LA GRANDE LEZIONE DEL GENERALE DALLA CHIESA

Firenze, Festa Democratica: sfida corale alle mafie
( 3 settembre 2008) - Tre settembre 1982. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro e un agente di scorta muoiono per mano della mafia. Da allora Palermo e l’Italia ogni anno si fermano per ricordare una delle pagine più tristi della storia. 26 anni dopo anche la festa democratica riprende quella consuetudine che ha designato le feste dell’Unità, ossia ricordare il generale Dalla Chiesa, uno degli uomini di stato più integerrimi e capaci che l’Italia abbia mai avuto. Ma non si tratta delle solite commemorazioni dove il ricordo lascia spazio alla tristezza e alla malinconia, in questo caso si tratta di ricordare l’uomo, l’esempio, e il suo messaggio per continuare a perpetrarlo, ora più che mai, perché la storia ancora si ripete, non tanto nelle stragi quanto nelle azioni della mafia ancora così compiute e sempre più ramificate lungo il territorio della penisola. Parlano come un fiume i relatori davanti una platea gremita e commossa. Ne parla con commozione Giancarlo Caselli, magistrato di punta nella lotta alla mafia, che ebbe la fortuna e l’onore di collaborare con Dalla Chiesa; ne parla con l’esperienza del magistrato Raffaele Cantone, procuratore di Napoli, ne parla con amore il figlio Nando Dalla Chiesa, ne parla con lo spessore del politico Roberta Pinotti, ministro della Difesa nel Governo ombra del PD, ne parla con entusiasmo, rispetto e devozione Giuseppe Lumia, senatore PD e ex presidente della Commissione antimafia, nonché erede di quella grande lezione. Tra il pubblico anche la moglie del magistrato Nino Caponnetto, fondatore del pool antimafia di Palermo e maestro di Falcone e Borsellino, e Maria Grazia Laganà Fortugno, deputata PD e moglie del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, ucciso dall’Ndrangheta nel 2006.

Il ricordo del generale Dalla Chiesa dunque nasce proprio da questa idea, di capire quanto è presente e cambiata la mafia rispetto agli anni in cui operava il generale e quanto il suo esempio sia ancora attuale. Per capire pienamente la situazione in cui si stava muovendo Dalla Chiesa, bisogna andare a recuperare l’intervista rilasciata a Giorgio Bocca sulle pagine de la Repubblica il 10 agosto del 1982, poche settimane prima della sua morte. Non ha dubbi Giancarlo Caselli, con Dalla Chiesa già a Torino quando entrambi si occupavano di Brigate Rosse: “Bisogna andare a rileggere quel prezioso documento per capire quanto allora come ora la mafia sia ancora un male di oggi”. La terribile verità che il generale denunciava, sta proprio in quella frase in cui Dalla Chiesa dice: “la mafia sta nelle maggiori città italiane”. “Oggi quel dato - osserva con amarezza Caselli - va moltiplicato per 1 milione di volte”, mettendovi in conto la questione del riciclaggio del denaro sporco, così come il controllo del territorio e tutti quegli interessi che ruotano attorno alle mafie. “Già nel 1982 è una diagnosi completa”, aggiunge Caselli. Già allora, come ricorda lo stesso magistrato, Dalla Chiesa aveva capito che per colpire la mafia bisognava creare le condizioni economico sociali per trasformare i cittadini mafiosi in cittadini italiani. Così come la lezione di Pio La Torre conta ancora più che mai, utile più che mai perché si battè strenuamente in Parlamento con tutte le sue forze, prima di essere ucciso dalla mafia pochi mesi prima della morte dello stesso Dalla Chiesa, per far approvare quel progetto di legge che univa all’associazione a delinquere l’associazione mafiosa. ” Si trattò di un progetto epocale” - spiega Caselli - “che il generale dalla Chiesa capì perfettamente e che colpiva i mafiosi nel cuore dei loro interessi poiché erano costretti a dimostrare la provenienza illecita del denaro”. Caselli allude all’introduzione nel codice penale del 416 bis, l’introduzione appunto dell’associazione mafiosa. La Torre è l’uomo di una grande svolta, ripete Caselli “perché ha portato l’Italia fuori dal Medio Evo”. E proprio questa considerazione consente a Caselli di lanciare un grido indignato verso il sindaco di Comiso che intende cambiare il nome all’aeroporto della città notoriamente dedicato a Pio La Torre nel tentativo di cancellarne la memoria. “Annullare quell’intestazione - denuncia Caselli - significa non solo revisionismo ma anche negazionismo: i siciliani che occupano ruoli istituzionali dovrebbero vergognarsi di questo atto inaccettabile e sentire al contrario l’orgoglio di essere siciliani”.
Anche il figlio Nando Dalla Chiesa ricorda quel padre amato che “rispettava le regole, le persone e i loro diritti”, quel padre che metteva le istituzioni al di sopra degli interessi personali. Per onorare la sua memoria - ripete Nando dalla Chiesa - significa seguire le cose che ha detto e fare come lui, che ha messo le istituzioni ad di sopra di tutto. Per il generale era inconcepibile “governare un paese mettendo le istituzioni dietro l’interesse personale”. Una lezione valida, attuale, unica e come osserva Roberta Pinotti, talmente importante che il PD, già in campagna elettorale, aveva fatto della lotta alle mafie uno dei suoi caratteri identitari. Il viaggio del segretario del PD Walter Veltroni a Casal di Principe ne è una testimonianza, una testimonianza che per la Pinotti serve a far uscire dal silenzio, dall’isolamento, perché è necessario parlare. La politica in questo senso deve fare la sua parte: “deve fare in modo di parlare continuamente di questi problemi, deve intervenire a livello locale con azioni facendo sentire la propria voce senza nascondere la verità ma denunciando”. E poi educare i giovani così come stanno facendo le tante associazioni contro la mafia che vanno sostenute sempre di più. Per Giuseppe Lumia la grande lezione del generale Dalla Chiesa è contenuta nella grande sfida lanciata a Cosa Nostra quando gli ha fatto capire chiaramente che lo Stato c’era. Nonostante la caduta del muro di Berlino, la grande tragedia dell’11 settembre, il cambiamento dell’economia mondiale, il crollo della Prima Repubblica e il passaggio alla Seconda, nonostante questi grandi cambiamenti Cosa Nostra è ancora lì, ma è ancora qui la lezione del generale che va recuperata. E la politica, per Lumia, ha una grande responsabilità perché per fare in modo che le istituzioni ci siano, è necessario creare e selezionare una classe dirigente in grado di contrastare e fermare. Una classe dirigente, capace di fare come ha fatto Dalla Chiesa già nel ‘49 quando decise di scendere a Corleone per formarsi, proprio quando la mafia si macchiò del delitto del sindacalista Placido Rizzotto. “Dalla Chiesa - ricorda Lumia - fece sentire alla famiglia la sua vicinanza e quella dello stato dando un segno alla mafia che lo stato c’era e non lasciava soli i suoi cittadini. “Dalla Chiesa - precisa Lumia - lanciò allora una sfida corale e progettuale, che è poi l’obiettivo cui bisogna mirare” Per Lumia è questo l’obiettivo cui deve mirare il Partito Democratico puntando strategicamente nel far procedere insieme e di pari passo legalità e sviluppo, coniugando le due cose si potranno colpire i corporativismi, si potranno liberare le energie delle imprese. “La lotta alle mafie deve diventare una dato identitario del PD - ripete Lumia - ma tutta la politica deve sentire questa responsabilità: quella stessa responsabilità che sentì il generale Dalla Chiesa, il quale si lanciò generosamente in questa sfida corale e progettuale, e che poi dovrà diventare di tutto il Paese”.
Alessandra Dell’Olmo

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