MEDICI E VETERINARI: IL VALORE DELLA CULTURA ETICA E DEONTOLOGICA

L’Aquila - 20 ottobre 2017  Ordine Medici di L’Aquila Via Gronchi, 16

IL VALORE DELLA CULTURA ETICA E DEONTOLOGICA

NELL’ ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE VETERINARIA E MEDICA

L’Aquila - 20 ottobre 2017 Centro Polifunzionale “Dante Vecchioni” Ordine Medici di L’Aquila Via Gronchi, 16

Etica della comunicazione
tra informazione, demagogia e sensazionalismo mediatico:
il valore dei principi di trasparenza, rigore e prudenza
nella comunicazione in tema di salute e prevenzione

Intervento di Orfeo Notaristefano, giornalista FNOMCeO

La FNOMCeO ha sostenuto e partecipato al convegno promosso dall’OMCeO di Siena sul tema: “Comunicare la sanità: relazione di cura e cura della relazione“. L’evento si è tenuto sabato 15 luglio 2017 nel suggestivo Teatro comunale dei Rinnovati, nel Palazzo pubblico, in Piazza del Campo, la piazza del Palio. Il tema di Siena è strettamente connesso al tema di oggi, qui, a L’Aquila. E’ il tema dei temi. Perché riguarda direttamente la buona informazione e la buona comunicazione in Sanità. La buona informazione del mondo della Sanità verso il mondo esterno e la buona comunicazione al suo interno, soprattutto nel rapporto tra medico e paziente.

A Siena, la Presidente della FNOMCeO Roberta Chersevani fece riferimento all’articolo 20 del nuovo Codice di deontologia medica della Federazione affermando: “Lavorare insieme, medici e giornalisti, è un fatto positivo e si raggiungerà un buon risultato e questa è una relazione da mantenere. Sempre in tema di buona comunicazione, terremo a fine settembre a Taormina un’iniziativa organizzata dal Presidente della CAO nazionale Giuseppe Renzo. D’altra parte lo abbiamo scritto nel nostro nuovo Codice deontologico che la comunicazione è già cura”.

E Taormina fu. Lì c’eravamo tutti, anche per trattare il tema che è oggi qui all’ordine del giorno; la buona informazione e la buona comunicazione.

Si parte da zero? Quasi. Si parte da zero? Forse. Si parte da zero? Non del tutto. Infatti, il 18 maggio 2014, a Torino, quando il Consiglio nazionale della FNOMCeO varò il nuovo Codice di deontologia medica, l’allora Presidente Amedeo Bianco, oggi senatore, insistette nel dare all’articolo 20 la sua attuale formulazione e il titolo: Relazione di cura. Ed è bene richiamarlo quell’articolo: “La relazione tra medico e paziente è costituita sulla libertà di scelta e sull’individuazione e condivisione delle rispettive autonomie e responsabilità. Il medico nella relazione persegue l’alleanza di cura fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei  valori e dei diritti e su un’informazione comprensibile e completa, considerando il tempo della comunicazione quale tempo di cura”.

Esattamente cinque mesi dopo, il 18 ottobre 2014 eravamo qui a L’Aquila per l’evento promosso dall’OMCeO su La comunicazione efficace abbinata al concetto di salute. Comunicazione in medicina.

In quella circostanza, citai il libro “Etica e Sanità. Linee guida per medici e giornalisti“, da me scritto assieme a Giampiero Valenza, pubblicato il 21 dicembre 2013. Rilevavo che nei dieci mesi trascorsi non era successo nulla. Rilevo oggi qui che dopo quattro anni da allora e dopo tre anni dal convegno a L’Aquila non è ancora successo nulla: Le auspicate linee guida per medici e giornalisti non esistono ancora perché nessuno le ha scritte. Vengono periodicamente evocate, ma semplicemente non si fanno.

Pertanto, oggi come tre anni fa, ribadisco che è “lodevole l’iniziativa del Presidente Maurizio Ortu e del Consiglio dell’OMCeO de L’Aquila, perché rimette al centro del tavolo il tema della comunicazione e dell’informazione, un tema estremamente delicato, che va trattato con competenza ed approfondimento, senza superficialità e approssimazione”. Facevo riferimento allora “al Titolo IV (agli articoli 33 e 34) del Codice di deontologia medica, che tratta proprio di informazione e comunicazione e lo fa in maniera netta e inequivocabile. Vale a dire, bene. Per cui il medico trova, in questi articoli del nuovo Codice, punti di riferimento su come trattare la comunicazione verso il paziente”.

Ed eccoli gli articoli 33 e 34 del nuovo Codice di deontologia medica.

Art. 33 Informazione e comunicazione con la persona assistita.

Il medico garantisce alla persona assistita o al suo rappresentante legale un’informazione comprensibile ed esaustiva sulla  prevenzione, sul percorso diagnostico, sulla diagnosi, sulla prognosi, sulla terapia e sulle eventuali alternative diagnostico terapeutiche, sui prevedibili rischi e complicanze, nonché sui comportamenti che il paziente dovrà osservare nel processo di cura. Il medico adegua la comunicazione alla capacità di comprensione della persona assistita o del suo rappresentante legale, corrispondendo a ogni richiesta di chiarimento, tenendo conto della sensibilità e reattività emotiva dei medesimi, in particolare in caso di prognosi gravi o infauste, senza escludere elementi di speranza. Il medico rispetta la necessaria riservatezza dell’informazione e la volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione, riportandola nella documentazione sanitaria.

Il medico garantisce al minore elementi di informazione utili perché comprenda la sua condizione di salute e gli interventi diagnostico terapeutici programmati, al fine di coinvolgerlo nel processo decisionale“.

Art. 34 Informazione e comunicazione a terzi.

L’informazione a terzi può essere fornita previo consenso esplicitamente espresso dalla persona assistita, fatto salvo quanto previsto agli artt. 10 e 12, allorché sia in grave pericolo la salute o la vita del soggetto stesso o di altri. Il  medico, in caso di paziente ricoverato, raccoglie gli eventuali nominativi delle persone indicate dallo stesso a ricevere la comunicazione dei dati sensibili“.

Ecco. Questi sono i riferimenti ad articoli del nuovo Codice di deontologia medica per inquadrare in maniera corretta il tema che stiamo trattando oggi. Perché, per i medici e gli odontoiatri, ma anche per i veterinari e altri professionisti della salute, quei riferimenti sono la bussola, sono gli strumenti per rimettere il treno sui binari ed evitare così il deragliamento a cui assistiamo periodicamente in tema di informazione e comunicazione in Sanità, con episodi che possono essere definiti di mala informazione e di mala comunicazione.

Dei veri e propri cortocircuiti mediatici si sono verificati nei casi Di Bella, Welby, Englaro, nella vicenda Stamina nonché, nella seconda metà degli anni ‘80, attorno al fenomeno dell’AIDS. Ma è recente la massiccia disinformazione che è stata messa in atto sui vaccini, durante la quale sono circolate sui giornali, in Tv e soprattutto su Internet notizie false, senza alcuna base scientifica, con grave danno per i cittadini e con il rischio di compromettere seriamente l’immunità di gregge di fronte a patologie che invece vanno combattute proprio attraverso le vaccinazioni. Proprio la vicenda vaccini ha spinto la FNOMCeO a pensare ad un sito antibufale, che è in costruzione. Si chiamerà dottoremaeveroche.

Il fatto vero è che, grazie a Internet e a causa di Internet, viviamo tutti nell’era della disintermediazione, secondo l’intuizione del Censis, che lo scorso 4 ottobre ha presentato in Senato una sua ricerca I media e il nuovo immaginario collettivo, fornendo tantissimi dati estremamente interessanti. Ne cito solo alcuni. “ La crescita degli utenti di internet in Italia ha rallentato il ritmo, ma prosegue. Nel 2017 ha raggiunto una penetrazione pari al 75,2% della popolazione, l’1,5% in più rispetto al 2016 (e il 29,9% in più rispetto al 2007). Il telefono cellulare è usato dall’86,9% degli italiani e lo smartphone, in particolare, dal 69,6% (la quota era solo del 15% nel 2009). Gli utenti di WhatsApp (il 65,7% degli italiani) coincidono praticamente con le persone che usano lo smartphone, mentre circa la metà degli italiani usa i due social network più popolari: Facebook (56,2%) e YouTube (49,6%). Notevole il passo in avanti di Instagram, che in due anni ha raddoppiato la sua utenza (nel 2015 era al 9,8% e oggi è al 21%), mentre Twitter resta attestato al 13,6%.

Mentre tra il 2007 (l’anno prima dell’inizio della crisi) e il 2016 il valore dei consumi complessivi degli italiani ha subito una significativa flessione (-3,9% in termini reali), la spesa delle famiglie per gli smartphone ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom (+190% nel periodo 2007-2016, per un valore di poco meno di 6 miliardi di euro nell’ultimo anno). Anche gli acquisti di computer hanno registrato un rialzo rilevantissimo (+45,8% nel periodo). I servizi di telefonia si sono invece assestati verso il basso per effetto di un riequilibrio tariffario (-14,3%, per un valore però di oltre 16,8 miliardi di euro nell’ultimo anno). E la spesa per libri e giornali ha subito un crollo verticale (-37,4%). Complessivamente, nel 2016 la spesa per smartphone, servizi di telefonia e traffico dati ha superato i 22,8 miliardi di euro”. Più della manovra finanziaria contenuta nella legge di bilancio varata da Palazzo Chigi lunedì scorso.

Viviamo pertanto in questo contesto qui. La disintermediazione ha tolto ogni velo, tutti a briglia sciolta possono comunicare con tutti, e, attraverso i social media, innescare delle bolle informative basate sul nulla, al di fuori di qualsiasi riferimento a basi scientifiche e a principi etici. Ed è evidente che in un contesto simile è estremamente facile che girino notizie false, spacciate per vere, e autentiche bufale contrabbandate per verità assolute. E’ un meccanismo molto facile da avviare e molto difficile da contrastare, ma occorre farlo proprio avendo come riferimenti quegli articoli richiamati sopra. Nella sua ricerca, il Censis ha descritto una realtà davvero inquietante, di cui si ha in genere una scarsa percezione: “I telegiornali sono usati abitualmente per informarsi dal 60,6% degli italiani, ma solo dal 53,9% dei giovani. La seconda fonte d’informazione è Facebook con il 35%, ma nel caso degli under 30 il social network sale al 48,8%. Tra i mezzi utilizzati per informarsi dai giovani seguono i motori di ricerca su internet come Google (25,7%) e YouTube (20,7%). Le persone più istruite, diplomate o laureate, restano affezionate ai tg generalisti (62,1%), ai giornali radio (25,3%) e alle tv all news (23,7%), ma danno comunque molta importanza a Facebook (41,1%). I quotidiani vengono al sesto posto nella classifica generale: li usa regolarmente per informarsi il 14,2% della popolazione, il 15,1% delle persone più istruite, ma solo il 5,6% dei giovani.

Tra fake news e post-truth. A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in rete: è successo spesso al 7,4%, qualche volta al 45,3%, per un totale pari al 52,7%. La percentuale scende di poco, rimanendo comunque al di sopra della metà, tra le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i giovani under 30, che dichiarano di aver creduto spesso alle bufale in rete nel 12,3% dei casi. Quali sono i giudizi espressi sulle fake news? Per tre quarti degli italiani (77,8%) si tratta di un fenomeno pericoloso, soprattutto per i diplomati e laureati (80,8%). Proprio i più istruiti ritengono, con valori superiori alla media della popolazione, che le bufale sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%). I giovani invece danno meno peso a queste valutazioni. Il 44,6% ritiene che l’allarme sulle fake news sia sollevato dalle vecchie élite, come i giornalisti, che a causa del web hanno perso potere”.

Ma il Censis va oltre i dati. Compie uno sforzo di interpretazione, la cui sintesi del macrofenomeno è così rappresentata da Massimiliano Valerii, direttore generale della Fondazione Censis, creatura di Giuseppe De Rita: “L’immaginario collettivo è l’insieme di valori, simboli, miti d’oggi che informano le aspettative, orientano le priorità, guidano le scelte, definiscono un’agenda condivisa della società. La transizione della fase attuale: nel corpo sociale coesistono valori vecchi e nuovi, offline e online, e alle immagini ad alta valenza simbolica care alle generazioni dei padri si affiancano oggi le icone della contemporaneità fatte proprie dai figli. o Frammentazione di quell’immaginario collettivo omogeneo che nelle epoche passate aveva caratterizzato univocamente lo sviluppo sociale del Paese. Quei riferimenti radicati nella società negli anni del boom economico (il «posto fisso», la casa di proprietà, l’automobile nuova, un buon titolo di studio a garanzia dell’ascesa sociale), e che hanno sostenuto lo slancio vitale di intere generazioni dal dopoguerra in avanti, si impastano oggi con i miti fondativi dell’app economy: lo smartphone come oggetto di culto dall’alto impatto simbolico, oltre che funzionale; la potenza di internet e social network, con cui filtrare personalmente il mondo esterno e condividere l’espressione di sé; il selfie, come emblema dell’autoreferenzialità individualistica”.

FNOMCeO e Ordine Nazionale dei Giornalisti dovrebbero davvero mettersi attorno a un tavolo e restituire delle certezze a medici e giornalisti in tema di informazione e comunicazione, adottando appunto le Linee guida di cui abbiamo parlato all’inizio. Questa sollecitazione è emersa quest’anno a Siena, ma emerse anche qui a L’Aquila il 18 ottobre di tre anni fa.

Prima ho fornito alcune affermazioni: Si parte da zero? Quasi. Si parte da zero? Forse. Si parte da zero? Non del tutto.

Tanto è vero che, scrivendo il report sull’evento di Siena, mi sono divertito a ripercorrere il cammino dei Codici e delle Carte relativi al tema che stiamo trattando. Eccolo.
“L’EVOLUZIONE DELL’ETICA NELL’INFORMAZIONE. LE CARTE.

-     La legge 69 del 1963, istitutiva dell’Ordine dei giornalisti, già prevede, all’articolo 2, diritti e doveri dei giornalisti.

-     Nel 1990, 27 anni dopo, Ordine dei giornalisti e FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) varano la Carta di Treviso, dedicata al rapporto tra media e minori, con il sostegno di Telefono Azzurro.

-     Nel 1993, OdG e FNSI approvano la Carta dei doveri del giornalista, con riferimenti al settore della Salute.

-     Nel 1995, nasce a Perugia la prima Carta regionale, sottoscritta da Ordine regionale dei giornalisti, Federazione regionale Ordini dei Medici e Ordine degli psicologi, definita un ‘vaccino’ contro la cattiva comunicazione in sanità.

-     Nel 1997 viene scritto a Roma il “Codice di deontologia del medico e del giornalista” dalla commissione di bioetica dell’OMCeO di Roma.

-     Nel 2001, a Torino, Ordine dei Medici e Ordine dei giornalisti siglano la Carta per la deontologia dell’informazione.

-     Nel 2004, a Bolzano, viene siglata degli OMCeO di Bolzano e Trento e dall’Ordine regionale dei giornalisti la Carta di intenti tra medici e giornalisti per la Sanità.

-     Nel 2005, la Federazione regionale degli OMCeO e l’Ordine regionale dei giornalisti sottoscrivono la Carta toscana per l’informazione biomedica. La Toscana diventa punto di riferimento in materia.

-     Nel 2007 nasce a Milano la Carta etica per l’informazione biomedica, su impulso dell’allora Presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardo Franco Abruzzo.

-     Nel 2008 viene aggiornata la Carta di Torino del 2001.

-     Nel 2009, OMCeO di Genova e Ordine dei giornalisti varano la Carta della buona comunicazione.

-     Nel 2010, l’OdG e la FNSI, recependo l’appello dell’OMS, siglano la Carta di Trieste sulla Salute mentale, anche in omaggio a Franco Basaglia, che lì lavorò e a cui si deve la legge 180 del ‘78 sugli accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, più nota come legge per la chiusura dei manicomi.

Dunque, ci sono numerosi documenti, proprio questi. Non si parte da zero. L’obiettivo è giungere a un documento condiviso FNOMCeO - Ordine Nazionale dei Giornalisti che diventi un Codice etico (o Linee guida) per medici e giornalisti in tema di comunicazione e informazione in ambito sanitario. Si parlò proprio di questo nel 1996 a Palermo, in un evento intitolato “Malasanità addio. Un Codice etico per medici e giornalisti” organizzato dal Presidente OMCeO di Palermo Salvatore Amato e il Presidente FNOMCeO di allora Aldo Pagni (scomparso nel febbraio 2016) e altri interlocutori. Si tratta di riprendere questo percorso e portarlo a sintesi. Se non ora, quando? Da Siena è emerso anche questo”.

Tenendo a mente questa conclusione, poiché siamo nella sede dell’Ordine, poiché trattiamo di informazione e comunicazione in Sanità, i nostri pilastri stanno nella Costituzione, specificamente negli articoli 3 (Principio di eguaglianza formale e sostanziale), 21 (Libertà di pensiero e di stampa) e 32 (Diritto alla salute).

Dato che è universalmente riconosciuto che l’Italia ha la Costituzione più bella del mondo, è impegno di noi tutti, professionisti della salute e giornalisti, fare il possibile per  fornire ai cittadini buona informazione e buona comunicazione.

Dev’essere un dovere e un piacere, poiché viviamo nel Paese più bello del mondo. A meno che non vogliamo continuare a dare ragione a Benedetto Croce, che, da abruzzese nato nel 1866 a Pescasseroli, oltre ad averci acculturato con i suoi alti pensieri, ci ha anche ricordato che “L’Italia è un Paradiso abitato da diavoli”.


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