CENSIS. ITALIANI TRA FURORE DI VIVERE E SMARRIMENTO

6 dicembre 2019. Ecco il 53° Rapporto sullo stato sociale del Paese

Come ogni anno, il primo venerdì del mese di dicembre, il Censis ha presentato il suo 53° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, nella storica sede del CNEL, alla presenza del suo Presidente Tiziano Treu. Ad illustrare il Rapporto il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii e il segretario Giorgio De Rita.

Valerii ha parlato di “furore di vivere degli italiani che ha vinto su tutto”, dopo aver vissuto e subìto la lunga crisi a partire dal 2008. Un furore che si manifesta nel pensare al proprio privato, come risposta a una generale sfiducia nei confronti della politica, delle Istituzioni, e nell’incapacità di immaginare un futuro migliore del presente: “l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista”. Rarefazione della rete di welfare, rottura dell’ascensore sociale, nuova occupazione segnata da un andamento negativo di retribuzioni e reddito. Questi elementi creano smarrimento, incertezza, paura di sprofondare verso il basso vedendo compromesso il proprio stato sociale.

Lavoro (che spesso non c’è) e stress esistenziale

“Il lavoro è il problema numero 1 tra le preoccupazioni degli italiani”, ha affermato Valerii, spiegando però anche i meccanismi che sono alla base dell’attuale mondo del lavoro, un vero e proprio bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita. Alcuni dati: “Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. La tendenza è continuata anche quest’anno: +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Il riassorbimento dell’impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale)”. Gli italiani vivono così in un generale clima di disincanto, in un perenne stato d’ansia che viene compensato in parte con una maggiore concentrazione sui propri fatti personali senza alcun senso di comunità. Ognuno si chiude nel proprio guscio privato e guarda con sfiducia il mondo che gli sta intorno. Anche qui alcuni dati: “Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. Al 55% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa). E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 di più di tre anni fa). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada”.

Sfiducia nella politica e pulsioni antidemocratiche

E dalla politica non arrivano risposte ai bisogni individuali dei singoli, tanto meno risposte “di sistema”, figuriamoci. Non a caso, il Censis scrive di suicidio della politica e di forti pulsioni antidemocratiche con la tendenza diffusa a desiderare l’arrivo del cosiddetto “uomo forte” capace di pensare a tutto e, com’è accaduto nella storia, a pensare anche a nome di tutti. Perché in questa fase il pensiero risulta essere merce rara. Scrive il Censis: “Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Sono i segnali dello smottamento del consenso, che coinvolge soprattutto la parte bassa della scala sociale. E apre la strada a tensioni che si pensavano riposte per sempre nella soffitta della storia, come l’attesa messianica dell’uomo forte che tutto risolve. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai)”. Sconfortante.

D’altra parte, è sotto gli occhi di tutti che la politica, tranne poche eccezioni, non riesce più da anni ad avere un’idea di Paese, a indicare e compiere scelte strategiche per il futuro di tutti, in particolare delle nuove generazioni. Ci siamo tutti abituati a vivacchiare giorno per giorno, politici e cittadini, con i politici intenti, giorno per giorno, a spararle sempre più grosse in cerca di consenso immediato e con i cittadini che assistono attoniti a spettacoli, specialmente in tv e sui social, niente affatto edificanti.

Quadro demografico e sostenibilità del Welfare

Intanto il Paese mostra tutte le sue fragilità mentre assiste a uno tsunami demografico e alla grande fuga dal Sud, sempre più spopolato. Scrive il Censis: “Rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori demografici. Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica, mai accaduta prima nella nostra storia ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Nel 2018 anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. La caduta delle nascite si coniuga con l’invecchiamento demografico. Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Tra vent’anni, su una popolazione ridotta a 59,7 milioni di abitanti, gli under 35 saranno 18,6 milioni (il 31,2%) e gli over 64 saranno 18,8 milioni (il 31,6%). Sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni”. In uno scenario così, è facile prevedere ripercussioni negative sul sistema di welfare, soprattutto per quanto riguarda la sostenibilità del sistema pensionistico, come ha più volte spiegato l’ex Presidente dell’INPS e docente alla “Bocconi” Tito Boeri. Dal canto suo, il Censis precisa: “Le dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Le previsioni al 2041 salgono rispettivamente a 88,1 e 83,9 anni. Oggi gli over 80 rappresentano già il 27,7% del totale degli over 64 e saranno il 32,4% nel 2041. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due. Questi ultimi aumenteranno di 2,5 milioni di qui al 2041. Già oggi la quota di non autosufficienti è pari al 20,8% tra gli over 64, a fronte del 6,1% riferito alla popolazione complessiva, e supera il 40% tra gli ultraottantenni”.

Uno sguardo in avanti e non c’è un’Europa matrigna

Le carenze del sistema formativo, i difficili rapporti con la Pubblica amministrazione e con la burocrazia in generale, la pesante sensazione di schiacciamento verso il basso vissuta dal ceto medio sono altrettanti elementi di crisi della società italiana. C’è da tremare nel tenere a mente questa situazione, ma Valerii ha invitato a rivolgere comunque uno sguardo in avanti, a non incurvarsi su se stessi, a trovare motivi di speranza magari nella nascita di una nuova élite capace “di tenere insieme la collettività individuando gli sforzi comuni da compiere e la direzione verso cui muoversi”, visto che si assiste a un recupero di aspettative rispetto all’Europa. Nonostante le forsennate campagne antieuropee di alcuni settori della politica, nonostante il ritorno a un nazionalismo protezionistico, nonostante la fase anti-ideologica e anti-identitaria, il Censis indica qualche motivo di speranza: “il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei Paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 Paesi della Ue sono 2.107.359 (e i cittadini della Ue che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero”.

Piastre di ancoraggio e muretti di pietra a secco

Per tornare a crescere, forse bisognerà immaginare una nuova ricostruzione, ricordando cosa furono gli anni del secondo dopoguerra, quando l’Italia uscì dalla catastrofe e si rimise in cammino. Giorgio De Rita ha parlato così di piastre di ancoraggio e di muretti di pietra a secco per frenare i fenomeni erosivi, ora che si va chiudendo un decennio. Scrive il Censis: “Una prima piastra di sostegno è nella dimensione manifatturiera del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, trainare la crescita. Le nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale e le ipotesi di una nuova guerra dei dazi e delle valute alimentano tanti interro­gativi sulla capacità di resistenza delle industrie italiane, ma non c’è dubbio che nell’arena internazionale il nostro Paese, con le sue fab­briche, esprime ancora un’idea forte di qualità e capacità compe­titiva. Una seconda piastra di ancoraggio è nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico. Con un tasso di crescita del prodotto interno e dei consumi paragonabile alle migliori regioni europee, la riaffermazione della base geografica dello svilup­po, anche quando è a scapito di altre parti del Paese, segnala che l’appartenenza territoriale ridona vigore alla crescita. La terza piastra è la nuova sensibilità per i problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio, anche in risposta a stimoli non solo interni. Restano certo irrisolti i nostri problemi di fragilità strutturale dell’ambiente naturale e costruito, ma è fuor di dubbio che la speranza di provare a metterci mano muove a una spontanea e diffusa partecipazione. È una quarta ipotesi di piastra di ancoraggio, per quanto più incerta, la rimessa in circuito del risparmio privato. La liquidità disponibile delle famiglie ha permesso una sostanziale tenuta sociale, a fronte di risorse pubbliche sempre meno adeguate e meno efficienti. Un’ultima piastra di sostegno la si vede nella dimensione europea: sempre meno si addossano ai processi di convergenza europea le responsabilità delle difficoltà nazionali e locali, e sempre più si alimenta il dibattito sulla capacità delle istituzioni comunita­rie di rinnovare contenuti e mezzi dello sviluppo”. Di fronte alla descrizione di questi fenomeni, dov’è la politica? Giorgio De Rita si fa la domanda e fornisce la risposta. “La politica ha scelto, semplicemente, di non decidere, mostrando incapacità a prendere decisioni almeno per tre ragioni: 1) è incastrata nella comunicazione continua; 2) rinuncia a calibrare i poteri; 3) orientamento a indicare i problemi e non le responsabilità”. Ma anche Giorgio De Rita, come Valerii, non ci lascia in sospeso, aggrappati alle nostre insicurezze e allo smarrimento, ma esorta guardare comunque avanti. Scrive infatti il Censis: “La consape­volezza che la sfiducia sembra prevalere non basta a offuscare lo sguardo e il bisogno di reagire e guardare avanti. I segnali di contrapposizione a un racconto al ribasso sono ancora deboli. Ma nella reazione al vortice della crisi e nell’avvio di nuovi e diversi processi di consolidamento dello sviluppo il popolo si sta aprendo alla speranza e, se così sarà, la storia gli lascerà strada”.

Orfeo Notaristefano

NOTA FINALE

Negli anni precedenti, oltre al report sulla presentazione del Rapporto del Censis, pubblicavo a parte un altro articolo specifico su Welfare e Sanità. Ma, poiché non sto più in FNOMCeO, quest’anno mi limito e rimango nell’ambito, seppure ampio, della descrizione della società italiana, come ho fatto oggi, 6 dicembre 2019.


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