LA “ZONA GRIGIA” DELLE MAFIE INVISIBILI, MONDOPERAIO

N° 3 MAGGIO-GIUGNO 2008

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LA “ZONA GRIGIA” DELLE MAFIE INVISIBILI PDF Stampa E-mail
Scritto da Orfeo Notaristefano   
Uscire da Palermo in direzione Messina, senza autostrada, vuol dire percorrere suggestivi territori di rara bellezza, pur se deturpati da speculazioni edilizie selvagge e mafiose, da scempi compiuti da costruttori in combutta con politici corrotti, in un clima sociale degradato dalla presenza capillare di cosche che controllano anche l’aria che si respira.Il porto di Palermo alle spalle, il mare sulla sinistra, davanti una strada che sembra essere ricavata per miracolo tra una spiaggia che non c’è e l’avanzare minaccioso di “case su case, catrame e cemento”. Via Messina Marine ti fa uscire così da Palermo, facendoti vedere sulla destra il quartiere di Brancaccio, un insieme disordinato di costruzioni senza anima, senza un riferimento, senza un luogo di convivenza civile. Brancaccio, il luogo dove fu ammazzato, il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi, il prete che aveva avviato per i giovani del quartiere veri e propri percorsi di legalità, percorsi concreti, basati sui fatti, sulle azioni quotidiane, sulle “buone azioni” che la sua fede gli dettava, scelte e azioni positive. Il contrario esatto dei comportamenti, degli atti, delle azioni criminali della mafia. E’ caduto per questo, per questo suo essere contro di loro e per la legalità, per la dignità di persone che la dignità l’avevano persa per aver detto sì ai diktat delle cosche. Prima, durante e dopo l’omicidio di don Puglisi, la mafia di Brancaccio è “governata” da Giuseppe Guttadauro, un medico dell’ospedale Civico di Palermo, boss dai mille legami con altre cosche, nonché con il cosiddetto “capo dei capi” Bernardo Provenzano, finito in manette l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza proprio in questi territori, che vanno da Palermo a Corleone.

La strada va avanti, diventa Ss 113 Settentrionale sicula, passa per Ficarazzi, Villabate, Bagheria, Trabia, per raggiungere Termini Imerese, con la sua zona industriale, nota per l’insediamento della Fiat, grosso centro fatto di paure e speranze, come la maggior parte dei paesi di questa amata e disperata terra di Sicilia, che è simile, per paure e speranze, solo alla regione al di là dello stretto, la Calabria martoriata dalla ‘ndrangheta.

Da Palermo a Termini imerese, in poco più di trenta chilometri, si concentrano radicamenti mafiosi ad alta pericolosità sociale. Non è ovviamente casuale che nell’entroterra ci siano località come Misilmeri, Mezzojuso, Corleone, Caccamo e Cerda, tutti posti con le loro consolidate famiglie mafiose, di cui si sono scritte e tramandate le gesta criminali. Un territorio in cui famiglie mafiose, nonché personaggi apparentemente non mafiosi, ma sicuramente collusi, hanno coperto la latitanza di Bernardo Provenzano e di altri boss intenti a sfuggire alle maglie della giustizia. Un territorio in cui se non ci fosse stata una vera e propria rete di complicità diffuse, i mafiosi non avrebbero potuto esercitare il loro potere in condizioni di quasi impunità.

Un coraggioso giornalista dell’Ansa, Lirio Abbate, regolarmente minacciato dalla mafia, ha scritto, assieme a Peter Gomez, un libro che squarcia i veli delle coperture ai mafiosi, I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento. Ottimo lavoro di ricostruzione delle trame, delle reti, delle connessioni tra mafia e “zone grigie”, vicine alla mafia ma radicate nella società siciliana, ai mondi delle professioni, degli appalti e degli affari. “Zone grigie” apparentemente legali, a volte borderline tra legalità e illegalità, altre volte inabissate in insospettabili contesti da cui si dipartono i collegamenti diretti, o mediati, con i boss di quei territori. Un libro che costituisce un contributo importante per coloro che, a vario titolo e in ruoli e funzioni diverse, sono impegnati nel vasto fronte della lotta alle mafie.

Non è questo l’unico libro su questo particolare aspetto delle connessioni mafiose. Nino Amadore, giornalista de “Il Sole 24 ore”, anch’egli minacciato dalla mafia, ha scritto La zona grigia per i tipi dell’Editore La Zisa in cui delinea il ruolo inesistente degli ordini professionali rispetto ai propri iscritti, quando questi sono collusi con capi mandamento mafiosi a Palermo e in altre zone della Sicilia.

Il fatto è che per quanto si portino in emersione circostanze ed episodi che dimostrano come la mafia sia aiutata dalle cosiddette “zone grigie” resta assordante il silenzio di istituzioni e di ordini professionali rispetto a soggetti, iscritti agli ordini, che sono entrati e usciti, a volte indenni, altre volte condannati, da inchieste e processi di mafia.

Nel libro di Abbate e Gomez, si racconta nei minimi particolari la fitta rete di intrecci tra mafiosi e collusi, tra boss più o meno importanti e professionisti insospettabili che agivano nei territori tra Palermo, Termini e Corleone. Ne emerge un quadro davvero inimmaginabile, se si pensa che la sola triangolazione tra Antonino (Nino) Mandalà, il figlio Nicola e Francesco Campanella, giovane rampante, prima segretario nazionale dei giovani dell’Udeur, poi, per un periodo,  presidente del consiglio comunale di Villabate, è stata di tanta vicinanza con Provenzano da essere determinante anche nel noto episodio del viaggio del boss in Francia, dove fu operato per l’asportazione di un tumore alla prostata. Nel libro sono poi ben descritti i rapporti tra la cosca e l’ingegnere Michele Aiello, proprietario della clinica Santa Teresa di Bagheria. E’ un giro ampio quello dei Mandalà di Villabate, per i quali Campanella non era un semplice referente, ma organico ai loro affari e disegni criminali. Una connection, quella di Villabate, ferocemente e frontalmente contrastata da Giuseppe Lumia della Commissione parlamentare antimafia, un simbolo per quanti da anni combattono in Sicilia e in altri territori italici lo strapotere economico, finanziario, politico e militare di cosche e ‘ndrine.

Campanella, tra un processo e un pentimento, ha tentato più volte di screditare Lumia, senza esito. Nel libro è ben descritto il declino dei Mandalà a Villabate e in particolare la sensazione di avere l’acqua alla gola che attanagliava Nicola già tra il 2003 e il 2004. “Bernardo Provenzano, capito il clima, cambia cavallo e dirada i suoi incontri con Nicola. A novembre 2004 lascia per sempre la Conca d’Oro. Si rifugia sui suoi monti. L’aria in paese si fa sempre più pesante. Si respira un clima di attesa. Nicola, che per settimane ha accarezzato l’idea di fuggire in Venezuela, adesso è davvero nervoso. Vorrebbe andarsene ma non può. Troppi affari lo legano alla sua terra. E poi lui è il capo e i capi non se ne vanno. Restano a fianco dei loro uomini. Fino alla fine. Il 24 ottobre 2004 Lumia piomba a Villabate. Sale sul palco della festa dell’Unità e attacca frontalmente. Contro Nino Mandalà usa parole durissime. Dice che è un mafioso, dice che sta uccidendo la comunità con il suo veleno, lo accusa di soffocare la gente onesta e di non esporsi personalmente, ma di mandare avanti i suoi scagnozzi, i suoi sgherri trentenni. Il riferimento, in piazza lo capiscono tutti, è per Nicola e per il suo braccio destro Ezio Fontana”. Così Abbate e Gomez raccontano il clima di Villabate, l’impatto di Lumia a Villabate e il conseguente messaggio mafioso di Nicola Mandalà a un esponente locale dei Ds.

Senza consolidate complicità, la vita dei mafiosi sarebbe ben più difficile. E il libro I complici lo spiega bene, fino agli arresti, a fine gennaio 2005, di Nicola Mandalà e di altri boss e gregari, fino alla cattura di Provenzano, passando per altri arresti clamorosi come quello di Totò Riina e di Giovanni Brusca, condannati per le stragi di Capaci e di via D’Amelio, dove nel ‘92 morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La “zona grigia” fu quella necessaria per assicurare al padrino Provenzano le coperture che gli servivano per continuare a “governare” la mafia siciliana dalla sua latitanza nelle campagne tra Bagheria, Villabate e Corleone. Una “zona grigia” che era, giustappunto, di confine tra legalità e illegalità, che nei lunghi anni della strategia di inabissamento della mafia, secondo le linee di Provenzano, continuava a estorcere il pizzo a commercianti e imprenditori, a controllare e pilotare appalti pubblici, a fare affari con pezzi della politica locale e nazionale, perché, lo si ricordi bene, il fine ultimo delle mafie è il business, i profitti, tanti soldi da reinvestire e far girare per consolidare i propri poteri di condizionamento sulla società, sulla politica e sulle istituzioni. Una “zona grigia” fatta di società di comodo, specializzate soprattutto in operazioni finanziarie, con l’entrata e l’uscita di politici di primo piano dei partiti, società capaci di movimentare denaro e, con il denaro, capaci di determinare assetti di potere sempre più funzionali agli interessi mafiosi.

La lunga latitanza di Provenzano è stata caratterizzata, negli ultimi anni, dalla prevalenza della sua linea, tutta incentrata sul consolidamento della mafia, a seguito dei durissimi colpi inflitti dallo Stato in Sicilia, culminati alla fine del 2007 con l’arresto di Salvatore Lo Piccolo, il capo mandamento di San Lorenzo, da alcuni indicato come possibile successore di Provenzano al vertice di Cosa Nostra. L’arresto di Lo Piccolo può essere letto, però, anche sotto un’altra angolazione: Lo Piccolo in carcere vuol dire anche eliminazione della concorrenza nella successione di Provenzano, visto che il latitante trapanese Matteo Messina Denaro non solo aspirava al vertice di cosa nostra, ma negli ultimi anni del “capo dei capi” dimostrava nei suoi confronti sempre più sintonia, condivisione e spirito di servizio. Provenzano voleva di fatto consolidare la mafia, facendola uscire così dall’isolamento in cui si era cacciata dal periodo delle stragi, riposizionando l’organizzazione quasi esclusivamente su azioni di tipo affaristico. Una linea condivisa da Matteo Messina Denaro, che mai si oppose a questa strategia, almeno apparentemente. E’ il periodo della cosiddetta mafia che non spara, ma fa business ed è pertanto un periodo in cui è fondamentale la collaborazione della cosiddetta “zona grigia” con il suo sterminato seguito di insospettabili professionisti al servizio delle cosche. Collusioni difficili da identificare, catalogare, numerare per capire quantità e qualità degli scambi tra “zona grigia” e mafia in Sicilia, tra “zona grigia” e ‘ndrangheta in Calabria.

Amadore spiega: “Il mio è un tentativo: quello di disegnare i confini di questa “zona grigia”, di quantificare il fenomeno, di individuare le responsabilità”. Le responsabilità a cui si riferisce Amadore sono quelle degli ordini professionali che “hanno un ruolo importante nella nostra società. Ecco perché io credo - prosegue Amadore - che una condanna chiara, senza equivoci della mafia, che abbia magari un riscontro nei codici deontologici, potrebbe avere un effetto rivoluzionario. E impedire, ad esempio, che un commercialista sospettato di aver riciclato denaro di una cosca possa dire: mica posso chiedere la fedina penale ai miei clienti”. E proprio qui è il punto: perché dietro a questo alibi si sono nascosti per anni presidenti ed esponenti degli ordini professionali, affermando che la presunzione di innocenza comporta che tutti sono innocenti fino a che non ci sia una sentenza passata in giudicato.

La presunzione di innocenza è uno dei pilastri della nostra cultura giuridica e non è in discussione, almeno per chi scrive su questa testata sicuramente ancorata al riformismo, al socialismo, alla migliore tradizione garantista, in un Paese nel quale certa politica ha di fatto esautorato un referendum popolare sulla responsabilità civile dei magistrati, in un Paese in cui non ci sono barlumi di quella che si definiva la “giustizia giusta”, in cui le carceri sono state popolate, in alcuni periodi, da un terzo dei detenuti in attesa di giudizio. Un Paese in cui, ormai è accertato, la Giustizia civile è peggio di quella penale, determinando danni incalcolabili a cittadini innocenti e intollerabili vantaggi ai delinquenti. In questo Paese, però, c’è anche la cattiva propensione a essere garantisti a corrente alternata. E, invece, o si è garantisti sempre o non lo si è mai, e comunque, il garantismo non c’entra nulla quando si tratta di valutare reati commessi in ambiti fortemente compromessi dalle mafie. In questi casi, diventa garantismo di comodo, più adatto a coprire mafiosi e ‘ndranghetisti, piuttosto che a garantire giustizia giusta ai cittadini onesti.

Scendendo dall’altalena del garantismo a intermittenza, non si può dimenticare che il segnale più forte di lotta alla mafia siciliana è giunto, in questi ultimi mesi, da Confindustria: prima Ivan Lo Bello, leader degli industriali isolani, quindi Luca Cordero di Montezemolo, hanno adottato la decisione, drastica quanto necessaria, di espellere dalla propria organizzazione gli iscritti che pagano il pizzo o non denunciano il pizzo. Un segnale inequivocabile che quando lo si vuole davvero, si può imprimere una svolta seria anche in ambienti professionali che in passato erano rimasti inerti di fronte all’evidenza delle troppe “zone grigie” che lambivano la propria organizzazione o, addirittura, l’abitavano. Un segnale, quello di Confindustria, che è molto simile a quello delle organizzazioni dei commercianti di Palermo come “Addio Pizzo” che hanno smesso di essere taglieggiati dalle cosche, denunciando gli estorsori, spiegando che “denunciare il pizzo conviene”, ma che è molto distante dal silenzio degli Ordini professionali, trincerati dietro la vana attesa di sentenze che non arrivano o, quando arrivano, sono già fuori tempo massimo e pertanto già spuntate e inefficaci.

L’autore de “La zona grigia” proprio per questo punta l’indice sugli ordini, perché in dieci anni sono stati almeno 400 i professionisti finiti nei guai per aver avuto contatti con la mafia. Si tratta di medici, architetti, ingegneri, commercialisti, ragionieri e, ovviamente, avvocati, alcuni dei quali condannati, ma rimasti al loro posto nei propri studi professionali, senza che i rispettivi ordini di appartenenza muovessero un dito. E intanto a Nino Amadore, anche a marzo di quest’anno, hanno di nuovo danneggiato l’automobile, proprio mentre era a presentare il suo libro alla libreria Broadway di Palermo. Le intimidazioni, dalle più gravi alle più stupide, non mancano quando si toccano certi interessi e certe connivenze. E non c’è cosa peggiore, rispetto allo strapotere delle mafie, l’isolamento dei minacciati. Le mafie puntano tutto sulla paura e sull’omertà. Catene di paura e di omertà che vanno spezzate, con la collaborazione di tutti: dello Stato con le sue istituzioni centrali e periferiche, della politica pulita, della Magistratura e delle Forze dell’Ordine, del vasto fronte associativo dell’antimafia.

Quest’anno, il 15 marzo, Libera ha ricordato, come sempre, le oltre 700 vittime delle mafie con una grande manifestazione-testimonianza a Bari. Lo scorso anno eravamo a Polistena. Quest’anno hanno partecipato anche esponenti dell’associazionismo di altri paesi, compresi quelli dell’Est europeo. Di fronte alle mafie ormai globalizzate, anche l’antimafia deve reagire, organizzarsi su base internazionale, globalizzarsi a sua volta per affermare non soltanto la cultura della legalità, ma anche la cultura della responsabilità. Altrimenti rischiamo di far vincere loro. In questi anni abbiamo assistito a troppa antimafia di facciata, addirittura a iniziative cosiddette antimafia promosse con la compiacenza di boss delle cosche siciliane e delle ‘ndrine calabresi. E’ il tentativo di inquinare, di confondere, di creare anche nel fronte dell’antimafia delle “zone grigie”. Ma non passeranno, il gioco è ormai scoperto. Perché, stando sui territori, abbiamo capito che è giusto stare dalla parte della legalità, ma è altrettanto giusto ribellarsi a leggi sbagliate per cambiarle. Ecco perché la legalità non può essere disgiunta dalla responsabilità politica, civile e sociale.

E’, questo, uno stadio più avanzato dell’antimafia, senza compromessi e “zone grigie”. E’ l’antimafia della consapevolezza e della responsabilità, senza più parole al vento che si disperderebbero senza effetto alcuno. E’ l’antimafia del fare, delle azioni senza proclami, è l’antimafia delle azioni antidroga contro il narcotraffico gestito dalla ‘ndrangheta, che movimenta 400 tonnellate di cocaina all’anno con un bilancio di 36 miliardi di euro all’anno. Si conferma pertanto che la ‘ndrangheta è sempre più ricca in una Calabria sempre più povera. In una Calabria dove, contrariamente alla Sicilia, stenta ad affermarsi la legalità e stenta il movimento dell’antimafia. Presi gli esecutori materiali dell’omicidio Fortugno, si attende ancora di conoscere chi sono i mandanti veri. Ai “Ragazzi di Locri, viene oscurato il sito da non tanto misteriosi pirati informatici, mentre sul Tirreno cosentino finisce in manette il capogruppo dell’Udeur in consiglio regionale Franco La Rupa. Già sindaco di Amantea, La Rupa è accusato di tenere rapporti stretti con il boss Tommaso Gentile, a sua volta connesso agli Africano. Amantea, in apparenza ridente città di mare, è in realtà tutta in mano alla ‘ndrangheta, come dimostrano le indagini della Procura di Paola, in particolare di Domenico Fiordalisi. Reportages inquietanti sono pubblicati da un giornalista coraggioso, Guido Scarpino, su “Calabria ora”, che porta in emersione anche la vicenda del porto turistico di Amantea, in mano a Gentile.

Dal Tirreno allo Jonio, scoppiano regolamenti di conti tra ‘ndrine, con morti ammazzati sulle strade, quando ancora è viva la memoria della strage di Duisburg e di cosa sia la ‘ndrangheta nella Locride, a San Luca, a Platì. Magistrati di frontiera come Fiordalisi, Eugenio Facciolla, Vincenzo Luberto, Nicola Gratteri proseguono nella loro opera di investigazione e di repressione, assicurando alla giustizia pericolosi criminali. Ma la vicenda di Luigi De Magistris, esautorato dal Csm e dalla politica nazionale, ha reso oggettivamente la ‘ndrangheta più forte, confermando di essere un sistema nel sistema delle mafie italiche che complessivamente fanno affari per 90 miliardi di euro all’anno. Una vera e propria potenza economica, finanziaria e politica, sempre più dentro alcuni gangli dello Stato, proprio attraverso quelle “zone grigie” che vanno snidate e battute assieme alle mafie.

 

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