Archivio per Settembre, 2012

“CYBER MEDICINE”, I&CT, INTEGRAZIONE DI RUOLI E PROCESSI IN SANITA’ E NELLA CURA DEI PAZIENTI

Materiali per capire e riflettere. 28-29 set 2012: a Padova si è parlato di questa nuova frontiera (leggi…)


FNOMCEO. CN A PADOVA. BIANCO: “UNITI E FORTI PER ATTRAVERSARE IL DESERTO DI QUESTI TEMPI”

Da www.fnomceo.it il nuovo sito della FNOMCeO, un capolavoro di Walter Gatti (leggi…)


DIMISSIONI POLVERINI: E SE ABOLISSIMO LE REGIONI?

42 anni di “centralismo regionale” che si è sostituito al “centralismo statale”, con risultati devastanti nelle politiche sui territori, caso emblematico la sanità

Regionalismo e altri disastri. Potrebbe essere il tema di un confronto serio su come in Italia ha mal funzionato il sistema delle Regioni, dal momento della loro istituzione, nel 1970, ad oggi. 42 anni di esistenza delle Regioni che, complessivamente, non solo non hanno funzionato, ma che hanno prodotto guasti irreparabili nei rispettivi territori. E’ sufficiente pensare alla Sanità e ai Trasporti, per non parlare dell’Urbanistica e dei Lavori pubblici. Non c’è un settore di attività di competenza regionale per il quale si possa dire: è tutto a posto, funziona tutto, è stato fatto un buon lavoro. No, non c’è, da Nord a Sud, da Est a Ovest. Con le dovute differenze, che ovviamente ci sono.

Le dimissioni di Renata Polverini, dopo l’esplosione del caso Lazio per i fondi attribuiti ai gruppi consiliari, non sono un atto eroico, un motivo d’orgoglio, sono semplicemente un atto dovuto. L’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio quando ha deciso di ripartire i fondi per i gruppi lo ha fatto includendo anche il gruppo della Lista Polverini, non solo del PdL o del Pd o dell’IdV e di tutti gli altri, compresi i gruppi mononucleari. In base a questa elementare considerazione, Renata Polverini non poteva non sapere della ripartizione dei fondi che andava anche a vantaggio del gruppo che recava il suo nome. Non si tratta di mentalità del sospetto, non è questo il punto. Polverini dice che da Presidente della Giunta non influiva sull’autonomia del Consiglio regionale, sancita dallo Statuto della Regione Lazio. Formalmente, è senz’altro così. Ma è incredibile che lei affermi di essere non a conoscenza dei fondi attribuiti al suo gruppo. E su questa clamorosa bugia si basa la ragione delle sue dimissioni. Dimissioni che per Renata Polverini sono state la sua uscita di sicurezza da una situazione diventata ingovernabile. Dimissioni che per lei sono state una mano santa per nascondere il fallimento della sua azione di governo (o sgoverno) della Regione Lazio. Altro che piano di rientro dal deficit della sanità, peraltro imposto dal Governo centrale, prima Berlusconi, poi Monti. Il fatto vero è che con la gestione Polverini nel Lazio non ha funzionato niente, esattamente come con la gestione Marrazzo, vicenda ributtante dei trans a parte. Il Lazio è una delle Regioni più impantanate d’Italia, dove non c’è certezza su nulla, dove diritti e doveri dei cittadini sono enunciazioni vuote, dove su servizi essenziali come la sanità e i trasporti tutto è aleatorio e nulla è garantito, a nessuno. Lo slogan, bello, di Marrazzo “Una Regione di tutti. Nessuno escluso”, oggi si potrebbe declinare diversamente: “Una Regione di nessuno. Nessuno escluso”. E’ stato bruciato tutto. E’ tutta terra bruciata.

Polverini a parte, la situazione del Lazio è emblematica per tutte le Regioni. Perché? Perché si tratta di un grande inganno, lungo 42 anni. La Costituzione attribuisce alle Regioni funzioni di legislazione, indirizzo e programmazione. Punto. Invece, in 42 anni, tutte le Regioni non hanno rispettato la Costituzione. Si sono tenute quelle funzioni e in più si sono tenute la gestione diretta di tutte le competenze che andavano delegate a Province e Comuni. Un bluff colossale, fatto di potere e poteri, saldamente in mano a Presidenti e assessori regionali, senza delegare nulla a Province e Comuni. Potere, potere, potere, finanziamenti, soldi, gestione diretta di situazioni che dovevano essere delegate e non lo sono state. Uno scandalo silente che dura da 42 anni. Risultato: le Regioni si tengono tutto, si tengono la gestione, non delegano nulla alle Province, e poi, improvvisamente, si scopre che le Province sono enti inutili. Un’ipocrisia all’italiana. Si stima che dall’abolizione delle Province si risparmierebbe un tot di euro e tutti concentrati su quel tot. Nessuno si è alzato in Parlamento a dire: sei tu Regione che non hai delegato nulla, sei tu fuori dalla Costituzione, e, non avendo delegato nulla, non ci si può accorgere oggi che le Province hanno funzioni amministrative limitate. Ipocrisia all’italiana, demagogia populista inutile e dannosa. Siamo alle solite: si cavalca una tesi senza considerare le implicazioni, le sensibilità dei territori, gli umori dei cittadini. Tutti come bulldozer contro le Province, inutili forse, perché rese inutili dal “centralismo regionale” imperante. Uno scandalo, una mistificazione, una vergogna in disprezzo dei territori. La solita ipocrisia. L’Italia è lunga e stretta, ma molto caratterizzata su fazzoletti di territorio. Cles è un comune. Dove sta? In Trentino Alto Adige. Ma dove? In provincia di Trento. E capisci dov’è. Follonica dov’è? In Toscana. Ma in Toscana dove? In provincia di Grosseto, sul mare. E capisci dov’è. Francavilla a Mare è in provincia di Chieti, non genericamente in Abruzzo. Sala Consilina dov’è? E’ uno degli ultimi grandi paesi della provincia si Salerno, poi c’è Padula-Buonabtacolo, poi c’è Lagonegro che è già in provincia di Potenza, in Lucania, detta anche Basilicata. Identificazione dei territori, importante per i popoli, per le genti, per i cittadini che vogliono essere identificati anche rispetto a territori confinanti. Amantea è in provincia di Cosenza e guai chi la tocca, sul mare confina con Nocera Terinese, che invece è già provincia di Catanzaro. Ma perché togliere queste identificazioni territoriali, perché? Solo per una demagogia diffusa per la quale il “centralismo regionale” non avendo delegato quasi nulla alle Province, oggi è il cardine della tesi dell’abolizione delle Province?

Invertiamo il ragionamento: restiamo fermi sull’identificazione territoriale, applichiamo il dettato costituzionale, deleghiamo alle Province le funzioni che le spettano. Così non saranno più Enti inutili. E se a questo punto abolissimo le Regioni?

Polverini, non indagata, si è dimessa. Ma non è paragonabile a nessun Presidente di Regione. Roberto Formigoni è stato indagato 11 volte ed è sempre risultato innocente. Enrico Rossi, Presidente della Toscana, è un esempio di gestione morigerata del potere, nemmeno un avviso di garanzia. E’ la normalità. La normalità di Enrico Rossi. Non di tanti altri, Presidenti di Regione e consiglieri regionali, indagati, arrestati, da Nord a Sud del Paese, con il caso emblematico dell’Abruzzo con una Giunta regionale guidata da Ottaviano Del Turco completamente decapitata da inchieste della Procura di Pescara, guidata da Nicola Trifuoggi. E che dire del piccolo Molise e del suo Presidente Michele Iorio. E della Calabria di oggi, dove ci sono indagati e arrestati consiglieri regionali della lista dell’attuale Presidente Giuseppe Scopelliti. E della Calabria di ieri, quando era Presidente Agazio Loiero, con 33 consiglieri regionali indagati su 50, un record, ovviamente negativo. Questo è lo spettacolo che le Regioni hanno fornito in questi 42 anni. Sul piano legislativo hanno fallito, sul piano gestionale pure, sul piano morale è stato un disastro perpetuato per anni, anni, anni.

L’esperienza del regionalismo al limite del federalismo in Italia è fallita miseramente. E le dimissioni di Renata Polverini sono l’emblema di questo fallimento a “sua insaputa”. Perché, onestamente, penso che la stessa Polverini non sia consapevole che proprio lei rappresenta il fallimento del regionalismo in Italia, oltre il Lazio, ovunque. Anche nelle Regioni cosiddette virtuose, il fenomeno del centralismo regionale è stato presente, determinante e devastante per le realtà territoriali. Il centralismo regionale, il dirigismo, sono state le malattie ormai inguaribili del regionalismo all’italiana. Bisogna prenderne atto. Ridisegnare un sistema di poteri diverso: ritorno alla funzione di indirizzo centrale dello Stato e dei Governi, deleghe vere e fondi alle Province per le loro realtà territoriali, deleghe e fondi ai Comuni, in questi anni, comunque sono stati i punti di riferimento diretti dei cittadini, abolizione delle Regioni. Quale legislazione regionale si è caratterizzata in questi 42 anni per qualcosa di veramente innovativo, di prospettiva per i giovani in cerca di un lavoro che non c’è? Quale? Nessuna. Le Regioni, e i Consigli Regionali in particolare, si sono dimostrati essere soltanto inutili sovrastrutture per lo più inconcludenti o vagamente decidenti su materie comunque imposte dal potere centrale. E allora? Che senso ha tutto questo? Consigli Regionali gonfiati di potere e di soldi, ma con capacità decisionali vicine allo “O” assoluto: così in Sanità, così sui rifiuti, così sui trasporti e così via. Assemblee regionali legislative come scimmiottamento delle assemblee legislative della Camera e del Senato, dove, rispetto ai Consigli regionali, si lavora veramente. Ma a livello regionale, no. Non era così, non è così. Livello di produttività bassissimo, qualità non ne parliamo per decenza. Tutto qui.

Il regionalismo all’italiana è fallito. Questa è la verità. Ogni Regione ho oggi bilanci miliardari, altro che abolizione delle Province che in tutto rappresenterebbe un risparmio di non più di 17 miliardi di euro. La sola Regione Lazio ha un bilancio di oltre 25 miliardi di euro. E tutte insieme le Regioni che bilanci hanno? Qual è il totale? Sanità compresa, ovviamente. Parliamo qui di macro-economia in tempi di crisi economica globale. Ma le Regioni, con i loro 42 anni di esistenza, hanno dato una mazzata micidiale all’economia del Paese, non sono state virtuose, funzionali a un ragionamento generale per fronteggiare la crisi globale. Con Berlusconi si è aggravato tutto, con Monti si sono affrontati i grandi temi generali, ma non si è posta attenzione a questa anomalia istituzionalizzata delle Regioni fuori controllo. Vanno abolite, sciolti i Consigli Regionali, tolto tutto. Tornare allo Stato centralizzato con delega di funzioni amministrative (non legislative) a Province e Comuni. Si parla di dieci città metropolitane a Regioni esistenti. Ma abolendo le Regioni, non servono nemmeno le Aree Metropolitane. Se ne parla dagli anni ‘80, non sono state fatte, perché farle ora? Non ha senso, specialmente abolendo le Regioni, vere macchine mangiasoldi.

Regioni via. Stato centrale, delega di funzioni a Province e Comuni. Basta così. Questa è la riforma istituzionale più snella e semplice che si possa concepire oggi, specialmente dopo il cosiddetto caso Lazio, che però non è isolato: non tutti sono uguali, d’accordo, ma in tutte le Regioni il “centralismo regionale” ha fatto i suoi danni. E’ stato applicato male il dettato costituzionale del 1948. Le Regioni sono nate nel 1970, con 22 anni di ritardo, e, oggi, hanno un ritardo siderale rispetto al presente. Erano indietro ieri e sono ancora più indietro oggi. Fossi oggi in Lombardia, in Toscana, nel Lazio o in Calabria a ciascuna di queste Regioni direi: “Il mondo va veloce è tu stai indietro”. La frase originale è “L’amore va veloce e tu stai indietro” ed è di Tiziano Ferro.

Su questa tesi dell’abolizione delle Regioni, mi piacerebbe avere il parere di Michele Ainis, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all’Università degli Studi di Roma III, autore di un bellissimo libro, “L’Assedio”, e del mio amico Donato Robilotta, che in materia di politiche regionali è molto competente. Tanto per capire se questa mia tesi sull’abolizione delle Regioni è la tesi di un folle, oppure può essere la folle tesi possibile per uscire dal guado di una politica miope che non vuole, o non può (peggio ancora) vedere che il regionalismo all’italiana è miseramente fallito.

Le dimissioni di Renata Polverini sono l’emblema di questo fallimento. Lei doveva dimettersi, dopo i fatti accaduti in Consiglio Regionale. Lei ha voluto così salvaguardare se stessa rispetto a quei fatti. Il problema è che in ogni Regione, indipendentemente dai singoli Presidenti, ci sono casi come il Lazio. Purtroppo c’è da dire “nessuno escluso”, ferma restando la presunzione di innocenza nei confronti di tutti i Presidenti di Regione. Certo, vedendo l’esperienza di Enrico Rossi in Toscana si capisce che la caratura è diversa rispetto al Lazio. Ma è quasi un caso unico nel panorama delle Regioni italiane. E proprio qui sta la tragedia. Aspettando il parere di Michele Ainis, penso che anche Enrico Rossi sia d’accordo: le Regioni così come sono vanno solo abolite. Possibilità di riforma, o, peggio ancora, di autoriforma, non sono ipotizzabili, al momento. Visto che ogni Presidente di Regione, chi più e chi meno, continua a sostenere che sta lì quasi a sua insaputa, quasi a dimenticare che, con l’attuale legge elettorale, comunque deve avere la maggioranza nel suo Consiglio Regionale, che nel frattempo delibera di attribuire i fondi ai gruppi, compreso il gruppo che fa riferimento al Presidente, e così via, e così via….. in una spirale che porta sempre più verso il basso la credibilità dell’Istituzione Regione.

Ecco perché chiedo il parere a Michele Ainis e a Donato Robilotta. Ero regionalista convinto, al punto di abbracciare, alla fine degli anni ‘90, l’intuizione del Censis sul regionalismo al limite del federalismo. Un’illusione, non del Censis, ma di tutti noi che ci abbiamo creduto dal ‘70 il poi e poi, e poi e poi, alla caduta della Prima Repubblica, pensando che il regionalismo potesse essere una risposta positiva in quella fase lì, del cosiddetto nuovismo avanzante e senza contenuti. Ma oggi, nel 2012, quelle illusioni o speranze sono cadute tutte. Non c’è più niente. Le Regioni sono morte. La Seconda Repubblica sta morendo senza essere mai nata. Un altro paradosso all’italiana. Di che parliamo? Ricostruiamo un’identità di un popolo: Stato centrale, Province, Comuni. Via questa sovrastruttura regionale. Assemblea regionale legislativa di che? I risultati sono sotto gli occhi di tutti. E non sono buoni. Torniamo nei territori: Tarquinia è in provincia di Viterbo e lì deve stare, perché lì è identificata. Segrate è in provincia di Milano è lì deve stare. Castiglione della Pescaia è in Provincia di Grosseto e lì deve e vuole stare, no genericamente nella regione Toscana. Soverato è in provincia di Catanzaro e lì vuole stare, non genericamente in Calabria. Percorrendo i territori tutto questo si percepisce, solo chi è stabile a Roma non lo capisce. In Calabria c’è una sola Provincia più importante di tutte le altre, una Provincia che non è Provincia ed è Lamezia Terme. In Calabria si sono fatte Province Crotone e Vibo Valentia ma non Lamezia Terme, oltre 70 mila abitanti, svincolo autostradale importante, stazione ferroviaria importante, aeroporto importante, città importante, ma non Provincia. Miracoli della politica “distorta” e fermiamoci qui.

Le Regioni vanno abolite perché hanno fallito su tutto, nel Lazio come a Lamezia Terme. Presidenti di Regione negli anni, consiglieri regionali, tutti, “nessuno escluso”, hanno questa responsabilità grave: hanno fatto fallire il regionalismo in Italia. Altro che Renata Polverini, che comunque non è difendibile, tutti sono non difendibili, purtroppo in questa analisi globale, tutti non sono difendibili, anche i migliori Presidenti di Regione. E’ proprio il sistema che non va. Ed è antipatico fare i nomi dei migliori e dei peggiori Presidenti. E’ il sistema che è fallito.

Presidenti di Regione, migliori o peggiori, lasciamo perdere, dimettetevi tutti, prendete atto che il “centralismo regionale” ha divorato tutto, prendete atto del fallimento complessivo. Prendete atto che è stato creato un mostro, la Regione, che divora tutto. Tutto. Prendete atto, assumete questa consapevolezza. 42 anni vi sembran pochi per capire tutto questo? Se si vuole si può fare: basta una norma costituzionale, votata da Camera e Senato, per stabilire che le Regioni sono abolite. Ma Camera e Senato saranno in grado di fare una cosa così? Boh! Penso di no. Prevarranno ragioni di opportunità e di opportunismo politico di diverso genere e di diverso schieramento. Questa Camera e questo Senato non prenderanno nemmeno in considerazione una proposta del genere. Troppi legami, troppi blocchi di potere lo impediranno. Ma ci sarà un’altra Camera e un altro Senato tra pochi mesi. La speranza è che chi ha occhi per vedere possa davvero vedere. Allora si, forse questo ragionamento si potrà continuare a fare. Le Regioni vanno abolite e 42 anni non sono pochi per capire una cosa così elementare.


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