CENSIS. LA SOCIETA’ ITALIANA E’ PASSATA, IN UN ANNO, DAL RANCORE ALLA CATTIVERIA

52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese

Lo scorso anno il Censis aveva descritto la società del rancore. In dodici mesi c’è stato un salto, in senso negativo, per cui oggi ci troviamo a vivere in una società della cattiveria, un sentimento che si diffonde e serpeggia nei diversi strati della popolazione, pur se con motivazioni e meccanismi differenziati. Ma la “cattiveria” “è una parola tutt’altro che banale perché ricca di significati e densa di contenuti sociali. Su questo piano, per quanto paradossale possa apparire, la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani”. E’, questo, un passaggio contenuto nella considerazioni generali che precedono il Rapporto annuale del Censis. Il tradizionale librone verde quest’anno è di 556 pagine. Come sempre è zeppo di dati sulle trasformazioni economiche e sociali del Paese.

Ma quest’anno mi interessa di più soffermarmi sulle linee generali descritte, venerdì 7 dicembre, nel Parlamentino del CNEL, dal direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e dal segretario Giorgio De Rita, figlio di Giuseppe, fondatore del Censis e che due anni fa, alla presentazione del 50° Rapporto, dette l’annuncio che avrebbe lasciato ad altri la prosecuzione della propria opera, anche se De Rita senior prosegue comunque nella sua attività di ricerca e di approfondimento, intervenendo anche ad eventi pubblici.

In questa Italia, preda di un sovranismo psichico, “viviamo in un clima di ambiguità e di incertezza, derivante da due cocenti delusioni: 1) la ripresa è svanita; 2) l’atteso cambiamento non si è compiuto. E queste sono delusioni che condizionano il clima sociale”. Quest’anno parla così Massimiliano Valerii e sintetizza: “Il PIL ristagna (-0,1%) e si riduce la crescita tendenziale, i consumi delle famiglie non ripartono, la produzione industriale flette, l’export è rallentato, la dinamica delle retribuzioni è ferma e non fa ripartire i consumi, gli investimenti sono scivolati in campo negativo (-0,1%). L’anno scorso parlammo di rancore. Quest’anno emerge la delusione che porta alla cattiveria. E’ come se la società italiana volesse fare un balzo verso un ‘altrove’ incognito”.

A me che sono anziano e che seguo il Censis dal lontano 1985, viene in mente la famosa metafora del Censis, quando nel 1994 coniò l’espressione “malinconica pianola del cambiamento”. Anche allora c’erano problemi e passaggi di fase che in parte si sono realizzati, ma non c’era la cattiveria come sentimento diffuso.

“La maggior parte degli italiani - prosegue Valerii - pensa che non muterà la condizione sociale. E’ il contrario esatto di quando c’era il miracolo economico. Oggi prevale soltanto il rancore che diventa pregiudizio verso gli altri. Persistono le diseguaglianze: i consumi delle famiglie calano, mentre aumentano quelli delle classi più agiate. Aumentano soltanto i consumi digitali per telefonini e tutto quel che offre la tecnologia per far valere il principio ‘uno vale un divo’, perché ciascuno si propone sui social, in una perenne celebrazione digitale dell’Io”. E, infatti, aggiungo, specialmente in certa politica, è scomparso il valore unificante e collante del Noi, che invece andrebbe recuperato.

Ancora Valerii: “In un contesto così, crescono delusione e rabbia mentre entra in azione una micidiale macchina dell’indifferenziazione verso la politica, che travolge tutto, anche il rapporto dell’Italia con l’Europa e il Mediterraneo. Ma c’è un elemento che va sottolineato: più è bassa la fiducia verso l’Europa, più diventa bassa la percezione verso il proprio Paese e si riduce la speranza”. Due flash finali: “Questa è una società che si lascia: diminuiscono i matrimoni, aumentano le separazioni, crollano le nascite. E’ la rottura delle relazioni, è l’affermarsi di una coscienza infelice e della ‘singletudine’. Come uscirne? Con una sola parola ripetuta tre volte: lavoro, lavoro, lavoro”.

E’ tutto chiaro. Le affermazioni di Valerii sono sostenute dalla ricerca Censis, dai tantissimi dati sulla società italiana. Chi vuole approfondire può andare su censis.it e trova tutto.

Per Giorgio De Rita, “si è rabbuiato l’orizzonte, le difficoltà sociali sono sotto gli occhi di tutti, forse si è chiuso un ciclo e se ne apre uno nuovo. Vedremo. La nostra si conferma essere una società pulviscolare, molecolare che può portare a un nuovo processo di crescita dal basso, ma rispetto a qualche anno fa, si assiste al ritorno alla dimensione nazionale, al sovranismo, al rancore, alle speranze disattese. Ma il rancore non spinge ad andare avanti. In passato ci hanno salvato le filiere meridiane in un Paese sconnesso. Oggi assistiamo a tante discontinuità (esempio le elezioni del 4 marzo) in un Paese che è tradizionalmente continuista. Forse viviamo in un’epoca post-sociale. La responsabilità della classe dirigente dovrebbe contrastare la tendenza all’appiattimento. Emerge oggi una domanda di ‘profezia’ come capacità di affermare quello che vorremmo essere e non siamo. Occorre una nuova capacità di pensare a un futuro, ma per farlo occorre saper distinguere le diseguaglianze e le diversità, con valore di testimonianza e con il riconoscimento per il modello di sviluppo italiano”.

In questa prevalenza dell’Io rispetto alla società, c’è la rincorsa all’affermazione del diritto individuale di essere quel che siamo, “per guardare in alto, per non smettere di ascoltare il canto del gallo silvestre che, come scrive Leopardi, sta in su la terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo”. Così De Rita, che, in tema di diseguaglianze, di lotta alle povertà, di riconoscimento del diverso, conclude con una citazione di Gianni Rodari: “La lacrima di un capriccio pesa meno del vento, quella di un bambino affamato più di tutta la Terra”. E De Rita spiega: “Per dire come il dovere più profondo della politica non sia raccogliere le lacrime, ma riconoscerne il peso”.

In apertura dei lavori sono intervenuti il Presidente e il segretario del CNEL. Tiziano Treu ha posto anche lui l’accento sul tema delle diseguaglianze sociali e territoriali, mentre Paolo Peluffo, nel descrivere alcune criticità dell’Unione Europea, ha affermato tra l’altro: “La ricerca condotta dal Censis è insostituibile”.

Orfeo Notaristefano


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