CENSIS: LA SANITA’ NELL’ERA DELLA DISINTERMEDIAZIONE

Nel 50° Rapporto Censis le condizioni per ricostruire il welfare in Italia

“Non basterà la ripresa economica per ricostruire un welfare sostenibile e adeguato”. Si intitola così il primo paragrafo del terzo capitolo (Il sistema di welfare) del 50° Rapporto del Censis sullo stato sociale del Paese. Presentato a Roma il 2 dicembre nel Parlamentino del CNEL il famoso volume verde, che quest’anno è di oltre 550 pagine. Abbiamo estrapolato i dati salienti riguardanti la sanità, ma seguirà l’approfondimento complessivo sul Rapporto.

La ripresa, che comunque stenta a decollare, non darà una risposta adeguata al welfare che sarebbe necessario, e che invece è sempre più ristretto per due ragioni sostanziali: meno posti di lavoro vuol dire tra l’altro una minore fiscalità generale da cui ricavare le risorse a sostegno del welfare; la seconda è che cresce nel frattempo la domanda di prestazioni da parte di chi è senza lavoro e di chi un lavoro ce l’ha ma con reddito insufficiente.

E così, il welfare è prigioniero di difficoltà sistemiche e versa in una crisi strutturale di lungo periodo. C’è il fenomeno della bassa natalità, ma al tempo stesso aumenta il contributo finanziario delle famiglie per ottenere prestazioni sanitarie e aumenta il ricorso al web per ottenere informazioni per la salute e per i servizi sanitari. Il Censis indica due grandi direttrici per uscirne in maniera dignitosa:

  • la presa d’atto coraggiosa delle radici profonde delle difficoltà del nostro welfare che, nella percezione collettiva, ormai garantisce solo prestazioni essenziali e per il resto lascia che i cittadini paghino di tasca propria;

  • una capacità di capire la complessità delle diverse condizioni, della povertà come fatto multidimensionale all’articolazione estrema di condizioni di vita semplicisticamente unificate con etichette comuni, come accade troppo spesso ai pensionati, alla dimensione geografica che ormai taglia trasversalmente i territori.

Da questo quadro generale ci sono poi i dati più specifici riguardanti la sanità, a partire dal finanziamento. Anno 2015: spesa pubblica 111.784 miliardi; spesa privata delle famiglie 34.838; spesa sanitaria totale 146.622. Dati secchi che dimostrano che la spesa pubblica in Italia è inferiore a quella di Germania e Francia, e dell’UE, mentre la spesa privata, tra qualche impennata e qualche stabilizzazione, rappresenta il 24 per cento del totale della spesa sanitaria, e non è poco.

Di pari passo è andato l’aumento della compartecipazione dei cittadini alla spesa, sotto forma di ticket soprattutto per prestazioni e farmaci, un aumento del 32,4 per cento nel periodo 2009-2015.

Contenimento spesa con effetti socialmente regressivi

Periodo caratterizzato, in termini generali, dalla crisi economica e da politiche tese al contenimento della spesa che hanno prodotto effetti socialmente regressivi: il Censis conferma un suo dato dei mesi scorsi, quello degli 11 milioni di italiani che si trovano costretti a rinunciare o a rinviare alcune prestazioni sanitarie, specialmente odontoiatriche, specialistiche e diagnostiche.

Nello stesso periodo si assiste a un contenimento della spesa farmaceutica pubblica, a fronte dell’incremento della compartecipazione dal 4,3 per cento del 2009 al 7 per cento del 2015, ma aumenta dal 12,3 per cento del 2009 al 18,2 per cento del 2015 la spesa farmaceutica privata, quella a totale carico dei cittadini. L’incremento totale della spesa farmaceutica pubblica (territoriale più ospedaliera) registrato tra il 2014 e il 2015 pari al 5,1 per cento è sostanzialmente addebitabile ai farmaci innovativi (sia di classe A sia di classe H) che comprendono anche quelli contro l’epatite C (+5,9%), ma, al netto di questi farmaci, l’andamento risulta negativo con un -0,8 per cento, come rileva anche Farmindustria che tocca un altro punto sensibile: in Italia ci vogliono, in media, ben 445 giorni perché i cittadini possano accedere ai nuovi farmaci dopo che essi sono stati autorizzati dall’EMA, agenzia europea per i medicinali. La media europea è di 272 giorni, ma in Germania bastano 42 giorni e nel Regno Unito 44. Una sostanziale differenza.

Sul fronte ospedaliero, si è registrata una progressiva riduzione di posti letto: 3,3 per mille abitanti quando la media europea è di 5,2 mentre è di 8,2 in Germania e di 6,3 in Francia. E da noi persistono, com’è noto, le differenze territoriali.

Ma, dall’avvio del Terzo Millennio, il cambiamento più sostanziale è sicuramente l’espansione di internet. In termini generali, il 73,7 per cento degli italiani accede al web. Nello specifico, il 41,7 per cento degli italiani usa il web per questioni relative alla salute e soprattutto per ottenere informazioni su medici e strutture (29,3%) e per aspetti pratici come prenotare visite ed esami (25,2%).

Conferma del ruolo di centralità dei medici

L’accesso sempre più esteso al web ha modificato anche il rapporto medico-paziente, andando a modificare l’asimmetria informativa dei decenni scorsi. Tuttavia, il 20,6 per cento degli italiani ritiene che il medico abbia il solo compito di informare il paziente, ma un 28 per cento ritiene invece che che spetti al medico di decidere autonomamente sulle cure e la salute del paziente. Ma anche coloro che sono più attivi sul web ritengono centrale il ruolo del medico (73,3%), mentre soltanto un italiano su cinque ammette la funzione strategica di televisione e internet. “Paradossalmente -scrive il Censis- l’eccesso di informazioni rese disponibili dal web accentua il valore attribuito al ruolo di intermediazione esercitato dal medico: in questi ultimi anni, gli italiani hanno sperimentato che l’accesso ad una grande mole di informazioni acquisite online e da fonti non sempre certe e verificate ha finito in non pochi casi per accrescere i loro dubbi e incertezze sui temi della salute”. Dal 2006 al 2014 sono cresciuti dal 46,6 per cento al 54,5 per cento gli italiani che ritengono che debbano essere i medici a decidere su questioni riguardanti la salute.

“Nel 2016 quasi la metà degli italiani -dice ancora in Censis-attribuisce al medico di medicina generale la responsabilità di dare informazioni circostanziate ai pazienti e di guidarli verso le strutture più adatte, a fronte del 12,1 per cento che attribuisce a internet un ruolo strategico nella selezione delle strutture e dei professionisti”. Ulteriore conferma viene dal 50,1 per cento degli italiani che riferisce la figura di riferimento resta il medico di famiglia che distanzia altre strutture con il CUP (14,6%), lo sportello ASL o l’ospedale (12,2%). Dal 2012 al 2015 è quasi triplicata la percentuale di internauti che comunque si rivolgono al medico, con un balzo dall’8,6 per cento al 20,6 per cento. Una bella soddisfazione per i medici italiani nell’era della disintermediazione che interessa istituzioni e politica, un fenomeno sempre più esteso in tutti i campi e i settori di attività, ma che, nel pianeta sanità, fa registrare una buona considerazione dei cittadini sul ruolo centrale dei medici, in un Servizio sanitario nazionale soggetto alle ristrettezze di un welfare tutto da riconsiderare e ricostruire.

Orfeo Notaristefano


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