anno fa.

E’ il caso del decreto di Renata Polverini che introduce “ulteriori settori di attività chirurgica che è possibile trasferire al regime ambulatoriale come APA (accorpamenti di prestazioni ambulatoriali”. Nel provvedimento si sostiene che “il passaggio al regime ambulatoriale è possibile grazie al combinato delle caratteristiche patologiche e dell’evoluzione delle tecniche chirurgiche che ne garantiscono la fattibilità, sia sotto il profilo clinico che organizzativo”. Si individuano così 21 tipologie di interventi chirurgici che passano dal regime di ricovero al regime ambulatoriale. Tra esse tre interventi di litotripsia (rene, uretere con cateterismo ureterale, prima seduta; rene, uretere con cateterismo ureterale per seduta successiva alla prima; rene, uretere e/o vescica). Effettuare un intervento di litotripsia implica visita anestesiologica, anestesia, esami ematochimici, cistoscopia, ecografia dell’addome inferiore, visita urologica di controllo, nonché ecografia dell’addome inferiore, visita urologica di controllo. Tutte pratiche previste nell’allegato al decreto Polverini. Come si possa fare tutto questo in regime ambulatoriale resta un mistero, anche se le strutture si sono adeguate, ma il disagio per i pazienti è notevole. E qui scatta l’effetto dumping dei DRG così concepiti. Lo rilevano gli operatori e i responsabili delle strutture che praticano la litotripsia con tecnologie di avanguardia e che non possono reggere un regime così rigido del DRG.

Sabato 22 giugno l’INI (Istituto Neurotraumatologico Italiano) di Grottaferrata, comune dei Castelli Romani, ha organizzato e ospitato un convegno internazionale sul tema “ESWL: il presente e il futuro della litotrissia extracorporea ad onde d’urto”. Il work shop, organizzato dal professor Ferdinando De Marco, responsabile del servizio di Urologia dell’INI, ha visto la partecipazione di nomi illustri dell’urologia europea: Chaussy, Forssmann, Wieland, Tailly, Lutz. Nel corso del convegno si è ribadito che esiste un futuro per l’ESWL, tuttora nelle linee guida dell’Associazione Europea di Urologia (EAU) per il trattamento delle più frequenti calcolosi urinarie, essendo questa una tecnica meno invasiva rispetto ad altre pratiche. Nonostante il convegno fosse strettamente scientifico, sullo sfondo rimaneva il problema del rapporto tra la struttura accreditata e la Regione Lazio, che, con quel decreto, ha fortemente penalizzato sia i pazienti, sia i centri che praticano la litotrissia extracorporea. Lo si evince anche da una relazione che la direttrice generale del Gruppo INI, Jessica Veronica Faroni, ha prodotto recentemente con il contributo del professor De Marco. E’, questa, un’anomalia che va al più presto corretta, visto che l’attuale Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, con decreto del 24 maggio 2013, ha confermato l’accreditamento definitivo dell’INI Grottaferrata per tutte le prestazioni medico-chirurgiche già erogate da INI Grottaferrata, oltre all’avvio di nuovi importanti servizi assistenziali susseguenti al processo di riconversione iniziato con il decreto n. 29 del 2012. Un accreditamento che conferma l’INI struttura di eccellenza nel Lazio con caratteristiche riconosciute nello stesso decreto di accreditamento: “220 posti letto, suddivisi tra attività per acuzie e di riabilitazione neuro-motoria. In particolare, l’offerta ospedaliera accreditata adesso consta di: a) 73 posti letto per acuti appartenenti al Raggruppamento medico-chirurgico (44 pp.ll. di ricovero ordinario di medicina generale e di neurologia, 15 pp.ll. di urologia e 7 pp.ll. di ortopedia; 7 pp. ll. di day hospital, di cui 3 di day surgery per gli interventi ortopedici e i restanti 4 per i ricoveri diurni di medicina generale); b) 67 posti letto del Raggruppamento riabilitativo (60 per la degenza di riabilitazione neuromotoria e ortopedica; 7 in day hospital per la stessa funzione); c) 25 posti letto per il Raggruppamento oncologico (15 in ricovero ordinario e 10 in day hospital). Il decreto di Zingaretti concede l’accreditamento definitivo a INI Grottaferrata per un Centro residenziale per cure palliative (hospice) articolato su 5 posti letto residenziali e 20 in regime di assistenza domiciliare, integrati funzionalmente con l’Unità di Oncologia della Casa di Cura, nell’ottica di favorire la continuità assistenziale e la qualità delle cure prestate ai pazienti oncologici. Contestualmente sono stati confermati i Servizi di diagnosi e cura utilizzabili anche ambulatorialmente e numerose attività ambulatoriali tra cui: laboratorio specialistico, radiodiagnostica con TAC multistrato, Servizio di medicina nucleare; RMN Philips 1,5 Tesla; elettroencefalografia; neuro fisiopatologia; poliambulatori sia in regime ambulatoriale che in day service (cardiologia, chirurgia generale, chirurgia plastica, medicina dello sport, endocrinologia, nefrologia, neurochirurgia, neurologia, oculistica, odontostomatologia, ortopedia e traumatologia, ginecologia, otorinolaringoiatria, psichiatria, urologia, dermosifilopatia, medicina fisica e riabilitazione, gastroenterologia, oncologia, pneumologia, reumatologia); ambulatori chirurgici per l’esecuzione di APA nelle specialità di chirurgia della mano, oculistica, chirurgia vascolare e angiologia, dermatochirurgia, etc..); radioterapia con acceleratore lineare. In un periodo di crisi per la sanità nazionale e non solo regionale, si tratta di un risultato importante che però è la conseguenza diretta della revoca di numerosi posti letto di riabilitazione operato durante lo scorso anno, che solo in parte compensa l’entità del taglio subito”. Così si legge nel comunicato stampa dell’INI che annuncia l’accreditamento da parte della Regione Lazio. Una posizione ribadita anche da Jessica Veronica Faroni, nella sua qualità di Presidente dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP) del Lazio, che in più circostanze ha criticato la logica dei tagli “lineari” in sanità, quando invece occorrerebbe intervenire sugli sprechi e operare, laddove occorre, tagli mirati e non indiscriminati.

Orfeo Notaristefano


AMANTEA: DAL 3 MAGGIO AL 28 GIUGNO 7 CAFFE’ LETTERARI DI FRONTE AL MARE

Gli eventi si terranno presso il Grand Hotel “La Tonnara”, in via omonima

“L’economia deve sostenere la cultura, la cultura genera l’economia”. La frase è del professor Franco Cuccurullo, Presidente del Comitato per le Biotecnologie e la Biosicurezza. Sta a dire che pensare oggi a un nuovo sviluppo del Mezzogiorno senza una vera svolta culturale e morale sarebbe l’ennesima illusione per le Regioni del Sud che arrancano nella crisi economica globale più delle Regioni del Centro-Nord. Governi nazionali e locali, di tutti i colori politici, hanno negli anni mancato gli obiettivi strategici per un riequilibrio tra il Sud e il Centro-Nord del Paese. E, ormai, le ragioni distintive tra centro-sinistra e centro-destra appaiono sempre più sfumate, anche sui temi legati al Mezzogiorno. Venerdì 3 maggio alle ore 18 tutto questo sarà al centro della discussione, condotta dal giornalista-scrittore Emiliano Morrone, attorno al nuovo libro di Piero Sansonetti, direttore di Calabria Ora, il cui titolo, emblematico, rende bene l’idea di che cosa si parla: “La sinistra è di destra” (BUR).

Venerdì 10 maggio alle ore 17 si entrerà nel vivo della svolta culturale di cui la Calabria ha bisogno con la presentazione del progetto e Manifesto “Risveglio ideale”, promosso da Angela Napoli, già componente della Commissione Parlamentare Antimafia, che sarà intervistata da Orfeo Notaristefano, giornalista e scrittore.Ma in questi ultimi mesi, un forte segnale di cambiamento è venuto dalla Chiesa cattolica. Venerdì 17 maggio alle ore 18 Padre Rocco Benvenuto, Correttore provinciale dell’Ordine dei Padri Minimi del Santuario di San Francesco di Paola parlerà di “Papa Francesco: innovazione, tradizione, con occhi nuovi per il futuro della Chiesa”. Condurrà l’incontro Nicola Perri.

La calabresità positiva, il forte ancoraggio a valori importanti come il lavoro e la famiglia saranno al centro della presentazione del libro “Tutta colpa del mare e della luna” di Giuseppe Perrotta, chirurgo e scrittore, intervistato da Guido Scarpino, giornalista di Calabria Ora.

La calabresità positiva è presente anche nel libro di Filippo D’Andrea, “Sotto il cielo di Calabria” che racconta otto personaggi che sono stati importanti per la crescita di Lamezia Terme, divenuta tale per l’unificazione di tre comuni (Nicastro, Sant’Eufemia, Sambiase”. Presenterà l’evento del 7 giugno alle ore 18 Rossella Rubino, giornalista di vivavocetv di Lamezia Terme.

Il tema dei temi “la Calabria. Tra crisi economica e lavoro che non c’è. Quali risposte dall’Europa?” sarà affrontato venerdì 21 giugno alle ore 18 dal’europarlamentare Mario Pirillo, intervistato da Orfeo Notaristefano. Emergerà la centralità dell’Unione Europea a sostegno delle aree deboli dei Paesi membri, tra le quali il Mezzogiorno d’Italia.

La Calabria è la regione d’Italia sempre più povera con una ‘ndrangheta sempre più ricca. Questo apparente paradosso sarà affrontato nell’ultimo incontro del venerdì 28 giugno ore 18 da Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, che presenterà in suo ultimo libro, scritto con Antonio Nicaso, “Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati”. Intervisterà Orfeo Notaristefano.

La Tonnara Grand Hotel, via Tonnara, Amantea (Cosenza)

Organizzazione e contatti: Valentina Perri (Direzione GH La Tonnara), telefono 0982424590                       Orfeo Notaristefano, telefono 3356279922


IGNAZIO MARINO: ECCO LA SITUAZIONE REALE DELLA SANITA’ IN ITALIA. 5 ANNI IN COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL SSN

Relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. Cinque anni di lavoro, molti risultati ottenuti. Il 30 gennaio 2013, così Ignazio Marino ha sintetizzato questo lavoro: “Ieri ho presentato la relazione finale sull’attività della Commissione Parlamentare di Inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale che presiedo. Il lavoro della commissione, istituita a fine luglio 2008, in questi cinque anni si è svolto sempre in maniera intensa, contando: 191 sedute plenarie, 88 riunioni dell’ufficio di presidenza e 57 sopralluoghi, gran parte dei quali effettuati a sorpresa in strutture ospedaliere e psichiatriche per verificare l’efficacia e l’efficienza delle cure. Tra i maggiori risultati raggiunti in questi anni vi è certamente la legge sugli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) che ha consentito di fissare una data limite dopo la quale non sarà più possibile inviare nessuno nelle strutture che abbiamo visitato e di cui abbiamo denunciato il degrado. Altro caso in cui ci siamo impegnati a fondo per fare chiarezza su quanto accaduto è stato quello legato al decesso di Stefano Cucchi. Stefano, come detenuto, non si è visto riconoscere lo stesso diritto alla salute di chi non si trova in carcere: la sua famiglia infatti non ha potuto parlare subito con i medici delle sue condizioni di salute, perché serviva l’autorizzazione di un magistrato di sorveglianza. Questi protocolli previsti per tutte le strutture protette sono rimasti in vigore fino al nostro intervento. Con la Commissione siamo riusciti ad ottenere dal ministero della Giustizia un cambiamento per tutte le strutture ospedaliere protette italiane, un cambiamento che fa prevalere la logica dell’assistenza su quella del carcere. Perché il diritto alla cura deve essere di tutti e perché non si ripetano più episodi come questo. La Commissione ha inoltre adottato con successo un criterio scientifico di valutazione del Servizio Sanitario Nazionale attraverso degli indicatori per poter confrontare l’efficienza e l’efficacia del servizio offerto in ciascuna Regione. In questo modo siamo riusciti ad avere una fotografia rigorosa dell’offerta sanitaria in tutto il Paese per misurare ad esempio l’assistenza ospedaliera per alcuni tipi di intervento, l’accesso alle cure oncologiche e anche ai servizi di salute mentale. Le Regioni sollecitate su questo fronte hanno risposto rapidamente in alcuni casi, come quello toscano, perché già abituate a questo tipo di metodologia; in altri casi, abbiamo avviato un vero e proprio cambiamento culturale che ha portato alcune autorità regionali a riconoscere la valenza di tale metodologia e a farla propria anche per il futuro. Le inchieste aperte nel corso di questi cinque anni sono state nove e hanno evidenziato in gran parte una disparità di trattamento e di accesso alle cure lungo tutto il territorio nazionale e, in taluni casi, anche delle differenze sensibili all’interno di una stessa Regione: dalla salute mentale, alle persone affette da gravi forme di disabilità; dalle cure oncologiche fino all’assistenza prestata nelle strutture socio-sanitarie per il ricovero e l’assistenza degli anziani oppure l’implementazione della terapia del dolore. Accanto alle inchieste, abbiamo analizzato e valutato lo stato dell’edilizia ospedaliera mettendo in luce carenze strutturali in alcuni nosocomi situati nelle aree a rischio sismico. La mancanza di investimenti adeguati e i controlli avviati con grande ritardo influiscono profondamente sulla sicurezza di strutture che dovrebbero essere un punto nevralgico proprio nella gestione dell’emergenza dopo un evento sismico. Ma se da un lato risulta evidente l’impatto della penuria di risorse che penalizza la sanità pubblica, dall’altro è emerso il preoccupante proliferare di consulenze esterne nel settore sanitario che costituiscono uno spreco di fondi imperdonabile, ancor di più in tempi di crisi economica. Ad esempio, è stato accertato che nel 2008 la spesa sanitaria ha raggiunto un importo di circa 148 miliardi, rispetto ai quali le consulenze ammontano a 790 milioni, pari a circa lo 0,50 per cento della spesa sanitaria complessiva. Si tratta di una cifra inaccettabile se pensiamo che i gli ultimi ticket sono stati introdotti in Italia per rastrellare una cifra pari a 850 milioni di euro. Nella fattispecie i più ricorrenti sono: illegittimo conferimento di incarichi libero-professionali; illegittimi affidamenti di incarichi per attività di consulenza in materia contabile e tributaria; ingiustificate proroghe di contratti di consulenza; mancata attuazione di procedure selettive nella scelta dei consulenti; ricorso a consulenze anche in presenza di professionalità interne all’Azienda. Situazioni inaccettabili per una sanità che deve essere prima di tutto al servizio dei cittadini. Il mio lavoro di questi cinque anni è sempre stato finalizzato all’interesse pubblico perché nel nostro paese tutti potessero vedersi riconosciuti i propri diritti, come il diritto alla cura e alla salute”.

Di seguito la relazione della Comissione.

1

SENATO DELLA REPUBBLICA

——————– XVI LEGISLATURA ——————–

XXII-bis n. 10

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA

SULL’EFFICACIA E L’EFFICIENZA DEL

SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Istituita con deliberazione del Senato del 30 luglio 2008

———-

RELAZIONE FINALE

SULL’ATTIVITÀ DELLA COMMISSIONE

Relatore senatore Ignazio MARINO

Approvata dalla Commissione nella seduta del 30 gennaio 2013 2

Composizione della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale

(Deliberazione del 30 luglio 2008, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 182 del 5 agosto 2008)

Presidente

sen. Ignazio MARINO, PD

Vicepresidenti

sen. Alfonso MASCITELLI, IdV 1

1 Fino al 17 novembre 2008 la carica di Vicepresidente è stata ricoperta dal senatore ASTORE.

sen. Salvatore MAZZARACCHIO, PdL

Segretari

sen. Franca BIONDELLI, PD

sen. Fabio RIZZI, LNP

Membri

sen. Maria ANTEZZA, PD

sen. Giuseppe ASTORE, Misto, Partecipazione Democratica

sen. Laura BIANCONI, PdL

sen. Daniele BOSONE, PD

sen. Raffaele CALABRO’, PdL

sen. Carlo CHIURAZZI, PD

sen. Lionello COSENTINO, PD

sen. Luigi D’AMBROSIO LETTIERI, PdL

sen. Stefano DE LILLO, PdL

sen. Vincenzo GALIOTO, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI

sen. Domenico GRAMAZIO, PdL

sen. Adriana POLI BORTONE, CN:GS-SI-PID-IB-FI

sen. Donatella PORETTI, PD

sen. Michele SACCOMANNO, FDI-CDN

sen. Albertina SOLIANI, PD 3

INDICE

1. Premessa ……………………………………………. Pag.

2. Relazioni in merito alle risultanze dei singoli filoni di inchiesta:

2.1. Inchiesta sull’analisi comparativa dell’efficienza, della qualità e dell’appropriatezza delle Aziende sanitarie italiane

2.2. Inchiesta su alcuni aspetti della medicina territoriale, con particolare riguardo al funzionamento dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e dei Dipartimenti di salute mentale

2.3. Inchiesta sul ricorso alle consulenze esterne nel settore sanitario

2.4. Inchiesta sulle condizioni strutturali degli ospedali collocati in zone a rischio sismico o di diversa natura

2.5. Inchiesta sui fenomeni di corruzione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale

2.6. Inchiesta sull’organizzazione dei prelievi e dei trapianti di organi

2.7. Inchiesta sull’assistenza sanitaria alle persone affette da gravi forme di disabilità

2.8. Inchiesta sull’attuazione della normativa in materia di terapia del dolore

2.9. Inchiesta sulle strutture socio-sanitarie per il ricovero e l’assistenza degli anziani

3. Allegati

3.1. Relazioni approvate dalla Commissione in corso di legislatura:

3.1.1. Relazione conclusiva dell’inchiesta sull’efficacia, l’efficienza e l’appropriatezza delle cure prestate al signor Stefano Cucchi

3.1.2. Relazione sulle condizioni di vita e di cura all’interno degli ospedali psichiatrici giudiziari

3.2. Elenco dei sopralluoghi svolti dalle delegazioni

3.3. Provvedimenti di sequestro adottati dalla Commissione nel corso della legislatura

3.4. Attività della Commissione in sede plenaria

4

Premessa

Il Senato della Repubblica, con deliberazione del 30 luglio 2008, ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione e dell’articolo 162 del Regolamento del Senato, ha istituito la Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale.

In ottemperanza all’articolo 4 della Deliberazione istitutiva, il Presidente del Senato ha nominato il senatore Ignazio R. MARINO a presiedere la Commissione e a farne parte i senatori Maria ANTEZZA, Giuseppe ASTORE, Dorina BIANCHI, Laura BIANCONI, Daniele BOSONE, Raffaele CALABRO’, Lionello COSENTINO, Luigi D’AMBROSIO LETTIERI, Stefano DE LILLO, Leopoldo DI GIROLAMO, Antonio FOSSON, Vincenzo GALIOTO, Domenico GRAMAZIO, Piergiorgio MASSIDDA, Salvatore MAZZARACCHIO, Giovanni PISTORIO, Donatella PORETTI, Fabio RIZZI, Michele SACCOMANNO e Albertina SOLIANI2.

2 In data 23 ottobre 2008, la senatrice Franca BIONDELLI è stata chiamata a far parte della Commissione di inchiesta in sostituzione del senatore Leopoldo DI GIROLAMO, dimissionario.

In data 1° ottobre 2009 la senatrice Adriana POLI BORTONE è stata chiamata a far parte della Commissione di inchiesta in sostituzione del senatore Giovanni PISTORIO, dimissionario.

In data 3 novembre 2009, il senatore Antonio FOSSON si è dimesso dalla Commissione.

In data 1° dicembre 2009 il senatore Alfonso MASCITELLI è stato chiamato a far parte della Commissione di inchiesta.

In data 10 marzo 2010 il senatore Carlo CHIURAZZI è stato chiamato a far parte della Commissione di inchiesta in sostituzione della senatrice Dorina BIANCHI, dimissionaria.

In data 21 dicembre 2011, il senatore Piergiorgio MASSIDDA si è dimesso dal Senato della Repubblica.

La missione istituzionale affidata alla Commissione di inchiesta dalla Deliberazione istitutiva è stata caratterizzata da una sostanziale continuità con i compiti attribuiti alle omologhe Commissioni di inchiesta che hanno operato nella XII, XIII, XIV e XV Legislatura.

La Commissione, insediatasi nella seduta del 18 novembre 2008, con la costituzione dell’Ufficio di Presidenza, dopo aver provveduto all’approvazione del Regolamento interno, ha avviato la propria attività che si è rivelata particolarmente intensa: si sono tenute 191 sedute in sede plenaria, si sono svolte 88 riunioni dell’Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei Gruppi parlamentari e sono stati effettuati 57 sopralluoghi. 5

Al fine di dare sistematicità alla propria azione istituzionale, la Commissione ha individuato specifici filoni di indagine, coordinati da relatori appositamente individuati, ai quali ha inteso ricondurre le singole attività istruttorie.

Inoltre, la Commissione ha conferito incarico alla Presidenza, che si è avvalsa a tal fine del Nucleo interno di agenti ed ufficiali delle Forze dell’ordine, di vagliare ed approfondire le segnalazioni e gli esposti, pervenuti in maniera copiosa nel corso della Legislatura.

La complessità dei compiti attribuiti, unita alla necessaria attenzione per le numerose e frequenti emergenze che scuotono il mondo della sanità, ha indotto la Commissione a seguire un metodo di lavoro multiforme e articolato, che si è avvalso sia dei tradizionali strumenti dell’inchiesta parlamentare, come le audizioni ed i sopralluoghi, sia di una continua e fattiva cooperazione con l’Autorità giudiziaria, che - ove necessario a fini di coordinamento - è stata informata e coinvolta nelle iniziative assunte, in spirito di leale collaborazione interistituzionale. Nello specifico, tale metodo di lavoro si è articolato, di norma, in un iniziale approfondimento conoscitivo, affidato al Nucleo NAS a supporto della Commissione, volto all’acquisizione di elementi informativi sui casi segnalati, anche attraverso un raccordo con le realtà territoriali interessate. In secondo luogo, laddove se ne è ravvisata la necessità, è stata acquisita ulteriore documentazione mediante richiesta all’autorità giudiziaria procedente, o alle stesse strutture coinvolte o ai competenti Assessorati. Inoltre, quando ritenuto opportuno, l’istruttoria è stata ulteriormente implementata anche attraverso audizioni degli stessi Magistrati procedenti o effettuando ispezioni in loco.

La Commissione si è avvalsa dei poteri attribuiti dall’articolo 82 della Costituzione non solo ai fini della speditezza e dell’efficacia dell’istruttoria, nei casi in cui ha ritenuto ciò necessario, ma anche, segnando in questo modo una rilevante innovazione nella prassi dell’inchiesta parlamentare, per assicurare la fruttuosità delle indagini e la tutela in via d’urgenza di diritti di rango costituzionale di cui, in alcune situazioni, è parsa probabile la lesione nelle more del superamento delle problematiche riscontrate3.

3 Sono stati adottati cinque decreti di sequestro preventivo, nell’ambito delle indagini sulla salute mentale, consultabili tra gli allegati alla presente relazione.

L’innovatività di tale approccio è stata notata dalla dottrina costituzionalistica, che ha dedicato più di un commento ai provvedimenti cautelari emessi dalla Commissione, esprimendosi con accenti talora adesivi e talora critici. La stessa Presidenza della Repubblica 6

ha, nell’ambito di esternazioni pubbliche, onorato la Commissione di puntuali menzioni, ponendo in rilievo il proprio favor per l’incisività di tale azione istituzionale.

Avverso i provvedimenti adottati dalla Commissione non è stata esperita forma alcuna di impugnativa, essendovi stata, al contrario, una sostanziale e diffusa acquiescenza.

La Commissione, oltre ad esplorare in profondità le potenzialità insite nell’articolo 82 della Costituzione, si è avvalsa nel corso della Legislatura della facoltà, prevista dal Regolamento interno, di riferire al Senato anche prima del termine dei propri lavori, sulle risultanze delle indagini e degli esami svolti. Si è ritenuto di esercitare tale facoltà in relazione a due filoni di indagine delle cui risultanze è parso opportuno mettere a parte tempestivamente il Senato della Repubblica: l’inchiesta sull’efficacia, l’efficienza e l’appropriatezza delle cure prestate al signor Stefano Cucchi e l’inchiesta sulle condizioni di vita e di cura all’interno degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Dalla tempestiva presentazione dei risultati dell’inchiesta sugli Ospedali psichiatrici giudiziari4 è scaturita una specifica attenzione parlamentare al tema, che ha prodotto sia incisivi atti di indirizzo, sia una norma ad hoc, inserita nel D.L. sull’emergenza carceraria (n. 211 del 2011, convertito con modificazioni dalla L. n. 9 del 2012) e volta al definitivo superamento delle strutture attualmente operative.

4 La relazione conclusiva delle indagini sugli Ospedali psichiatrici giudiziari è stata realizzata affiancando al tradizionale documento scritto un documento-video, prodotto assemblando le immagine riprese durante le ispezioni a sorpresa all’interno delle strutture.

Allo scopo di porre in evidenza le risultanze dei singoli filoni di indagine, si reputa opportuno presentare nel dettaglio ed in maniera partita il lavoro svolto in relazione alle seguenti inchieste: inchiesta sull’analisi comparativa dell’efficienza, della qualità e dell’appropriatezza delle Aziende sanitarie italiane; inchiesta su alcuni aspetti della medicina territoriale, con particolare riguardo al funzionamento dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e dei Dipartimenti di salute mentale; inchiesta sul ricorso alle consulenze esterne nel settore sanitario; inchiesta sulle condizioni strutturali degli ospedali collocati in zone a rischio sismico o di diversa natura; inchiesta sui fenomeni di corruzione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale; inchiesta sull’organizzazione dei prelievi e dei trapianti di organi; inchiesta sull’assistenza sanitaria alle persone affette da gravi forme di disabilità; inchiesta sull’attuazione della normativa in materia di terapia del dolore ed inchiesta sulle strutture socio-sanitarie per il ricovero e l’assistenza degli anziani. 7

RELAZIONI IN MERITO ALLE RISULTANZE DEI SINGOLI FILONI DI INCHIESTA 8

Inchiesta sull’analisi comparativa dell’efficienza, della qualità e dell’appropriatezza delle Aziende sanitarie italiane

Relatori alla Commissione RIZZI e COSENTINO

La Commissione ha avviato l’inchiesta in titolo al fine di verificare, con un approccio fondato su basi oggettive e scientificamente orientato, la capacità delle Regioni e delle Aziende sanitarie di erogare i servizi sanitari garantendo i livelli essenziali di assistenza con adeguata qualità ed appropriatezza.

A tale scopo, la Commissione si è avvalsa della qualificata collaborazione del Laboratorio di management e sanità della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

In una prima fase dell’istruttoria, è stato selezionato un set di indicatori ritenuti significativi, capace di fornire un primo quadro di sintesi sia per i servizi di ricovero ospedaliero, sia per i servizi di assistenza territoriale.

Gli indicatori elaborati erano intesi a misurare i seguenti aspetti: assistenza ospedaliera (governo della domanda, efficienza, appropriatezza chirurgica, appropriatezza medica, qualità clinica), assistenza distrettuale, assistenza farmaceutica e assistenza sanitaria collettiva e di prevenzione.

Il calcolo degli indicatori, sulla base di dati riferiti al 2008, ha permesso di disporre di un quadro della situazione esistente all’interno del Servizio sanitario nazionale e delle differenziazioni presenti non solo tra le regioni, ma anche al livello infraregionale.

In questa sede è preferibile soffermarsi su alcune delle emergenze dello studio, rinviando alla visione integrale del documento che sarà oggetto di separata ed apposita pubblicazione.

Tra gli indicatori di qualità dell’assistenza ospedaliera, era stata inserita la percentuale di fratture di femore operate entro due giorni5. Ebbene, i risultati del calcolo di questo indicatore confermano l’estrema variabilità, presente sia tra le regioni che a livello infraregionale: tra le regioni, i picchi sono costituiti dalla regione Basilicata e dalla Provincia autonoma di Bolzano, nel cui ambito la frattura di femore è operata entro due giorni, rispettivamente, nel 16,23 e nell’83,63 per cento dei casi, con una media interregionale del

5 In caso di frattura di femore è importante essere operati tempestivamente per garantire un rapido e completo recupero ed effetti positivi sull’esito della prestazione. 9

35,9 per cento. Come esempio di variabilità infraregionale per tale indicatore, può essere citato il dato degli erogatori della regione Veneto, che oscilla tra il 14,75 e l’85,26 per cento.

Tra gli indicatori di appropriatezza, era stata inserita la percentuale di pazienti dimessi dai reparti chirurgici con una diagnosi medica, ossia senza essere stati sottoposti ad un intervento chirurgico6.

6 I reparti chirurgici sono dotati di attrezzature complesse e risultano maggiormente onerosi e pertanto dovrebbero essere occupati da pazienti che si sottopongono ad una operazione chirurgica. Se un paziente viene dimesso da un reparto chirurgico con una diagnosi medica, ossia senza essere stato sottoposto ad un intervento chirurgico, in alcuni casi può significare che il paziente non presentava condizioni sanitarie adeguate per sostenere l’operazione. Questa eventualità non dovrebbe superare il 20 per cento: se la percentuale cresce può essere segno di disorganizzazione e di uso non appropriato delle strutture ospedaliere.

7 Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità i parti cesarei non dovrebbero superare il 15 per cento dei parti totali, trattandosi di operazioni chirurgiche, che andrebbero sempre evitate se non necessarie alla salute del bambino e della mamma.

Anche con riferimento a tale indicatore si è registrata una elevata variabilità. Tra le regioni, le Marche effettuano solo il 13,56 per cento di queste dimissioni, mentre la Campania giunge al 44,58 per cento (picchi estremi di appropriatezza e inappropriatezza). Anche a livello infraregionale sussiste una elevata variabilità, come si evince dall’esempio della regione Puglia: a fronte di una percentuale regionale del 32,74 per cento, le singole strutture regionali oscillano tra una percentuale del 19,84 per cento e una percentuale del 42,15 per cento.

Il terzo ed ultimo esempio è relativo ad un indicatore che misura la qualità clinica dell’assistenza ospedaliera: la percentuale di parti cesarei7.

A riconferma della variabilità, le regioni oscillano tra la percentuale del 23 per cento del Friuli-Venezia Giulia e quella del 61,88 per cento della Campania. Nell’ambito della stessa regione del Friuli-Venezia Giulia, poi, i singoli enti erogatori delle prestazioni oscillano tra il 17,33 per cento e il 35,90 per cento.

In una seconda fase dell’istruttoria, apprezzata la fruttuosità del metodo di misurazione scientifica e la sua capacità di evidenziare su basi oggettive le eccellenze e le criticità del sistema, la Commissione ha deciso di prendere in esame non più indicatori relativi a singole prestazioni, bensì riguardanti interi percorsi terapeutici. Ciò al fine di valutare la completa efficacia, dal punto di vista dell’utente, della intera filiera terapeutica relativa ad una determinata patologia: fase precedente alle acuzie, fase di trattamento delle acuzie e fase post acuzie. 10

Tale seconda fase dell’indagine si è concentrata sui percorsi terapeutici riguardanti due specifici settori: oncologia e salute mentale, approfonditi in riferimento alle regioni Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Molise, Toscana, Umbria, Campania e Calabria.

Anche in questo caso, sul piano metodologico appare preferibile illustrare alcuni degli aspetti salienti emersi dallo studio, rinviando alla visione integrale del documento che sarà oggetto di separata ed apposita pubblicazione.

Nel settore della salute mentale, tra gli indicatori individuati vi era il tasso di utenti maggiorenni attivi presso il Dipartimento di salute mentale nell’anno di stima (2010).

Questo indicatore riflette la prevalenza annuale di utenti che hanno avuto almeno un contatto con i servizi territoriali nell’anno di stima. E’ calcolato come rapporto tra il numero di utenti attivi maggiorenni con patologie psichiatriche residenti nel territorio di competenza del Dipartimento di salute menatale e la popolazione residente maggiorenne X 1.000.

Con riferimento all’anno 2010, il tasso varia dall’11,9‰ nel Lazio al 21,3‰ in Campania. Il valore del Molise è 13,4‰. Non è disponibile il dato dell’Umbria.

Il tasso fornito dalla Calabria fa invece riferimento all’anno 2011, ed assume un valore molto elevato (36,8‰).

La variabilità intraregionale appare molto elevata per la Regione Toscana (3,2‰ - 24,0‰) rispetto alle altre regioni (Lazio 7,19‰ - 16,3 ‰; Emilia Romagna 12,8 ‰ - 21,1‰; Campania 15,4‰ - 31,0‰; Calabria 29,9 ‰ - 48,26 ‰).

Altro indicatore utilizzato nell’approfondimento sulla salute mentale è quello relativo alla prevalenza trattata per schizofrenia e disturbi psicotici.

Questo indicatore riflette la prevalenza annuale di utenti presi in carico dai Servizi territoriali con diagnosi di schizofrenia o disturbo psicotico nell’anno di stima. Con riferimento all’anno 2010, il tasso varia dall’1,1‰ in Toscana fino al 5,0‰ nel Lazio.

Per il Molise il valore è 2.6‰. Il dato non è disponibile per la Calabria e l’Umbria.

La variabilità intraregionale appare molto elevata per la regione Campania (2,9‰ - 9,6‰) rispetto alle altre regioni (Emilia Romagna 3,1‰ - 5,0‰, Lazio 0,6‰ - 3,2‰, Toscana 0,01‰ - 3,0‰).

Dati comparativi sono reperibili per la sola Lombardia, in cui la prevalenza trattata per gli adulti con disturbi schizofrenici è di 3,79/1000.

Può essere utile riportare, quale ultimo esempio dei risultati inerenti l’approfondimento sulla salute mentale, uno degli indicatori di abbandono: quello relativo all’abbandono del 11

trattamento dei pazienti maggiorenni con patologie psichiatriche presi in carico al Centro di salute mentale.

Questo indicatore prevede una valutazione prospettica del numero di contatti successivi alla presa in carico. L’abbandono del trattamento è definito come un numero di contatti annuali inferiore a tre. Il valore globale dell’indicatore è puramente indicativo perché dipende dal case-mix di pazienti in carico.

Si ipotizza, infatti, che il tasso di abbandono debba essere più basso per le patologie gravi, che restano in carico ai servizi di salute mentale, rispetto alle patologie meno gravi, in cui il paziente viene, con maggior probabilità, visto in consulenza e poi seguito dal medico di medicina generale. Con riferimento all’anno 2010, il tasso varia dall’11,5% in Emilia Romagna fino al 47,0% in Molise. Il dato non è disponibile per la Calabria e l’Umbria.

La variabilità intraregionale appare molto elevata per la regione Campania (5,2% - 51,3%) rispetto alle altre regioni (Emilia Romagna 5,1% - 14,1%; Lazio 20,6% - 46,7%; Toscana 21,0% - 57,0%).

Quanto agli indicatori adottati per l’approfondimento del percorso terapeutico nel settore oncologico, essi sono stati individuati al fine di indagare alcune fasi del percorso della mammella e del retto/colon-retto, quella terapeutica e di follow-up, in termini di appropriatezza clinica e continuità assistenziale.

Gli indicatori si riferiscono per lo più agli anni 2009 e 2010.

Tra gli indicatori del percorso oncologico della mammella si riportano di seguito i risultarti del calcolo relativo alla percentuale di donne sottoposte a re-intervento entro quattro mesi dall’intervento di chirurgia conservativa per tumore alla mammella8.

8 Il monitoraggio dei re-interventi effettuati nei quattro mesi successivi al primo intervento può fornire indicazioni sulla qualità dell’atto chirurgico.

Nel confronto tra le regioni si osserva una forbice tra i valori regionali che resta tendenzialmente invariata nei due anni, 2009 e 2010, con un valore medio di 6,12%. Il valore più alto si registra nella regione Emilia-Romagna (8,5%), mentre è particolarmente basso (0,5%) il dato del Molise.

Un altro degli indicatori utilizzati in relazione al percorso del tumore della mammella è quello con il quale si misura se le donne con tumore mammario sottoposte ad intervento conservativo iniziano la radioterapia entro sei mesi dall’intervento9. 12

9 Sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, la chirurgia conservativa della neoplasia mammaria non può prescindere dal trattamento radioterapico, il quale andrebbe effettuato entro tre mesi dall’intervento chirurgico.

10 Il tumore del retto, secondo gli studi clinici, dovrebbe prevedere un approccio multimodale preoperatorio, in grado di determinare una riduzione significativa delle recidive locali rispetto alla sola chirurgia. È in tale prospettiva che va inquadrato il ricorso alla radioterapia preoperatoria.

Nel confronto tra le regioni emerge una forte variabilità, con un valore molto basso del Molise (5%) e un 55% per l’Emilia-Romagna, ed un conseguente dato medio del 29%. Le altre regioni (Calabria, Umbria, Campania, Toscana e Lazio) si posizionano in un intervallo di dieci punti percentuali (fra il 24% e il 33%).

I risultati di alcune Aziende dell’Emilia-Romagna che si attestano su valori superiori al dato regionale allargano la forbice della variabilità nel confronto tra le 94 Aziende sanitarie (dal 4% dell’Asl 5 di Pisa al 90% dell’Asl di Rieti).

Per il secondo settore di approfondimento nell’ambito dell’oncologia, quello relativo ai pazienti con tumore al retto e al colon retto, sono stati individuati quattro indicatori: in questa sede ci si sofferma su quello relativo alla percentuale di pazienti con tumore al retto trattati con radioterapia preoperatoria10.

Nel confronto tra le regioni il valore dell’indicatore assume valori molto simili per le regioni Calabria, Campania, Umbria, Toscana e Lazio (da 13% a 17%).

Sono invece il 25% i pazienti della regione Emilia-Romagna che sono sottoposti a radioterapia preoperatoria, mentre risulta significativamente al di sopra della media il dato del Molise (66%). Nella distribuzione inter-aziendale si osserva che, mentre le Aziende della Emilia-Romagna sono tutte a metà o nella parte alta della distribuzione, maggiore variabilità si osserva all’interno delle altre regioni.

La Commissione ritiene che l’inchiesta, cui si è data in questa sede solo sommaria illustrazione, sia apprezzabile da due diverse angolazioni prospettiche.

In primo luogo, come indagine in senso tradizionale essa ha fornito un quadro oggettivo, ancorché non esaustivo, su i livelli di assistenza assicurati dal Servizio sanitario nazionale in un certo momento storico.

In secondo luogo, come vera e propria meta-indagine, ha mostrato come sia possibile, e quindi doveroso, effettuare misurazioni scientifiche in ambito sanitario, da poter mettere a disposizione dei decisori politici a fini di valutazione ed individuazione delle migliori politiche di settore. 13

Inchiesta su alcuni aspetti della medicina territoriale, con particolare riguardo al funzionamento dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e dei Dipartimenti di salute mentale

Relatori alla Commissione SACCOMANNO e BOSONE

Introduzione

L’inchiesta sui Dipartimenti di salute mentale è stata finalizzata ad una ricognizione sullo stato dei Servizi, mediante sopralluoghi ed audizioni11.

11 La Commissione avrebbe voluto espletare parallelamente anche indagini sui Servizi per le dipendenze, ma la complessità dell’istruttoria sulla salute mentale , e la presenza di numerosi altri filoni di indagine da coltivare, ha indotto a rinviare la trattazione delle tematiche relative ai SerT. L’istruttoria su tale materia, in parte già svolta, potrà essere eventualmente ripresa nel corso della prossima Legislatura.

La Commissione ha operato nella consapevolezza che le conoscenze scientifiche e le pratiche cliniche della psichiatria di oggi, in continua evoluzione a livello internazionale, possono comportare mutamenti e aggiornamenti continui nell’organizzazione dei servizi preposti, nelle politiche sociali di prevenzione della malattia e delle possibili disabilità, negli interventi di sostegno alle famiglie, nonché nelle azioni di difesa dei diritti degli utenti, attraverso la valorizzazione delle competenze della persona e lo sviluppo di idee positive di riorganizzazione del disegno di vita, della cultura dell’auto-mutuo-aiuto e della guarigione.

Nel contesto sanitario italiano, le normative vigenti sulla tutela della salute mentale offrirebbero sufficienti possibilità di attuazione ed organizzazione dei servizi, attraverso la filosofia di cura territoriale, individualizzata e centrata sui luoghi di vita delle persone, come delineata già dalla legge 180: dove l’applicazione della normativa vigente è avvenuta senza indugio e i servizi di salute mentale sono stati realizzati in modo efficiente, gli stessi sono stati valutati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come un modello di eccellenza internazionale; ove ciò non è avvenuto, si sono prodotte lacune, anche gravi, nella rete globale dell’assistenza sanitaria, fino a situazioni di franco degrado.

Peraltro, le diverse declinazioni regionali delle normative nazionali, anche quando legittimamente congrue agli indirizzi generali, hanno comunque prodotto una difformità di servizi sul territorio nazionale, con differenze, anche sostanziali, nelle possibilità di cura del cittadino nel luogo di vita.

Principali criticità emerse : 14

 Le normative nazionali e regionali in materia di tutela della salute mentale ricevono applicazione incompleta e talora difforme tra le diverse Regioni, con deroghe di fatto non sempre correlabili ad impedimenti di carattere economico: ove è presente la disapplicazione delle norme, per disimpegno politico e/o incapacità amministrativa, sono conseguite carenze e difformità negli interventi sociosanitari per la psichiatria a livello regionale e locale. Tra questi, come ben rappresentato da alcune testimonianze di utenti e familiari auditi nell’attività di inchiesta di questa Commissione, si possono citare alcune evidenti criticità: l’apertura solo diurna dei Centri di salute mentale (d’ora in poi CSM), spesso per fasce orarie ridotte, con conseguente ricorso alla domanda di posto letto nell’ambito ospedaliero del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (d’ora in poi SPDC); l’esiguità di interventi territoriali individualizzati ed integrati con il sociale, frequentemente limitati a semplici visite ambulatoriali ogni due/tre mesi per prevalenti prescrizioni farmacologiche; la sopravvivenza, nonostante i processi legislativi di de-istituzionalizzazione, di “comunità ex-art. 26″, con caratteristiche di luoghi privi di valenza riabilitativa e più connotati come “contenitori sociosanitari” della disabilità psicosensoriale; e ancora, l’offerta di ricoveri in cliniche private convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, accessibili anche senza coordinamento da parte dei CSM, che rappresentano l’espansione di modelli di assistenza ospedaliera al di fuori della cultura territoriale dei progetti “obiettivo” e dei “piani” per la salute mentale “post legge 180″.

 Gli organi sanitari di controllo territoriale non sempre garantiscono a sufficienza la loro funzione: peraltro, le Associazioni di utenti e familiari da tempo denunciano questa criticità, soprattutto dove non sono presenti consulte ed organi di controllo specifici per la salute mentale, in cui sia prevista la loro attiva partecipazione. Si rende evidente la necessità di una catena di comando trasparente ed efficiente sulla distribuzione delle responsabilità all’interno dell’organizzazione di ogni ASL e di ciascun Dipartimento di salute mentale (d’ora in poi DSM).

Ciascuna tipologia di struttura, prevista dalle normative vigenti per tutela della salute mentale, evidenzia, in modo diffuso, alcune specifiche disfunzioni, anche rispetto al processo 15

di differenziazione territoriale, tenuto conto dell’esigenza di economicità e di integrazione tra sanitario e sociale, più facilmente attuabile ove presente la valorizzazione e la cooperazione con le Associazioni di volontariato attive sul territorio.

 I DSM, costituitisi da accorpamento di più aree territoriali (ex-Ussl) in ragione di principi di efficacia ed efficienza, spesso differiscono molto tra loro per opportunità di cura e, talora, non riescono neppure ad uniformare l’offerta sanitaria sul loro stesso territorio; ancora pochi, sul territorio nazionale, i programmi sanitari integrati con altre agenzie del settore sociale finalizzati alla prevenzione del disagio psichico nel territorio. Le difficoltà stesse evidenziate nella presa in carico dei pazienti in uscita dagli Ospedali psichiatrici giudiziari (d’ora in poi OPG), ben rappresentano la criticità esistente nei DSM rispetto all’integrazione degli interventi di tutela sanitaria e sociale nella popolazione affetta da disturbi mentali gravi.

 Gli SPDC, uniche strutture presenti dentro l’ospedale, rimangono per la maggior parte luoghi chiusi e con ancora largamente diffuse pratiche di contenzione (talora attuate illegittimamente come se fossero “terapie”), frequentemente privi di possibilità di interventi riabilitativi e sociali, che possano fungere da collegamento con i servizi territoriali come prevenzione della cronicità: molto della cura è affidata alla psicofarmacologia e la qualità della vita dei ricoverati è spesso limitata ai soli bisogni primari (per esempio, frequentemente è fatto divieto, in nome della “sicurezza” del paziente, di quegli effetti personali usati comunemente nella vita quotidiana). I reparti risultano quasi tutti “luoghi chiusi”, non solo per i ricoverati, ma anche, dall’esterno all’interno, per le Associazioni di familiari ed utenti, per il volontariato formalizzato ed informale, a scapito di un “sapere esperienziale” che viene perduto e a scapito di una trasparenza dell’operato sanitario, di cui godono invece tutti quei luoghi sanitari che sono aperti e liberamente frequentati.

 Per quanto attiene i servizi di neuropsichiatria infantile, da sopralluoghi effettuati, emerge una carenza e difformità di presenza dei posti letto ospedalieri e dei servizi territoriali per minori sul territorio, con anche difficoltà di integrazione con i CSM dell’età adulta per il disagio nell’adolescenza; a ciò si aggiunge il dato

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preoccupante del riscontro di fasce di contenzione già applicate ai letti di alcuni reparti neuropsichiatria, quasi come fosse una pratica di uso ricorrente.

 Ad eccezione di alcune realtà sul territorio nazionale, i CSM sono limitatamente aperti solo in modo diurno e per 5 giorni a settimana, scaricando sul Pronto soccorso dell’Ospedale le funzioni di cura specialistica territoriale nelle rimanenti fasce orarie. Spesso l’esiguità di personale, e la mancanza di figure riabilitative, comporta una scarsa risposta ai bisogni dell’utenza nel contesto individuale di vita, con erogazione di attività sanitarie solo di tipo ambulatoriale; le stesse, peraltro, non sono sempre di facile accessibilità alle diverse tipologie dei pazienti, a causa di un’estensione oraria di apertura inferiore alle 12 ore diurne, per tempi di attesa dilatati e per la scarsa differenziazione delle modalità di assunzione in cura secondo la complessità dei bisogni individuali. Come conseguenza, le tipologie delle prestazioni risultano poco o per nulla declinate sulle necessità della persona, a partire dalla disponibilità all’ascolto, mancano il sostegno integrato con il sociale presso il domicilio, l’intervento notturno urgente, la mediazione familiare in situazione di crisi. L’esiguità di tali opportunità di intervento, personalizzato e domiciliare, risulta essere tanto più rilevante se a scapito delle famiglie più bisognose per problemi psicopatologici gravi e complessi. Ed anche il ricorso al trattamento sanitario obbligatorio (d’ora in poi TSO), in alcuni casi, è sintomo di carenza di offerta e/o di incapacità di intercettare il disagio mentale sul nascere, di assenza di azioni di tipo preventivo dell’acuzie potenzialmente efficaci; analoga considerazione suscita costatazione delle difficoltà dei CSM di occuparsi delle necessità psichiatriche della popolazione detenuta, considerata anche la carenza di idonei reparti di osservazione psichiatrica nelle carceri. A tale riguardo è emblematico il caso di un giovane paziente, autore di reato, che è stato internato in Ospedale psichiatrico giudiziario per l’esecuzione di un TSO.

 Le Strutture “intermedie”, riassumibili nel termine generico di “comunità riabilitative”, rappresentano una criticità importante della situazione della psichiatria italiana territoriale post legge 180. Ogni Regione, concluso il superamento degli ex Ospedali psichiatrici, ha autorizzato molteplici, e diverse tra loro, strutture psichiatriche riabilitative, molto onerose dal punto di vista economico sul bilancio complessivo dei DSM e “non-efficienti” in termini di esito,

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oltre che di processo. Presentano, per la maggior parte, le seguenti problematiche: in primis, un ridottissimo “turnover” dei ricoveri, con situazioni di istituzionalizzazione sanitaria di seconda generazione, spesso connotate da scarsa consistenza di interventi realmente socio-riabilitativi di reintegro del paziente nel contesto territoriale di vita, a fronte di un dichiarato e/o reale alto tenore sanitario di attività cliniche interne alle Strutture stesse; scarse sono ancora le possibilità di inserimento lavorativo; non così comuni sono le esperienze di gruppi-appartamento in mutuo-aiuto, di natura sociale, che risultano più funzionali solo dove esiste anche un sostegno da parte dei CSM. In conseguenza dell’espansione residenziale sanitaria e di scarse possibilità di dimissione dei pazienti accolti, le ASL e le Regioni finiscono per attuare deroghe di fatto alle normative nazionali, nonché regionali, sui tempi di ricovero, sulle dotazioni strutturali e di personale specialistico; e a seguire, anche i controlli su questo ambito sono, in alcuni casi, divenuti superficiali, quando non inesistenti. Ad oggi, molte diventano contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica, contrariamente alle finalità dichiarate, con conseguenti fenomeni di “wandering” istituzionale tra luoghi di ricovero; alcune diventano perfino strutture indecenti “per un Paese appena civile”. Infine, come situazione paradossale rispetto a quanto sopra evidenziato, vi è una carenza di strutture semiresidenziali e residenziali per la cura dei disturbi psicopatologici più gravi delle fasce adolescenziali, che non possono trovare risposta nelle strutture per gli adulti e che necessitano di ampio approccio multidisciplinare e di un diretto coinvolgimento familiare nell’assunzione in cura. Il quadro evidenziato impone una profonda riflessione della “Comunità” scientifica sulla situazione dell’assistenza psichiatrica italiana, preferibile a proposte integrative di legge, soprattutto in ragione del fatto che la riabilitazione del malato psichiatrico non possa, in alcun caso, tradursi in un’ospedalizzazione, più spesso realizzata con implementazione del privato convenzionato, per mancanza di servizi idonei sul territorio.

Proposte d’intervento

Prevenzione

 Il maggiore intervento sanitario deve essere di tipo preventivo del disagio, affidato ai CSM negli aspetti di coordinamento, a cui spetta anche la centralità della cura

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ove occorra, in quanto strutture territoriali più vicine ai luoghi di vita. È pensiero diffuso in ambito europeo che attraverso il collegamento con i servizi di neuropsichiatria infantile e attraverso politiche sociali si possa concretizzare la capacità di intercettare le problematiche emergenti sul nascere, al fine di ridurre la prevalenza di malattia, disabilità e cronicità, da cui origina anche lo “stigma” di chi è sofferente.

LEA e DRG di percorso - CSM h24

 Gli interventi sanitari e sociali devono essere più integrati e individualizzati per contenuti e risorse, attraverso una revisione dei LEA e l’istituzione di DRG di percorso, in cui l’intervento sanitario e sociale possa non essere più omologato per tipologia di struttura: l’approccio integrato deve tradursi in una valorizzazione e remunerazione economica dell’intero percorso di cura del paziente, superando il concetto di rimborso per singola prestazione e/o per diagnosi. Programmi di cura psicosociale, in cui possano essere rappresentati e coordinati interventi ambulatoriali, domiciliari, residenziali e/o ospedalieri secondo le esigenze individuali, consentirebbero di non confinare i diversi problemi psicopatologici, e i pazienti che ne sono affetti, per “singoli luoghi”, a scapito degli abituali ambiti territoriali di vita. Tale approccio consentirebbe di riqualificare tutte quelle situazioni di residenzialità “pseudo-riabilitativa”, rilevate sul territorio nazionale, che non si pongono obiettivi temporali. Qualora occorresse, potrebbero essere implementati, o istituiti ove non presenti, posti letto accessibili sulle 24 ore nei CSM territoriali, al fine anche di ridurre il ricorso all’ospedalizzazione in SPDC delle situazioni acute e subacute: a tal fine, nei CSM dovrebbero concentrarsi interventi di implementazione del coinvolgimento della rete sociale nel contesto di vita del paziente, il supporto dell’associazionismo no-profit che opera nella salute mentale, e soprattutto l’offerta di opportunità di inserimento lavorativo nelle forme più idonee ai diversi livelli di disabilità psichica.

Potenziamento delle capacità dell’utente.

 La programmazione sanitaria psichiatrica deve essere finalizzata alla valorizzazione delle competenze della persona, attraverso il sostegno di aspettative positive di riorganizzazione della vita dell’individuo, della cultura dell’auto-

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mutuo-aiuto e della possibilità di guarigione, con rispetto della libertà di scelta del paziente ove possibile; a tal fine, serve un implementazione della partecipazione attiva degli utenti e familiari nei Servizi.

 I TSO non devono sottendere comportamenti di medicina difensiva, al fine di evitare il rischio di un ritorno nascosto del mandato di controllo sociale caratteristico dell’era manicomiale: la psichiatria italiana, per legge, non si occupa della pericolosità sociale, ma le modalità brutali di esecuzione di alcuni T.S.O. rappresentano sicuramente l’immagine di “pensiero custodialistico”, che si ripresenta ogni qualvolta un’acuzie psicopatologica viene affrontata più per ridurne i comportamenti devianti che per farsi carico della sofferenza della persona: al fine di evitare ciò, è fondamentale il collegamento con la Medicina di base sul territorio, soprattutto nelle situazioni psicopatologiche critiche quali sono quelle che legittimano un TSO. Appare utile ricordare in questa sede, come esempio di cosa possa accadere se venisse meno questa attenzione, la drammatica vicenda di un paziente che, in stato di scompenso psicopatologico, inseguito dalla Forza Pubblica per sfuggire ad un’ordinanza di TSO, ha preferito gettarsi in mare. Parimenti, in difesa dei diritti del paziente anche in situazione di trattamento sanitario coatto, la nomina di un amministratore di sostegno dovrebbe avvenire d’ufficio all’atto della trasmissione degli atti al Giudice Tutelare (con incarico di supportare le volontà dell’utente durante l’esecuzione del TSO).

Interventi sul Servizio psichiatrico di diagnosi e cura.

In sintesi, alcuni interventi “minimi e sufficienti”:

 Obbligo di prestazioni riabilitative psicosociali precoci, già in fase acuta, già durante la degenza; miglioramento delle condizioni ambientali di vita per i degenti, con puntuale verifica attraverso strumenti di “customer sastisfaction” di utenti e familiari.

 Contenimento del fenomeno di espansione dei letti ospedalieri, sia pubblici che privati, a favore di una implementazione di posti-letto nei CSM, aperti nelle 24 ore, anche per interventi territoriali in situazioni d’urgenza.

 Contenzioni fisiche: il tema delle “contenzioni” è già stato affrontato da questa Commissione, con specifico approfondimento, in occasione della relazione sulle

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condizioni di vita degli internati in OPG e CCC, alla cui lettura si rimanda per un inquadramento delle responsabilità e dei limiti nell’ordinamento giuridico rispetto a tali atti. Tuttavia, in ragione del riscontro di un’ampia diffusione di pratiche contenitive negli SPDC, si impone la necessità di rigorosi protocolli di prevenzione delle stesse (tra cui, il divieto di fasce contenitive già applicate ai letti); se disposti interventi temporanei di contenzione fisica in caso di necessità, perché fallite tutte le azioni preventive o alternative possibili ed esclusivamente per finalità terapeutica, l’attuazione degli stessi dovrebbe essere documentata in apposito registro, vidimato e distribuito dalle Aziende sanitarie locali, con indicazione delle motivazioni e modalità di restrizione della libertà del paziente. Di ogni intervento documentato dovrebbe essere redatta duplice copia, una delle quali dovrebbe restare agli atti della struttura sanitaria, mentre la restante dovrebbe essere trasmessa all’ASL. Una prassi di tal genere consentirebbe il monitoraggio del fenomeno analogamente a quanto accade nella segnalazione degli eventi avversi ospedalieri, con dissuasione dagli abusi.

 Contenzioni ambientali: gli SPDC dovrebbero essere organizzati come luoghi “aperti”, no-restaint, ove si dovrebbero istituire aree graduali di intensità assistenziale sanitaria e riabilitativa per l’utenza, con previsione in ogni reparto anche di una stanza protetta da sorveglianza diretta e continua.

Norme per la terapia elettroconvulsivante (ETC)

Alla luce della giurisprudenza costituzionale e dei dati scientifici, devono essere introdotte, in modo cogente, le seguenti prescrizioni:

 regolamentazione più rigorosa delle indicazioni d’uso, ove scientificamente e clinicamente accertata l’inefficacia della terapia psicofarmacologia, con divieto di prescrizione “off-label”.

 modalità d’uso: solo in sala operatoria (non in SPDC), in presidi dove è situata una divisione di anestesia.

 obbligo di nulla-osta neurologico in via preliminare e di follow-up neuropsicologico per il monitoraggio degli eventi avversi e per definire, caso per caso, il numero massimo di esposizione ai cicli ETC nel percorso di cura della persona.

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Interventi di riconversione della residenzialita’ riabilitativa, attraverso il finanziamento di DRG di percorso individualizzato a partecipazione mista sanitaria e sociale:

E’ auspicabile una riconversione dell’esistente panorama della residenzialità riabilitative, per la maggior parte con ricoveri ad alto tenore sanitario e a tempo indeterminato, attraverso tipologie di strutture omologabili sul territorio nazionale, sostenibili a livello finanziario attraverso DRG di percorso individualizzato e a partecipazione mista sanitaria-sociale.

In ogni luogo, la residenzialità riabilitativa dovrebbe essere posta sotto il monitoraggio costante dei CSM, sia in atti di indirizzo declinati secondo le esigenze territoriali, che di controllo dell’attività clinica, nei contenuti e nei tempi per ciascun paziente. A titolo solo esemplificativo, ispirandosi a realtà già esistenti, si potrebbero ipotizzare alcune soluzioni graduate secondo diverso bisogno sanitario e sociale dell’utente nel proprio percorso di cura ed assistenza :

 comunità sanitarie riabilitative, che dovrebbero essere finalizzate ad azioni di integrazione sociale, strutture per le quali dovrebbe essere prevista una degenza della durata massima di un anno, con presenza di personale sanitario e psico-socio-educativo sulle 24 ore; ad implementazione del personale professionale, dovrebbero essere previsti ambiti di coinvolgimento di pazienti e familiari, con anche ruoli di impiego retribuito nella gestione assistenziale della comunità se organizzati secondo modelli di mutuo-aiuto, come già sperimentato sul territorio nazionale, in quanto portatori di “sapere esperienziale”.

 soluzioni residenziali, per ospitalità temporanea secondo le necessità individuali, con caratteristiche abitative di edilizia civile, organizzati in piccoli appartamenti, a diversificata offerta socio-assistenziale e sanitaria sulle 24 ore, gestiti da personale assistenziale ed educativo professionalmente formato in ambito psichiatrico.

 case-famiglia, senza vincoli temporali di permanenza, come tipologia di alloggi non-sanitarizzati, dotati di posti-letto non superiori ai sei, che potrebbero essere gestiti da poche e stabili figure professionali, con competenze socio-assistenziali, ma preventivamente formate rispetto alle problematiche dei disturbi psichici e disponibili ad un rapporto di convivenza con l’utenza.

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 gruppi-appartamento, con caratteristiche dell’edilizia civile, dotati di posti-letto non superiori ai sei, la cui gestione assistenziale potrebbe essere totalmente affidata a pazienti e familiari organizzati in ambito associazionistico e/o secondo modelli di mutuo-aiuto, capaci di tradurre in attività di servizio il proprio “sapere esperienziale”; per tale tipologia non sarebbe necessaria la presenza di personale sanitario ed i requisiti minimi di funzionamento dovrebbero garantire solo una offerta socio-assistenziale di supporto alle attività della vita quotidiana dei disabili psichici.

Al termine di un programma di cura residenziale, deve essere previsto un prosieguo del trattamento riabilitativo ed assistenziale da parte del CSM sul territorio, anche in famiglia, con sostegno e visite domiciliari attraverso un percorso socio-sanitario unico ed integrato.

Infine, per quanto concerne l’area dei minori, per garantire possibilità di intervento sanitario non solo ospedaliero, dovrebbero essere riqualificate ed implementate comunità socio-riabilitative, per temporanei percorsi di cura sanitaria nelle situazioni in cui non possono essere affrontati, da subito, interventi nel contesto di vita e in ambito familiare.

Al contempo, appare necessario adeguare il numero di posti letto nel settore della neuropsichiatria infantile, al fine di colmare le lacune che, secondo le risultanze dell’inchiesta, caratterizzano l’offerta assistenziale in tale delicato settore. 23

Inchiesta sul ricorso alle consulenze esterne nel settore sanitario

Relatori alla Commissione MAZZARACCHIO e ASTORE12

12 Il senatore ASTORE si e’ dimesso da relatore in data 13 gennaio 2010.

L’inchiesta sul ricorso alle consulenze esterne nel settore sanitario è stata avviata sulla scorta della specifica attenzione dedicata a questo tema dalla Corte dei Conti, al fine di individuare l’entità del fenomeno e verificare l’esistenza di eventuali spechi di risorse nell’ambito specifico del Servizio sanitario nazionale.

È emerso, nel corso delle successive indagini, che circa il 10 % delle sentenze emesse dalla Corte dei Conti nel triennio 2006 - 2008 e relative all’amministrazione sanitaria riguardano le consulenze e gli incarichi esterni (segnatamente: sono state 28 pronunce su 280).

I vizi più frequentemente riscontrati dalla Corte dei conti sono: la genericità dell’incarico; la mancanza dei motivi per i quali è stata scelta una persona piuttosto che un’altra, in assenza di una specifica professionalità della persona incaricata; conferimento di incarichi per attività che possono essere svolte da parte delle strutture interne; mancanza di un documento conclusivo dal quale risulti il tipo di attività svolta.

Confermano e integrano tali risultanze i dati sulle principali irregolarità in materia di consulenze, desumibili dall’esame dei verbali redatti dai collegi sindacali presso le Aziende sanitarie ed ospedaliere. È emerso che le fattispecie più ricorrenti sono: illegittimo conferimento di incarichi libero-professionali; illegittimi affidamenti di incarichi per attività di consulenza in materia contabile e tributaria; ingiustificate proroghe di contratti di consulenza; mancata attuazione di procedure selettive nella scelta dei consulenti; ricorso a consulenze anche in presenza di professionalità interne all’Azienda.

Quanto all’incidenza delle consulenze esterne sui problemi finanziari dei servizi sanitari regionali, è emerso che, nell’opinione della stessa Corte dei conti, ” non è da lì che nascono i disavanzi”, pur trattandosi di un fenomeno di costume da perseguire e condannare, in quanto foriero di sprechi di risorse.

Ad esempio, è stato accertato che nel 2008 la spesa sanitaria ha raggiunto un importo di circa 148 miliardi, rispetto ai quali le consulenze ammontano a 790 milioni, pari a circa lo 0,50 per cento della spesa sanitaria complessiva. 24

Sul piano dell’efficacia della normativa attualmente vigente, a fini di contrasto degli sprechi di risorse, è emerso che andrebbe prevista espressamente la utilizzabilità, da parte delle Procure della Corte dei conti, dei dati resi disponibili dagli obblighi di comunicazione e monitoraggio degli incarichi, e dalle altre forme di pubblicità, in quanto allo stato non è possibile instaurare su tali basi giudizi di responsabilità erariale.

Un altro aspetto saliente, che merita di essere riportato, è quello relativo al collegamento tra ricorso agli incarichi esterni e blocco del turn over di personale: sono stati rilevati dei casi nei quali si è cercato di ovviare attraverso il ricorso a forme di collaborazione a carenze di personale interno.

In alcuni di questi casi la Corte dei conti ha ritenuto di non condannare chi aveva fatto ricorso a tali forme di collaborazione, per difetto di colpa grave.

Tra le difficoltà che si incontrano, nel contrasto al ricorso eccessivo alle consulenze esterne, vi sono anche rigidità di tipo costituzionale, che non consentono, in base al titolo V novellato della Costituzione, di porre limiti specifici a questo tipo di spesa regionale, pena la lesione della sfera di autonomia spettante alle Regioni.

Appare utile, infine, riportare una breve rassegna di casi concreti giunti all’attenzione della magistratura contabile, che mostra come le irregolarità siano diffuse sul territorio nazionale e con aspetti patologici ricorrenti.

La prima vicenda è relativa alla regione Lombardia e riguarda due incarichi di studio per la fattibilità gestionale della “casa della salute”. Si è ritenuto, da parte della Corte dei conti, che questo incarico non fosse corrispondente ai criteri previsti dalla legge, data la sua genericità, la mancata comparazione dei curricula (vale a dire che nell’affidare l’incarico non è stato seguito un procedimento ad evidenza pubblica per individuare le varie professionalità che potevano essere necessarie e quindi fare una scelta), la mancata valutazione degli elaborati (nel senso che non si sa esattamente che cosa abbiano fatto i consulenti a conclusione di questo incarico) e infine la mancata utilizzazione dei risultati.

La seconda vicenda riguarda la Regione Lazio e, in questo caso, l’oggetto della consulenza era lo studio sulla “verifica delle procedure di appalto”. Secondo la Corte dei conti difettavano i requisiti di straordinarietà e necessità per conferire tale consulenza - classificata come globale e non specifica - e si trattava di attività ordinaria che poteva essere assolta attraverso le strutture interne. 25

La terza vicenda riguarda la Regione Campania ed è relativa a numerosi incarichi conferiti per costituire il sistema di contabilità analitica di programmazione e controllo. Si è ritenuto, da parte dei giudici contabili, che si trattasse di compiti delle strutture interne (è stata rilevata una reiterazione plurima di contenuti identici, mentre queste consulenze devono avere carattere non ripetitivo in quanto richieste per far fronte ad eventi straordinari ed eccezionali) e che la motivazione fosse sostanzialmente formale e pretestuosa.

Altra vicenda riguarda la Regione Toscana, in relazione a una consulenza per la “dislocazione dell’edificio azienda”. Anche in questo caso non vi è stata una valutazione comparativa delle offerte. Si è poi ritenuto che il compito fosse relativo all’attività tipica delle strutture interne e che, sostanzialmente, fosse una consulenza non utile in quanto la dislocazione era già stata decisa in base al contratto preliminare.

Non è stata rilevata una particolare professionalità nei confronti dell’incaricato e, oltretutto, è stata riscontrata la mancata competenza del direttore amministrativo in quanto non poteva spettare a lui l’attribuzione di questa consulenza che doveva essere effettuata dal direttore generale.

Nella Regione Calabria sono stati riscontrati diversi incarichi a giornalisti per curare la rassegna stampa e tenere le pubbliche relazioni. I vizi rilevati sono la genericità dell’incarico, la non necessità in quanto per questo tipo di attività potevano provvedere le strutture interne, la mancanza di particolare professionalità nei confronti dell’assegnatario dell’incarico e l’eccessiva durata in quanto sono stati rilevati continui rinnovi degli stessi incarichi. 26

Inchiesta sulle condizioni strutturali degli ospedali collocati in zone a rischio sismico o di diversa natura

Relatori alla Commissione CALABRO’ e BIONDELLI

L’inchiesta è stata avviata dalla Commissione a seguito del grave sisma che ha colpito la città di l’Aquila in Abruzzo, che determinò anche rilevanti lesioni e un conseguente stato di non operatività del locale Ospedale “San Salvatore”. La finalità della Commissione era quella di acquisire elementi conoscitivi in ordine alle condizioni strutturali degli ospedali ubicati in zona a rischio sismico.

Nella prima fase dell’istruttoria, la Commissione ha acquisito elementi di conoscenza circa la vulnerabilità sismica degli ospedali italiani. In tale ambito, la Commissione ha accertato che i sistemi costruttivi utilizzati in Italia per l’edilizia sanitaria sono sostanzialmente due, la muratura (prevalentemente in edifici storici) e le strutture intelaiate in cemento armato. Gli edifici storici in muratura realizzati prima di qualsiasi prescrizione normativa antisismica presentano risposte agli eventi sismici che derivano dallo stato di conservazione e dagli interventi edilizi che si sono succeduti nel tempo, oltre che dalla pericolosità sismica del sito. Invece, per gli edifici in cemento armato, è rilevante l’epoca di costruzione: gli edifici antecedenti al 1974 sono stati progettati essenzialmente per resistere alle azioni verticali e pertanto, ove siano ubicati in una zona pericolosa dal punto di vista sismico, non ne è garantito l’idoneo comportamento in caso di evento sismico; gli edifici in cemento armato progettati dopo il 1974 sono stati edificati adottando criteri più idonei per le azioni orizzontali indotte dal sisma.

Dopo il 1996 invece, sono stati introdotti, per la progettazione degli edifici di primaria importanza come gli ospedali, dei criteri finalizzati a limitare anche il danneggiamento delle parti non strutturali e degli impianti.

Questa evoluzione fa emergere un quadro nazionale che evidenzia una diffusa vetustà delle strutture ospedaliere esistenti.

Nel censimento effettuato nel 2001, su circa 1.000 presidi, risultava che circa il 65 per cento era stato costruito prima del 1970 (di cui il 15 per cento prima del 1900 e il 20 per cento 27

tra il 1900 e il 1940), il 20 per cento tra il 1971 e il 1990 e solamente il 15 per cento dopo il 1991.

Solo dal 2008, anno in cui è entrato in vigore il Testo Unico sulle norme tecniche per le costruzioni, la valutazione progettuale della risposta sismica è stata rapportata alle prestazioni attese, riferita cioè non solo alla capacità di evitare crolli, perdite di equilibrio e dissesti gravi, ma anche alla capacità di garantire le prestazioni previste nel corso dell’evento sismico.

Come detto, per quanto riguarda gli aspetti relativi alle tecnologie con le quali sono stati costruiti i nostri ospedali, esistono due criteri di costruzione che si sono sviluppati nel corso degli anni. Alcuni dei nostri ospedali sono monumenti nazionali, vincolati anche dal punto di vista dei beni culturali proprio perché sono stati costruiti nei secoli passati. Si tratta soprattutto di edifici in muratura che, paradossalmente, in certe situazioni hanno dimostrato di reggere ad un terremoto anche meglio rispetto ad altri nosocomi, magari costruiti in cemento armato nel corso degli ultimi 50-60 anni. Quindi, se in linea generale si può sostenere che il rischio sismico dovrebbe essere minore per gli ospedali costruiti negli ultimi 50-60 anni, di fatto non sempre è così perché le modalità di costruzione utilizzate nei secoli passati tenevano conto anche della storia sismica del territorio e di fatto, in alcuni casi, gli edifici erano realizzati meglio rispetto a quelli costruiti nel corso degli ultimi decenni.

Per quanto riguarda la situazione degli edifici ospedalieri, ancorché in mancanza di una cifra esatta, le strutture che necessitano di una pluralità di interventi, che sarebbero strategiche in base alla loro localizzazione in zone ad alto rischio sismico dato che costituiscono un punto di riferimento per la gestione di eventuali situazioni di emergenza post evento, non sono meno di 500. Sono strutture distribuite soprattutto lungo l’arco appenninico, nella zona dell’Italia centrale ma soprattutto meridionale, in particolare in Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Per quanto concerne il tema della vulnerabilità strutturale dei presidi ospedalieri, in relazione al rischio sismico, è emerso quanto segue. Le verifiche per la riduzione del rischio sismico sono state introdotte dall’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 del 2003 e per esse sono stati assegnati finanziamenti con la legge n. 326 del 2003 (Istituzione di un Fondo per interventi straordinari). I finanziamenti sono stati utilizzati secondo le disposizioni dell’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3362 del 2004, relativa 28

alle Regioni, e dell’ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3376 del 2004, relativa alle amministrazioni centrali.

Il Ministero della salute, coinvolto nell’operazione di programmazione delle verifiche richieste dalla citata ordinanza n. 3274 del 2003, risulta aver esteso la propria attenzione a tutto il patrimonio ospedaliero pubblico, interpellando le Regioni per offrire un sostegno finanziario per il settore, aggiuntivo rispetto a quanto assegnato alle Regioni medesime ai sensi dell’ordinanza n. 3362 del 2004.

Le richieste regionali selezionate, relative a ospedali soggetti ad elevato rischio (sedi di DEA o di PS) e nella rete dell’assistenza sanitaria regionale, hanno dato luogo a finanziamenti per verifiche su ospedali pari a circa 3 milioni e mezzo di euro, e ad erogazioni effettive per oltre 2 milioni di euro.

Gli esiti delle verifiche così attivate, così come gli esiti delle verifiche finanziate con fondi regionali, devono essere comunicati al Dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri, secondo modelli di rendicontazione che evidenziano il livello di rischio. La raccolta dei dati relativi alle verifiche finanziate, tuttavia, non risultava ancora completata alla data del 10 giugno 2009.

La Commissione ha ottenuto però informazioni relative a 200 verifiche che sono state completate su altrettanti edifici ospedalieri. Per quanto riguarda l’epoca di progettazione degli edifici, risulta che il 16 per cento degli edifici è stato progettato prima del 1934; il 31 per cento tra il 1935 e il 1961 (quindi circa la metà degli edifici italiani sono stati progettati prima del 1961); il 28 per cento tra il 1962 e il 1973; il 17 per cento tra il 1974 e il 1983 e solo l’8 per cento dopo il 1983. Le date citate corrispondono a passi successivi compiuti in materia di normative tecniche antisismiche, adottate nel passato secolo sempre dopo qualche terremoto di notevole importanza e che però non sempre sono state rispettate. Solo l’8 per cento di tutti gli edifici ospedalieri italiani è stato progettato dal 1983 ad oggi: la stragrande maggioranza risale quindi a periodi antecedenti alla adozione della normativa antisismica dal 1983.

Anche in relazione all’anno di ultimazione dei lavori emerge il lungo lasso di tempo che intercorre tra la progettazione e l’ultimazione dei lavori. Solo nel 2 per cento dei casi intercorrono meno di due anni, ma probabilmente si tratta di epoche lontanissime, quando si costruiva molto più rapidamente che negli ultimi anni. Nel 25 per cento dei casi tra la progettazione e l’ultimazione dei lavori intercorrono invece dai due ai tre anni e nel 31 per 29

cento tra i quattro e i sette anni. Infine, nel 30 per cento dei casi ci sono voluti più di otto anni per riuscire ad ultimare un ospedale che era stato progettato anzitempo.

Per quanto riguarda la tipologia costruttiva e sempre in relazione al campione di cui stiamo parlando, il 62 per cento degli ospedali è stato costruito in calcestruzzo armato, il 23 per cento in muratura, il 13 per cento in calcestruzzo-muratura combinato e il residuo 2 per cento è coperto da prefabbricato e acciaio. Nell’ambito degli edifici che sono stati presi in esame, tuttavia, la stragrande maggioranza - il 93 per cento - è collocata nella seconda zona sismica e non in quella rossa di grande pericolosità.

Solo il 7 per cento è nella zona 1 e il 93 per cento, come detto, si trova invece in una zona di rischio sismico non elevatissimo, che peraltro è quella dove si continuano a registrare la maggior parte dei terremoti che hanno riguardato la storia del nostro Paese, almeno nell’ultimo decennio.

Per valutare l’adeguatezza sismica degli edifici la Protezione civile usa valori che vanno da 0 a 1: gli indicatori al di sotto dello 0,2 indicano gravi deficienze, quelli compresi tra lo 0,2 e lo 0,8 indicano carenze di gravità decrescente, mentre i valori al di sopra dello 0,8 corrispondono a un’adeguatezza quasi completa degli edifici.

Ciò significa che l’edificio che ha un valore di adeguatezza pari a 0 è l’edificio più a rischio, mentre l’edificio con un valore di adeguatezza pari a 1 è l’edificio più sicuro. L’indicatore di rischio viene misurato secondo quelli che sono criteri specifici per questi edifici: viene cioè indicato il criterio di stato limite di collasso (che è il comportamento di un edificio di fronte a un terremoto molto violento, ma comunque estremamente raro), lo stato limite di danno severo (che viene misurato quando il terremoto è comunque significativo, ma non violentissimo), lo stato limite di danno limitato (quando il terremoto rispetto a cui si effettua la verifica è poco severo e abbastanza frequente). Quindi, lo stato limite di collasso indica il comportamento degli edifici in caso di terremoto davvero devastante. In questo caso il 75 per cento degli edifici verificati presenterebbe un indicatore di rischio di stato limite di collasso compreso tra lo 0 e lo 0,2, quindi carenze gravissime. Se cioè si verificasse un terremoto particolarmente violento con magnitudo superiore a 6,2-6,3, il 75 per cento degli edifici che sono stati verificati crollerebbe.

In situazioni di stato limite di danno severo, quindi in caso di terremoto sicuramente severo ma raro con intensità non estremamente forte, è emerso, sulla base delle indagini, che 30

circa il 60 per cento degli edifici presenterebbe un indicatore di rischio di stato limite di danno severo compreso tra lo 0 e lo 0,2 quindi, ancora carenze molto gravi.

Pertanto , riassumendo, si manifesta il 75 per cento di carenze gravi per terremoti molto forti e il 60 per cento di carenze per terremoti abbastanza importanti (ossia un terremoto di intensità 6 della scala Richter).

Lo stato limite di danno limitato classifica i casi in cui si manifestano terremoti di intensità pari a 5-5,5.

Risulta che nella situazione di danno limitato, che si presenta in occasione di terremoti frequenti ma non violentissimi, la risposta degli edifici sarebbe leggermente migliore rispetto alle due situazioni già citate.

Si riporta nelle pagine seguenti la tabella che riproduce i risultati analitici delle verifiche effettuate dalla Protezione civile sul predetto campione di 200 ospedali.

È opportuno ricordare che valori al di sotto di 0,2 indicano gravi deficienze, valori compresi tra 0,2 e 0,8 indicano carenze di gravità decrescente e valori superiori a 0,8 indicano una situazione di adeguatezza.

Si fa presente, inoltre, che la sigla au indica il rischio di collasso, mentre quella ae indica il rischio di inagibilità. 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41

Inchiesta sui fenomeni di corruzione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale

Relatori alla Commissione BIANCONI e COSENTINO

La Commissione ha avviato il filone di inchiesta in titolo per individuare i meccanismi e le prassi amministrative che, favorendo l’insorgenza di fenomeni di corruzione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, determinano condizioni di inefficacia ed inefficienza nell’erogazione dei servizi di salute e sprechi di risorse pubbliche.

Il termine “corruzione” è stato costantemente inteso in senso ampio e volutamente atecnico, con riferimento a tutte le condotte illecite generatrici di mala gestio della sanità.

La Commissione ha inoltre tenuto come stella polare i principi di separazione e di leale collaborazione tra Poteri, ribadendo costantemente, anche nell’ambito dei frequenti rapporti con l’Autorità giudiziaria, il proprio intendimento di non entrare nel merito di valutazioni sulle responsabilità giuridiche di singole persone.

La Commissione ha dedicato alla indagine in discorso 33 sedute, nell’ambito delle quali ha focalizzato la propria attenzione su alcuni temi, apparsi di particolare rilievo: problematiche relative ai contratti di acquisto di beni e servizi; problematiche relative al sistema ed alla prassi di gestione dei rapporti con le strutture sanitarie private accreditate; modalità di nomina dei direttori e dei dirigenti sanitari e connesse problematiche attinenti al rapporto tra politica ed amministrazione.

L’anticipata fine della legislatura non ha consentito di meditare ed elaborare adeguatamente l’ampia istruttoria svolta, pertanto la Commissione si limita in questa sede ad una sommaria esposizione delle risultanze d’indagine.

Si enumerano di seguito le principali criticità emerse con riferimento alle procedure di acquisto di beni e servizi.

Nella fase di scelta del contraente, anche quando si rispetti l’obbligo di espletamento di formali gare concorsuali, si pongono talora in essere condotte tese a favorire uno soltanto dei concorrenti, ad esempio rendendo eccessivamente restrittiva l’ammissione alla gara, in modo da rendere possibile la partecipazione solo ad uno o a pochi concorrenti; oppure manipolando ai medesimi fini le parti tecniche del capitolato; oppure formulando il bando concorsuale in modo da rendere soltanto apparente la definizione dei quantitativi e del prezzo di gara, in 42

realtà modificabili, nella sostanza, durante l’esecuzione del contratto; ovvero, ancora, in casi limite, mediante diretta predisposizione del bando di gara da parte dell’imprenditore favorito, il quale, attraverso i suoi tecnici, redige materialmente l’atto per poi farlo pervenire al funzionario pubblico competente, direttamente o per il tramite di superiori gerarchici o politici interessati.

Talora nella fase di scelta del contraente la procedura di gara viene completamente omessa, ricorrendo a forme di trattativa privata diretta mediante affermazione di una supposta infungibilità del prodotto o del servizio da acquisire. Altre tecniche sovente utilizzate per affidamenti diretti al di fuori dei casi previsti dalla legge sono le proroghe reiterate di contratti in origine stipulati con procedure di evidenza pubblica, che nascondono in realtà nuovi affidamenti senza gara.

Anche nella fase di esecuzione del contratto, la Commissione ha appurato l’esistenza di diverse e diffuse patologie: mancanza di controlli sulla correttezza della prestazione, sia con riguardo agli aspetti quantitativi che a quelli qualitativi; fatturazioni plurime delle medesime prestazioni; sollecitudine nel pagamento dei fornitori favoriti e ritardo sistematico nel pagamento degli altri; ricorso frequente a transazioni attraverso le quali, col pretesto di far cessare o non far insorgere una controversia giuridica, l’Amministrazione sanitaria fa concessioni che avvantaggiano notevolmente il fornitore privato.

Per ciò che attiene ai rapporti tra Servizio sanitario nazionale e strutture sanitarie accreditate, sono emerse soprattutto criticità legate all’assenza di controlli in ordine alla qualità e all’appropriatezza delle prestazioni sanitarie.

Un esempio tipico delle distorsioni derivanti da tale carenza di controlli è costituito dalla gestione della riabilitazione psichiatrica in intere zone del Paese, che la Commissione ha indagato sotto diversi profili sino a giungere, in alcuni casi, a determinare la chiusura di strutture nelle quali si realizzavano non solo sprechi di risorse pubbliche, dovuti all’altissimo tasso di inappropriatezza, ma anche gravi pregiudizi alla salute ed alla dignità dei pazienti.

Quanto alle modalità di nomina di direttori e dirigenti sanitari, va preliminarmente osservato che tale tematica costituisce il tratto d’unione delle altre due dianzi evocate, dal momento che la mancanza di autonomia dell’amministrazione sanitaria, a fronte delle spinte che possono talora derivare dalla politica, in un settore dove si spende la gran parte delle 43

risorse pubbliche a livello regionale, è certamente concausa delle cattive gestioni, sia degli acquisti che dei rapporti con gli erogatori del privato accreditato.

Dall’istruttoria svolta dalla Commissione è emersa la necessità di introdurre normative che valorizzino l’autonomia dell’azienda sanitaria dalla politica, attraverso l’individuazione di criteri di selezione del direttore generale funzionali a tale obiettivo e basati unicamente sulla ricerca del merito, inteso come possesso di adeguata qualificazione tecnico-professionale.

A tale riguardo, appare opportuno ricordare che, anche nella giurisprudenza della Corte costituzionale, è ormai radicata l’affermazione secondo cui il direttore generale è “figura tecnico-professionale che ha il compito di perseguire nell’adempimento di un’obbligazione di risultato gli obiettivi gestionali e operativi definiti dal piano sanitario regionale (a sua volta elaborato in armonia con il piano sanitario nazionale), dagli indirizzi della Giunta, dal provvedimento di nomina e dal contratto di lavoro con l’amministrazione regionale”.

Analogamente, con riferimento alle nomine delle figure dirigenziali non apicali, quali i direttori di struttura complessa delle Aziende sanitarie, è emersa come abbisognevole di mitigazione la troppo ampia discrezionalità di cui gode il direttore generale, mediante introduzione di norme che privilegino maggiormente l’aspetto delle competenze professionali, ancor più decisive con riguardo a soggetti che certamente devono restare estranei a rapporti di fiducia e contiguità con gli organi di direzione politica.

Oltre alle prospettate modificazioni alla normativa che presiede alle nomine, andrebbe valutata l’opportunità di prevedere una autorità pubblica cui attribuire il monitoraggio delle attività sanitarie, dell’appropriatezza delle prestazioni e della sicurezza delle procedure, anche attraverso lo svolgimento di controlli e verifiche a sorpresa. L’autorità dovrebbe essere connotata in termini di indipendenza dalla politica, sull’esempio di quanto già sperimentato da altri Paesi (si pensi al Nice britannico), e dovrebbe potere, in particolare, svolgere controlli ex ante ed ex post sulle strutture sanitarie appartenenti al Servizio sanitario nazionale (dall’accreditamento alla valutazione e verifica dei risultati). 44

Inchiesta sull’organizzazione dei prelievi e dei trapianti di organi

Relatori alla Commissione SACCOMANNO e MASCITELLI

La Commissione ha avviato l’inchiesta in titolo al fine di acquisire elementi conoscitivi in merito all’organizzazione del sistema italiano dei trapianti, nonché riguardo alle eccellenze e alle criticità del settore e alla peculiare problematica delle liste di attesa.

Il programma di inchiesta non ha potuto trovare attuazione, nel corso della Legislatura, poiché la Commissione ha visto assorbita la gran parte delle proprie energie da altri filoni di indagine ritenuti prioritari.

L’unica attività istruttoria svolta nell’ambito di tale settore di indagine è stata l’esame testimoniale del Direttore generale del Policlinico di Bari, che peraltro ha preso spunto e si è incentrata prevalentemente su una singola vicenda, relativa ad un trapianto di fegato eseguito con modalità dai contorni problematici.

Non di meno, dalla deposizione sono emersi anche elementi di conoscenza di interesse più generale sul sistema trapiantologico barese, di seguito riportati.

Presso il Centro trapiantologico di Bari sono stati effettuati oltre 1.200 trapianti di reni, ed annualmente il Centro risulta avere una media di 10 trapianti di cuore e di 25 trapianti di fegato.

L’età media dei riceventi è di 53,5 anni.

Le patologie dei riceventi sono quelle classiche: la percentuale piu` rilevante e` data da carcinomi epatici, ma in modo significativo anche da altre patologie virali o da crisi epatiche acute che hanno comportato la necessità di un trapianto. In un numero esiguo di casi è stato necessario un retrapianto.

Il Centro trapianti in discorso risulta aver ricevuto due audit dal Centro nazionale trapianti - il primo nel 2003 e il secondo nel 2011 - che hanno verificato come, dal punto di vista organizzativo, logistico e tecnologico, il Centro in termini di requisiti sia conforme alle linee guida nazionali e non suscettibile di alcun rilievo. Tra l’altro, il Policlinico è anche sede del Centro di coordinamento regionale trapianti, ragion per cui - secondo quanto riferito dal teste - si è determinata una simbiosi professionale che ha favorito lo sviluppo della trapiantologia barese. 45

Inchiesta sull’assistenza sanitaria alle persone affette da gravi forme di disabilità

Relatori alla Commissione MASSIDDA13 e BIONDELLI

13 Il senatore MASSIDDA ha perduto lo status di Commissario a seguito delle dimissioni da Senatore rassegnate in data 21 dicembre 2011.

La Commissione ha avviato il filone di inchiesta in titolo nell’intento di affrontare il problema assistenziale determinato dallo stato di grave disabilità.

Sin dall’origine, la Commissione ha focalizzato alcuni temi particolarmente meritevoli di approfondimento: individuazione di una definizione di disabilità grave; conoscenze di tipo epidemiologico sulla situazione di disabilità grave; stato dell’arte della ricerca scientifica; problematiche inerenti ai livelli essenziali di assistenza, nella loro astratta configurazione e concreta osservanza.

Nel corso della Legislatura la Commissione non ha potuto esplorare in profondità tutte le predette tematiche, in considerazione della presenza di numerosi altri filoni di indagine contestualmente coltivati.

L’istruttoria è stata avviata con una audizione del professor Paolo Zamboni e del dottor Fabrizio Salvi, intesa ad acquisire elementi di conoscenza sul metodo sperimentale da essi individuato per curare la sclerosi multipla, nel presupposto che tale patologia sia correlata alla insufficienza celebro-spinale venosa cronica (CCSVI).

In base alle risultanze dell’audizione e della documentazione acquisita, la Commissione ha maturato il convincimento, senza esprimere alcuna valutazione di carattere scientifico, che esulerebbe dalle proprie competenze, che il metodo terapeutico in discorso sia meritevole di una rigorosa sperimentazione e validazione scientifica.

In una seconda fase dell’istruttoria, la Commissione si è dedicata all’approfondimento delle tematiche, terapeutiche ed assistenziali, che si rinvengono nel campo della sclerosi laterale amiotrofica (SLA).

In tale ambito, sono stati anzitutto acquisiti elementi conoscitivi, attraverso l’audizione della dottoressa Letizia Mazzini, in merito ad una metodica terapeutica innovativa, fondata sull’utilizzo di cellule staminali, sperimentata per la prima volta nel 2002 nell’ambito della regione Piemonte. 46

Anche in ordine a tale cura sperimentale, la Commissione, pur senza esprimersi per i motivi dinanzi cennati sulla validità scientifica del progetto di sperimentazione, ha maturato il convincimento che debbano essere individuati finanziamenti pubblici per rendere possibile la prosecuzione della ricerca.

Quanto ai problemi di natura esistenziale, è emerso come sia assolutamente centrale, per i pazienti affetti da SLA, la possibilità di fruizione di una adeguata assistenza domiciliare. Va infatti tenuto presente che il soggetto affetto da SLA, ad uno certo stato di evoluzione della patologia, “diventa poi dipendente in tutto e per tutto e ha bisogno di qualcuno che lo assista; nel 90 per cento dei casi, è la famiglia stessa che si assume un carico enorme. Alla fine della malattia questo malato deve avere una persona affianco che lo assiste in tutto e per tutto”. Il deficit assistenziale, sotto tale profilo, risulta così acuto che in alcune situazioni limite il familiare è costretto a lasciare il proprio lavoro, anche per la mancanza di strutture di sollievo in cui poter ricoverare il paziente per un certo periodo, per alleviare momentaneamente il peso gravante sulla famiglia.

Altre criticità emerse, sul piano assistenziale, sono legate alle rimarchevoli disparità di trattamento presenti sul territorio nazionale: in alcune regioni il paziente è costretto ad optare tra la carrozzina ed il letto elettrico; in altre, ma si riscontrano differenze persino tra ASL ed ASL di una stessa regione, i tempi di attesa per il riconoscimento dell’invalidità da SLA sono eccessivamente dilatati; il piano terapeutico varia sovente addirittura da ASL ad ASL, di talché può capitare che gli integratori, solo per fare un esempio, vengano riconosciuti da una ASL e negati da altra ASL confinante; alcune Regioni non garantiscono a ciascun malato di poter disporre di un comunicatore, con le immaginabili conseguenze sulla condizione del paziente deprivato della possibilità di esprimersi.

La Commissione ha poi inteso dedicare specifica attenzione ad una delle strutture di riconosciuta eccellenza nell’assistenza alle persone affette da gravi disabilità: l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico Fondazione Santa Lucia di Roma.

Si tratta di una struttura che, rispondendo ai requisiti previsti dal decreto ministeriale sull’alta specialità del 29/01/1992, ospita i pazienti secondo standard elevatissimi: 20 metri quadri per posto letto. Le stanze, tutte da due posti letto, hanno una ampiezza di 46 metri quadri e dispongono del bagno in camera. 47

Mediamente ogni anno sono seguiti 2.400 pazienti che hanno subito un coma, una lesione del midollo spinale, un ictus, una patologia traumatica o fratture di particolare gravità, che necessitano di un impegno globale e di una presa in carico complessiva. Per svolgere questa attività, la Fondazione Santa Lucia si avvale di circa 850 dipendenti, di cui 200 sono collaboratori assunti a tempo determinato per rispondere alle esigenze legate a progetti di ricerca. Oltre a questa attività clinica, la Fondazione Santa Lucia eroga ogni anno, con il proprio poliambulatorio, 250.000 prestazioni a pazienti ricoverati. Si tratta di una struttura che, compresa anche l’attività rivolta ai pazienti di cui all’articolo 26 della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (ossia pazienti con gravi disabilità e prevalentemente bambini), assiste giornalmente oltre 1.000 pazienti.

Tra gli elementi che comprovano l’assoluta eccellenza della struttura vi è senz’altro il dato sulla sua attratività: il 25 per cento dei ricoverati proviene da altre regioni.

Pertanto, la Commissione ha dovuto prendere atto, con preoccupazione, della condizione di profonda sofferenza finanziaria in cui versa la Fondazione Santa Lucia, a causa di tariffe regionali ritenute non adeguate al livello di eccellenza delle prestazioni erogate ed oggetto, conseguentemente, di un contenzioso giudiziario.

Una possibile soluzione del problema potrebbe consistere, ad avviso della Commissione, nel mutuare la formula adottata dalla Regione Abruzzo in riferimento ad una struttura di eccellenza, il “San Raffaele”, operante sul proprio territorio.

Si è sostenuto, da parte della Regione Abruzzo, che la qualità della assistenza prestata da quella struttura è tale da non poter essere remunerata con le ordinarie tariffe. La Regione Abruzzo, d’intesa con il tavolo tecnico nazionale, che controlla i conti delle Regioni sottoposte ai piani di rientro, ha creato una commissione mista che ha operato un riesame dei costi reali per l’attività assistenziale della struttura e che alla fine ha individuato una specifica tariffa dedicata all’attività di alta qualità.

La Commissione ha poi preso contezza di alcuni aspetti problematici legati al decremento di assistenza paventato nella regione Lazio in relazione alle misure del piano di rientro dal disavanzo sanitario.

Tra le principali criticità emerse è necessario menzionare la decurtazione del budget annuo concesso per le prestazioni erogate dal 2008, pari al 16 per cento; la riconversione della presa in carico riabilitativa in tipologia sociosanitaria a basso impegno assistenziale, con 48

grave compromissione della qualità del servizio, della consistenza delle tariffe e dei livelli occupazionali; l’introduzione di una compartecipazione alla spesa a carico di chi fruisce del servizio semiresidenziale nelle modalità assistenziali di mantenimento, così come nelle nuove modalità sociosanitarie, che interesserà prossimamente almeno l’80 per cento della popolazione assistita; l’applicazione di un ticket per gli ospiti delle case famiglia.

La Commissione, a tale riguardo, avverte la necessità di richiamare la consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale, secondo la quale la tutela del diritto alla salute non può non subire i condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nel distribuire le risorse finanziarie delle quali dispone, ma le esigenze della finanza pubblica non possono assumere un peso talmente preponderante da comprimere il nucleo irriducibile del diritto alla salute come ambito inviolabile della dignità umana.

Infine, la Commissione ha ritenuto di dover fare ricorso ai poteri previsto dall’articolo 82 della Costituzione per creare una base conoscitiva a supporto delle decisioni di finanza pubblica sugli stanziamenti a favore delle persone affette da gravi disabilità.

La ricognizione, effettuata con l’ausilio del Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, è stata effettuata acquisendo i dati direttamente dalle Aziende sanitarie locali, ma sconta, e la Commissione è consapevole di tale limite, l’incertezza definitoria della nozione di “disabilità grave”.

Si riporta nella pagina seguente la tabella riepilogativa dei risultati dell’attività di accertamento condotta per il tramite dei NAS. 49 50

Inchiesta sull’attuazione della normativa in materia di terapia del dolore

Relatore alla Commissione Ignazio MARINO

Nel deliberare l’avvio di un’inchiesta per fare luce sullo stato di attuazione della normativa in materia di terapia del dolore (legge n. 38 del 2010), la Commissione ha deciso di attivare i poteri previsti dall’articolo 82 della Costituzione, al fine di delegare ai NAS lo svolgimento di attività di polizia giudiziaria ad hoc.

In attuazione di tale delega, il Comando NAS ha impegnato i propri uomini, nel mese di luglio 2011, in una serie di attività istruttorie molto articolate, nell’ambito dei principali ospedali italiani.

Va precisato che le indagini hanno riguardato 244 ospedali, caratterizzati dalla presenza dei reparti di chirurgia generale e oncologia. Il criterio che la Commissione ha seguito è quello di scegliere tra tutti gli ospedali italiani quelli dotati di entrambe queste due tipologie di reparto, immaginando che essendovi la chirurgia generale e l’oncologia vi debba essere necessità di somministrazione di farmaci contro il dolore.

Le indagini sono state svolte in un arco temporale di cinque giorni, dal 19 al 23 luglio, con l’impiego di un contingente di 500 militari.

Al NAS è stato chiesto di verificare i seguenti aspetti: la presenza del Comitato ospedale senza dolore (COSD); la presenza del Progetto ospedale senza dolore; la presenza di Unità operativa di cure palliative e terapia antalgica; l’utilizzo di scale per la rilevazione del dolore (secondo diverse tipologie); la presenza di un prontuario terapeutico; il consumo di farmaci analgesici maggiori; la continuità terapeutica alla data della dismissione; la collaborazione con i medici di medicina generale; l’attività di formazione del personale; la produzione e diffusione di materiale informativo; l’utilizzazione di questionari o di altri veicoli d’informazione.

Sulla scorta del sistema informativo sanitario del Ministero della salute sono state individuate 244 strutture ospedaliere rientranti nei parametri, così suddivise: 86 strutture al Nord, 103 strutture al Centro e 55 strutture al Sud.

Il dato nazionale è il seguente: su 244 strutture ospedaliere, in 57 non vi era alcuna presenza del Comitato ospedale senza dolore e del Progetto ospedale senza dolore, vale a dire nel 23 per cento dei casi; la presenza del Comitato o del Progetto è stata rilevata in 151 strutture, pari a 62 per cento; la presenza del solo Comitato è stata rilevata nel 7 per cento 51

delle strutture, mentre la presenza del solo Progetto nell’8 per cento delle strutture; la presenza di Unità operative per cure palliative è stata rilevata nel 63 per cento dei casi, ossia in 154 strutture; la presenza della scala di rilevazione del dolore è stata rilevata nell’81 per cento dei casi; il prontuario terapeutico nazionale era presente nel 91 per cento delle strutture; la continuità terapeutica nel 78 per cento dei casi; la collaborazione con medici di medicina generale nel 76 per cento delle strutture; la formazione del personale era presente nell’82 per cento dei casi e il materiale informativo nel 55 per cento; l’utilizzo di questionari sulla soddisfazione della terapia del dolore avveniva in 143 strutture (59 per cento) e i veicoli di informazione erano presenti nel 69 per cento dei casi.

La percentuale media di adeguamento nel Paese era pari al 71 per cento su 244 ospedali.

Quanto al dato areale, facendo una suddivisione tra Nord, Centro e Sud, si osserva che il Nord del Paese si colloca al di sopra del 71 per cento di media, arrivando all’88 per cento su 86 ospedali; il Centro Italia raggiunge una percentuale media di adeguamento pari al 75 per cento (quattro punti in più rispetto alla media del 71 per cento); il Sud d’Italia registra una percentuale media di adeguamento del 53 per cento (18 punti percentuali in meno rispetto al dato medio nazionale).

Lo stesso dato è stato poi disaggregato per Regioni: il Friuli-Venezia Giulia raggiunge il 76 per cento, ma solo su tre obiettivi (5 punti in più rispetto al dato percentuale medio nazionale); la Liguria si attesta sul 74 per cento su nove obiettivi (3 punti in più rispetto alla percentuale media nazionale); la Lombardia arriva al 91 per cento su 30 obiettivi (20 punti in più rispetto alla percentuale media nazionale); il Piemonte raggiunge il 93 per cento (22 punti in più); il Trentino Alto Adige registra una percentuale di adeguamento pari al 92 per cento, su due ospedali (21 punti in più rispetto alla percentuale media nazionale); la Valle d’Aosta ha un solo ospedale e quindi è normale registrare una percentuale media di adeguamento del 100 per cento; il Veneto arriva al 91 per cento (20 punti in più); l’Abruzzo si attesta sul 56 per cento (15 punti in meno rispetto alla percentuale media nazionale); l’Emilia Romagna registra il 97 per cento (26 punti in più); il Lazio arriva al 73 per cento (2 punti in più e quindi è quasi nella percentuale media nazionale); la percentuale media delle Marche è pari al 77 per cento (6 punti in più); la Sardegna arriva al 33 per cento su nove ospedali (38 punti in meno); la Toscana raggiunge il 96 per cento (25 per cento in più); il dato dell’Umbria è pari al 40 per cento (31 punti in meno rispetto alla percentuale media nazionale); la Basilicata, avendo un 52

solo ospedale, raggiunge l’83 per cento (12 punti in più); la Calabria registra una percentuale del 55 per cento (16 punti in meno); la Campania raggiunge il 50 per cento (21 punti in meno); il Molise si attesta sul 48 per cento (23 punti in meno); la Puglia ha un adeguamento medio pari al 41 per cento (30 punti in meno rispetto alla percentuale media nazionale); la percentuale della Sicilia è del 61 per cento (10 punti in meno rispetto alla percentuale media nazionale).

Può essere utile rilevare che 12 Regioni si attestano al di sopra del 71 per cento e 8 Regioni al di sotto della media nazionale (Abruzzo, Sardegna, Umbria, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia).

Quanto al consumo di farmaci oppiacei, il dato nazionale evidenzia che nelle 244 strutture poste sotto osservazione, dall’inizio del 2008 al giugno 2011, sono state utilizzate 6.678.535 confezioni, con una media nazionale di 27.331 confezioni; la media è stata calcolata dividendo il totale complessivo per il numero delle strutture. Quindi, ogni struttura ha consumato mediamente circa 27.000 confezioni. Quanto ai dati areali, il 68 per cento dei 7 milioni circa di confezioni è stato consumato al Nord, il 26 per cento è stato utilizzato al Centro e il 6 per cento è stato consumato nel Sud d’Italia. Si rileva lo stesso dato anche dall’osservazione dei numeri, i quali forniscono altre indicazioni: innanzitutto, nei tre anni e mezzo, il Nord si attesta tra le 590.394 e le 741.351 confezioni,il Centro tra le 228.135 e le 261.706 confezioni, mentre il Sud non supera (se non di poco nel primo semestre del 2009) le 55.000 confezioni.

Vi è, dunque, una differenza notevole tra le 741.351 confezioni consumate al Nord e le 54.611 confezioni consumate al Sud, registrata nel primo semestre 2011.

La media del Nord è pari a 53.173 confezioni su 86 ospedali; quella del Centro è pari a 16.860 confezioni su 103 ospedali; quella del Sud è pari a 6.711 confezioni su 55 ospedali.

Si può notare che, se si suddivide il numero delle confezioni per i giorni calcolati (1.276 giorni), si evidenzia un dato piuttosto singolare, cioè che il consumo medio giornaliero nel Nord Italia è pari a 41,6 confezioni al giorno, nel centro Italia è pari a 13,2 confezioni e nel Sud Italia è pari a 5,5 confezioni. Occorre però tener conto della migrazione sanitaria. Basti citare due dati riferiti al 2009: in Campania, su circa 64.000 residenti che hanno subìto ricoveri per patologie legate a tumori, 9.402 (quindi il 14,7 per cento) si sono avvalsi di strutture sanitarie fuori Regione; di questa percentuale, oltre il 17 per cento ha preferito le 53

strutture della Regione Lombardia. Questo è solo un esempio, che vale a contestualizzare le differenze riscontrate.

Un caso altrettanto esemplificativo proviene dalla Sicilia, dove 6.502 pazienti si sono rivolti ad altre Regioni, su un totale di 56.750 ospedalizzazioni residenti, e in particolare 2.650 (oltre il 40 per cento) pazienti si sono rivolti alla Regione Lombardia14.

14 Il testo integrale del documento elaborato dal comando NAS su delega della Commissione, da cui sono stati estrapolati i dati in questa sede illustrati, è consultabile sul sito internet istituzionale del Senato della Repubblica, nella pagina dedicata alla Commissione di inchiesta. 54

Inchiesta sulle strutture socio-sanitarie per il ricovero e l’assistenza degli anziani

Relatori alla Commissione GRAMAZIO e PORETTI

La Commissione ha ritenuto di avviare l’inchiesta in titolo, sia pure in una fase piuttosto avanzata della Legislatura, in considerazione delle numerose sollecitazioni, promananti sia da notizie di stampa, sia da specifiche segnalazioni, ad intervenire nel settore dell’assistenza sanitaria alle persone anziane non autosufficienti.

La finalità di tale iniziativa di indagine era quella di acquisire elementi di conoscenza sulla realtà delle strutture socio-sanitarie per il ricovero e l’assistenza agli anziani, sia per comprendere il livello di adeguatezza ed appropriatezza delle prestazioni fornite, sia per approfondire i profili relativi alla spesa privata sostenuta dai cittadini in tale settore.

In una prima fase dell’istruttoria, la Commissione ha acquisito elementi informativi di carattere generale per addivenire ad un corretto inquadramento della tematica.

Già sul piano meramente quantitativo, occorre rilevare l’esistenza di una pluralità di dati tra loro discordanti. La fonte alla quale sembra potersi annettere maggiore affidabilità indica l’esistenza di 2.475 Residenze sanitarie assistenziali (d’ora in poi RSA), dotate di 152.745 posti letto per 220.000 utenti15.

15 Indagine statistica condotta dall’Age.Na.S. su dati del Ministero della salute.

Tra le criticità del settore, è stata portata immediatamente all’attenzione della Commissione la carenza di controlli. Questi vengono sostanzialmente demandati in toto al Comando NAS, che nel 2010 risulta aver svolto 863 controlli e riscontrato circa il 27,5 per cento di irregolarità, irrogando 371 sanzioni.

Le problematiche più frequenti sono rappresentate dalla mancanza di autorizzazioni o di accreditamento e dalla carenza di disposizioni regolamentari attuative delle leggi nazionali. È stato fatto rilevare, inoltre, che una parte considerevole delle strutture è ubicata in aree in cui i costi delle abitazioni sono bassi, quindi in zone molto lontane dal centro. Ciò presuppone lo spostamento degli anziani verso zone periferiche, soprattutto di quelli non autosufficienti. Non vi è inoltre una corrispondenza tra il costo, cioè le tariffe (che variano da un minimo di 1.200 fino ad oltre 4.000 euro mensili), e le prestazioni indicate nella carta dei servizi, che ogni struttura deve avere. 55

All’interno delle strutture risultano talora carenti o totalmente assenti le attività sociali, per lo svolgimento delle quali devono essere previsti spazi adatti, e scarsi i rapporti con l’esterno. Inoltre, la carta dei servizi è spesso generica e non ben articolata. Esistono molte carenze igienico-sanitarie (come è stato rilevato anche dalle indagini dei NAS da cui risultano cibi e medicinali scaduti e, spesso, casi di malnutrizione); scarsa presenza di operatori qualificati, nel senso che sulla stessa persona incombono diverse attività (l’inserviente che svolge mansioni da infermiere); spesso mancano l’assistente sociale e lo psicologo, mentre è molto più presente il medico di medicina generale (almeno una volta la settimana). Come già ricordato, scarsa è la presenza di infermieri professionali e spesso quelli indicati come tali svolgono l’attività sine titulo. Vi è inoltre un scarsa propensione ad assicurare la presenza delle associazioni, che potrebbero non solo svolgere attività di socializzazione e animazione, ma anche un ruolo deterrente nei confronti di eventuali abusi che si possano determinare all’interno delle strutture.

Un secondo momento di approfondimento istruttorio è stato dedicato agli aspetti relativi alla spesa privata, che i cittadini sono chiamati a sostenere per accedere alle strutture residenziali assistenziali.

La normativa nazionale ripartisce tendenzialmente i costi nella maniera seguente: il 50 per cento a carico del Servizio sanitario nazionale ed il restante 50 per cento a carico del Comune, che può chiedere all’utente una compartecipazione sulla base del proprio reddito.

In sostanza, a fronte dell’esigenza di un servizio dalla componente sanitaria spiccatissima - perché solitamente si tratta di servizi ad elevata integrazione sanitaria - la persona che ne usufruisce compartecipa per quanto può.

Risulta, però, che l’intento ed il disegno del legislatore nazionale, nonché le norme emanate, siano disattesi nella realtà dei fatti, poiché accade che i Comuni quasi mai compartecipino, lasciando per lo più la spesa a carico della persona e della famiglia. Lo dimostra una casistica diffusissima a livello nazionale, che lascia pensare che in molte regioni si operi con modalità discutibili.

A questo riguardo, un primo nucleo problematico risiede nelle modalità di computo del reddito rispetto al quale parametrare la compartecipazione alla spesa per il ricovero in RSA. Mentre la normativa nazionale prevede che si computino i soli redditi dell’assistito, a livello regionale e locale vengono utilizzati criteri diversi, in base ai quali al reddito 56

dell’assistito vengono aggiunti quelli del nucleo familiare di provenienza. Ne consegue che, quando viene effettuata la valutazione sul reddito dell’anziano da parte del Comune, esso risulta molto più elevato di quanto non sia nella realtà dei fatti.

Un secondo nucleo problematico deriva dalla prassi, seguita da molte RSA, di richiedere pagamenti non dovuti ai parenti della persona anziana ricoverata, anziché rivolgersi all’Ente locale. I parenti dell’anziano non autosufficiente, secondo quanto riferito alla Commissione, all’atto del ricovero sono indotti a firmare una sorta di fideiussione “omnibus”, con la quale si impegnano a garantire eventuali somme richieste in futuro dalla struttura per le prestazioni erogate al parente anziano ricoverato.

Oltre al ricorso improprio a tali strumenti giuridici, consta alla Commissione che, per ottenere i pagamenti non dovuti da parte dei familiari, si ricorra talvolta alla minaccia di dimissioni, che talora si concretizzano sotto forma di inopinata revisione del piano terapeutico. Un esempio solo apparentemente paradossale - che corrisponde ad un caso segnalato alla Commissione - è quello di un anziano di 89 anni, malato di alzheimer, che ad un tratto viene considerato guarito, nel senso che il piano terapeutico che prevedeva un servizio di lungodegenza viene rivalutato al fine di attestare come utile e sufficiente, per il paziente, la mera presenza di una badante in casa che lo aiuti nei lavori domestici per qualche ora alla settimana.