TEMI: ROBERTA DE MONTICELLI, L’ABIURA, IL NICHILISMO DEI CATTOLICI

Monsignor Betori, Giuliano Ferrara. La religione, l’etica, l’autodeterminazione, la libertà di coscienza.

 

IL FOGLIO, 2 ottobre 2008

Abiura di una cristiana laica

“Questo è un addio. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla Chiesa italiana. Monsignor Betori nega la coscienza e la libertà ultima di essere una persona. Si rende conto?”

Questo è un addio. A molti cari amici - in quanto cattolici. Non in quanto amici, e del resto sarebbe un fatto privato. E’ un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica italiana, un addio anche accorato a tutti i religiosi cui debbo gratitudine profonda per avermi fatto conoscere uno dei fondamenti della vita spirituale, e la bellezza. La bellezza delle loro anime e quella dei loro monasteri - la più bella, la più ricca, e oggi, purtroppo, la più deserta eredità del cattolicesimo italiano. O diciamo meglio del nostro cristianesimo. L’eredità di Benedetto, di Pier Damiani, di Francesco, dei sette nobili padri cortesi che fondarono la comunità dei Servi di Maria, di tanti altri uomini e donne che furono “contenti nei pensier contemplativi”. E anche l’eredità di mistici di altre lingue e radici, l’eredità, tanto preziosa ai filosofi, di una Edith Stein, carmelitana che si scalzò sulle tracce della grande Teresa d’Avila.

Questo addio interessa a ben poche persone, e come tale non meriterebbe di esser detto in pubblico. Ma se oggi scrivo queste parole non è certo perché io creda che il gesto o la sua autrice abbiano la minima importanza reale o morale: bensì per un senso del dovere ormai doloroso e bruciante. Basta. La dichiarazione, riportata oggi su “Repubblica”, di Mons. Betori, segretario uscente della Cei, e “con il pieno consenso del presidente Bagnasco”, secondo la quale, per quanto riguarda la fine della propria vita, alla volontà del malato va prestata attenzione, ma “la decisione non deve spettare alla persona”, è davvero di quelle che non possono più essere né ignorate né, purtroppo, intese diversamente da quello che nella loro cruda chiarezza dicono.

E allora ecco: questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l’umiliazione del non esser più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato. Sì, anche di affermare con fierezza la propria dignità, anche per quando non si potrà più farlo. E’ la possibilità di questa scelta che carica di valore la scelta contraria, quella dell’umiltà e dell’abbandono in altre mani. Ma siamo più chiari: quella che Betori nega è la libertà ultima di essere una persona, perché una persona, sant’Agostino ci insegna, è responsabile ultima della propria morte, come lo è della propria vita. Fallibile, e moralmente fallibile, è certo ogni uomo. Ma vogliamo negare che, anche con questo rischio, ultimo giudice in materia di coscienza morale sia la coscienza morale stessa? Attenzione: non stiamo parlando di diritto, stiamo parlando di morale. Il diritto infatti è fatto non per sostituirsi alla coscienza morale della persona, ma per permettergli di esercitarla nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo di altri. Su questo si basano ad esempio i principi costituzionali che garantiscono la libertà religiosa, politica, di opinione e di espressione.

Oppure ci sono questioni morali che non sono “di competenza” della coscienza di ciascuna persona? Quale autorità ultima è dunque “più ultima” di quella della coscienza? Quella dei medici? Quella di mons. Betori? Quella del papa? E su cosa si fonda ogni autorità, se non sulla sua coscienza? Possiamo forse tornare indietro rispetto alla nostra maggiore età morale, cioè al principio che non riconosce a nessuna istituzione come tale un’autorità morale sopra la propria coscienza e i propri più vagliati sentimenti? C’è ancora qualcuno che ancora pretenda sia degna del nome di morale una scelta fondata sull’autorità e non nell’intimità della propria coscienza? “Non siamo per il principio di autodeterminazione”, dichiara mons. Betori, e lo dichiara a nome della chiesa italiana. Ma si rende conto, Monsignore, di quello che dice? Amici, ve ne rendete conto? E’ possibile essere complici di questo nichilismo? Questa complicità sarebbe ormai - lo dico con dolore - infamia. di Roberta De Monticelli

Chi è Roberta De Monticelli  Professore Ordinario di Filosofia della persona (Teoretica)

Scheda biografica e Curriculum Vitae

        Roberta De Monticelli ha studiato alla Scuola Normale e all’Università di Pisa, dove si è laureata nel 1976 con una tesi su E. Husserl: dalla Filosofia dell’aritmetica alle Ricerche logiche; ha continuato i suoi studi presso le Università di Bonn, Zurigo e Oxford, dove è stata allieva di Michael Dummett, logico e filosofo del linguaggio. Sotto la sua direzione ha scritto la tesi di dottorato su Frege e Wittgenstein. A Oxford è stata iniziata allo studio della tradizione platonica da Raymond Klibansky, membro e custode del Circolo Warburg, grande storico delle idee ed editore di numerosi testi medievali e moderni.

        Ha cominciato la sua carriera universitaria come Ricercatrice della Scuola Normale di Pisa, poi trasferita presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano, nell’ambito della cattedra di Filosofia del linguaggio (Prof. Andrea Bonomi). A Milano ha frequentato per anni i corsi della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, approfondendo la sua formazione nel quadro delle sue ricerche sul platonismo, e poi sulla filosofia di Agostino, di cui ha curato per Garzanti un’edizione delle Confessioni con testo a fronte, commento e introduzione (La Spiga 1992).

        È stata dal 1989 al 2004 professore ordinario di Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Ginevra, sulla cattedra che fu di Jeanne Hersch (1910-2000, con Hannah Arendt e Raymond Klibansky la migliore allieva di Karl Jaspers). Per valorizzare l’opera di questa pensatrice, fra le più significative del Novecento, R. De Monticelli ha diretto fra l’altro una ricerca d’équipe sull’opera e la figura di Jeanne Hersch, finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca scientifica, ricerca che ha già portato alla preparazione per la stampa di numerosi inediti, e a svariate traduzioni in italiano e altre lingue di opere della pensatrice ginevrina. A Ginevra ha fondato la scuola dottorale interfacoltà “La personne: philosophie, épistémologie, éthique”, che ha diretto fino al 2004 (corresponsabili: Prof. Bernardino Fantini, Faculté de Medicine, Prof. Bernard Rordorf, Faculté Autonome de Théologie Protestante, Prof. Alexandre Mauron, Centre Lémanique d’éthique), scuola dottorale frequentata da studenti di ogni paese europeo, nel quadro della quale ha invitato i migliori specialisti internazionali delle discipline interessate (etica ed etica applicata, ontologia, fenomenologia, filosofia della mente, filosofia della psicologia, scienze cognitive, storia della medicina, filosofia della biologia).

 

Posizione attuale

        Dall’ottobre 2003 è stata chiamata per chiara fama all’Università Vita-Salute San Raffaele, sulla cattedra di Filosofia della persona. Un insegnamento di concezione nuova anche nel nome (è la prima cattedra in italia con questa denominazione). La persona, la sua realtà e i modi della sua conoscenza sono al centro della sua ricerca, che, pur riconoscendosi  erede della grande tradizione, da Platone ad Agostino a Husserl, tenta una fondazione nuova, sul piano ontologico e sulla base del metodo fenomenologico (cf. La fenomenologia come metodo di ricerca filosofica e la sua attualità, ora disponibile in versione riveduta nella rubrica dei Testi della biblioteca husserliana (http://www.biblioteca-husserliana.net/testi.html) di una teoria della persona. Sua ambizione è di costruire un linguaggio limpido e rigoroso per affrontare le questioni che si pongono a ogni esistenza personale matura (identità personale, sfere della vita personale (cognitiva, affettiva, volitiva), libero arbitrio, natura della conoscenza morale, fondamenti dell’etica, natura della vita spirituale). Un linguaggio, d’altra parte, capace di contribuire, anche con analisi concettuali e fenomenologiche e un proprio insieme di tecniche d’argomentazione, al dibattito contemporaneo promosso dagli sviluppi della filosofia della mente e delle scienze naturali dell’uomo, biologia, neuroscienze, scienze cognitive.

 

Aree di ricerca e di insegnamento

        Fenomenologia, Filosofia della Persona e della Mente, Etica, Estetica, Storia della Filosofia. Lingue di lavoro: italiano, francese, inglese, tedesco.

 

Attività di ricerca e di insegnamento

   Insegnamento triennale:

1° livello: Filosofia della persona I (Elementi di Fenomenologia Generale; Elementi di teorie della persona e storia del problema);

2° livello Filosofia della persona II (Ontologia dell’Individualità, IdentitàPersonale, Sfere della vita personale e teoria degli atti).

   Insegnamento specialistico: Mente e persona: aspetti del dibattito contemporaneo.

 

Organizzazione di convegni e altre attività

1991-99 membro del «Comité pour les Rencontres Internationales de Genève».

Contributo all’organizzazione dei convegni seguenti:

1991, XXXIII, L’Europe retrouvée?

1993, XXXIV, Nos Identités.

1995, XXXV, Inquiétante Planète.

1997, XXXVI, Eux et nous.

1999, XXXVII, La violence.

1993 «Congrès de l’Association des Sociétés de Philosophie de Langue Française», La Nature, Lausanne 24-29/9 1994.

1993, Avril, Atelier d’ontologie, Département de Philosophie, Université de Genève.

1998 International Conference Phénoménologie et psychopathologie, Universities of Geneva and Lausanne, Crêt-Bérard,  Puidoux, 16-18/2/1998.

1999 Public Lectures of the Philosophy Department, Geneva: «Les Vices». Among the Invited Speakers: Starobinski (Geneva), Barnes (Geneva), de Muralt (Lausanne), Moravia (Florence), Giorello (Milan).

2000 Cycle de conférences dans le cadre du programme La phénoménologie et les approches cognitives de l’homme (in collaboration with the Philosophy Department of Lausanne, the Faculties of Mediciene of Geneva and Lausanne, the Faculty of protestant Theology of Geneva).

2000 Mario Luzi à Genève - In collaboration with the Department of Italian and the Società Dante Alighieri , februar 2000.

2000 Public Lectures of the Philosophy Department, Geneva: «L’étonnement philosophique - Hommage à Jeanne Hersch» - followed by a Symposium on Jeanne Hersch, 8 juin 2000.

2001 DEA Lectures: Phenomenology and cognitivism (in collaboration with the Philosophy Department of Lausanne, the Faculties of Mediciene of Geneva and Lausanne, the Faculty of protestant Theology of Geneva).

2002 International Conference: La Personne - Corps, Esprit, Valeurs, 27-29 mai 2002, University of Geneva.

2003 DEA Lectures: Atelier sur l’identité personnelle - Workshop on Personal Identity (Invited speakers: D. Zahavi, A. Varzi, R. Casati, G. Soldati, M. Nieda-Ruemmelin).

2004 DEA Lectures: Workshop on Individuality and Persons (Invited Speakers: Peter Van Inwagen (NotreDame, USA) Lynne Rudder Baker (Amherst, USA), Harry G. Frankfurt (Princeton, USA), Natalie Depraz (Paris) Bernard Baertschi (Genève).

2005, June 1, San Raffaele University, Cesano (Milan): A DAY FOR FREEDOM? (An International Conference on Free Will). Invited Speakers: Peter Van Inwagen (Notre Dame, USA); Lynne Rudder Baker (Amherst, USA); Christopher  Hughes (Kings College University of London); Mario De Caro (University of Rome 3).

 

Recenti inviti

  • 2000, 6-11 marzo: Professore invitato alla Fondazione  Collegio San Carlo, Modena, Corso di Dottorato La fenomenologia e la rifondazione degli studi umanistici.
  • 2001, February 19 - March 3: University of Illinois at Chicago, Lectures:

            1. Department of Spanish, French, Italian and Portuguese: Mario Luzi and the Power of the Word;

            2. The Newberry Library - Lectura Dantis Newberriana - Phenomenology of a Strange Passion;

            3. Arthur J. Schmitt Chair in Catholic Studies and the Institute for the Humanities - Time, Music and the Word: an Augustinian Theology of Poetry.

            Yale University, New Haven, CT:

            1. Newman Lectureship - Whitney Humanities Center - Edith Stein: a Vision and a Philosophy;

            2. The Department of Italian - A Philosophical Meditation on Luzi’s Later Poems.

  • 21-23.9.2001, Modena, «Festivalfilosofia», Fondazione Collegio San Carlo: Il buon demone. Ontologia della felicità.
  • 4-7.01.2002, Università degli Studi di Roma, «La sapienza», Facoltà di Filosofia e Dipartimento di ricerche storico-filosofiche e pedagogiche, Colloque International «Enrico Castelli», Théologie négative: Le fleuve et le cercle. Edith Stein sur la Théologie Mystique du Pseudo-Aréopagite.
  • 2.04.2002 Université de Montréal, Département de philosophie, Cycle de conférences dirigé par le Prof. Christine Tappolet: Sur l’amour et la haine: phénoménologie des sentiments dynamiques.
  • 6.05.2002 Palazzo Arese Borromeo, Cesano Maderno. Scienza e filosofia: il pensiero concreto, Convegno di Fondazione della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele; La scienza, il mondo della vita e la persona.
  • 13.06.2002 Venezia, Fondamenta 2002, Significati condivisi, Direzione Daniele Del Giudice: Figure del vivo.
  • 17.10.2002, Leuven, Katholieke Universiteit Leuven, Hoger Institut voor Wijsbegeerte, Thursday Lectures 2002-2003, Opening Lecture: On Essential Idividuality. A Leibnizian Way to Think What We Are
  • 7-9.05.03, Venezia, Istituto Italiano di Studi Filosofici, Seminario: Per una teorie e un’etica del sentire.
  • 7.09.03, Mantova, Festival della Letteratura, con M. Pieracci Harwell e L. Muraro: L’ordine simbolico dei sentimenti.
  • 19/20.09.03, Modena, Festivalfilosofia. Educational: La vita della mente. Lezione magistrale: La vita e l’individualità essenziale.
  • 15-20.07.04, Oxford, Whadam College, The Third World Congress of Phenomenology, organised by The World Phenomenology Institute, its centres and affiliated societies, as well as other phenomenology groups and societies.
  • 10-11.12 .2004 Convegno Internazionale “Mente, Scienza, Società” - Università del Piemonte Orientale, Vercelli.
  • 5-7/03/2004, Colloque International Edith Stein, Une Femme pour l’Europe, lInstitut Catholique de Toulouse (ICT), Toulouse.
  • September 2005, Modena, Festivalfilosofia, Main Lecture: Vedere per credere.
  • 13-16/12/2005, La imatge possibile: l’art i la memoria dels camps, Encontre internacional en commemoració del 60è aniversari de l’alliberament d’Auschwitz, organitzat per la Càtedra d’Art i Cultura Contemporanis i el Projecte de recerca MEC “Lo político y la post-imagen”; Relazione Un sentimento nuovo delle cose, ovvero l’attenzione e la banalità del male.
  • February, 16-18, 2006, University of San Diego: Selves, Souls and Survival. Contributed paper: Essential Individuality: On the Soul of a Person (Invited speakers: Paul Churchland, Lynne Baker, Peter Van Inwagen).
  • 28 aprile, 2006, Universidad de Barcelona, Conferenza d’apertura al Convegno Internazionale Jeanne Hersch: La signora dei paradossi.

 

Riconoscimenti e altre attività

  • 1990 “Premio Rapallo per la donna scrittrice” for  Il richiamo della persuasione, Marietti, Genova, 1988.
  • 1998 «Premio Nazionale di Poesia Walter Tobagi», Venezia, Ateneo Veneto.
  • 1999 «Premio Nazionale di Filosofia Castiglioncello» for La conoscenza personale.
  • Member of the Common Room of the Wolfson College, Oxford; 1993, (summer term) Visiting Professor.
  • Member of the editorial boards of: «Pratica filosofica» (University of Milan); «Itinerari filosofici» (University of Milan); «Comprendre - Archive International pour L’Anthropologie et la Psychopathologie phénoménologiques».
  • Literary Supplements of newspapers, collaborations: «Il sole-24 Ore»; «Il Manifesto», «Revue de Théologie et de Philosophie», «Avvenire».
  • 2000-2003 Research Director , Projet de Recherche Fond National Suisse «Jeanne Hersch - Une femme philosphe présente à son temps». Research Team: Francesca De Vecchi, Roberta Guccinelli, Stefania Tarantino, University of Geneva.

 

Scelta di pubblicazioni

Libri e libri a cura di (*)

  1. Dottrine dell’intelligenza - Saggio su Frege e Wittgenstein, De Donato, Bari 1982, pp.212, with an introduction by Michael Dummett (pp. XI-XXX).
  2. Il problema dell’individuazione - Leibniz, Kant e la logica modale, Edizioni Unicopli, Milano 1984, pp. 174 (in collaboration with M. Di Francesco).
  3. Il richiamo della persuasione. Lettere a Carlo Michelstaedter, Marietti, Genova, 1988.
  4. Le preghiere di Ariele. Garzanti, Milano, 1992.
  5. L’ascesi filosofica, Feltrinelli, Milano 1995, 232 pages.
  6. L’ascèse philosophique - Phénoménologie et Platonisme, Vrin, Paris 1997.
  7. La conoscenza personale. Introduzione alla fenomenologia, Guerini e associati, Milano 1998.
  8. *La persona: apparenza e realtà. Testi fenomenologici 1911-1933, Raffaello Cortina, Milano 2000.
  9. L’avenir de la phénoménologie - Méditations sur la connaissance personnelle  Aubier-Flammarion, Paris, 2000.
  10. Dal vivo, Rizzoli, Milano 2001.
  11. El conoscimiento personal, Catedra, Madrid 2002.
  12. Le Médecin Philosophe aux prises avec la maladie mentale, (avec R. Célis), Actes du Colloque International Phénoménologie et psychopathologie, Puidoux, 16-18 février 1998 , Etudes de Lettres, Lausanne 2002.
  13. Leibniz on Essental Individuality, Proceedings of International Symposium on Leibniz (G. Tomasi, editor,  M. Mugnai, A. Savile, H. Posen), Studia Leibnitiana, 2004.
  14. La persona e la questione dell’individualità, “Sistemi intelligenti”, Anno XVIII; .33, dic. 2005, pp.419-445.
  15. L’ordine del cuore - Etica e teoria del sentire, Garzanti, Milano 2003.
  16. *Jeanne Hersch, la Dame aux paradoxes - Textes rassemblés par Roberta de Monticelli, L’Age d’Homme, Lausanne 2003.
  17. L’allegria della mente, Bruno Mondadori Editore, Milano 2004.
  18. Nulla appare invano - Pause di filosofia, Baldini Castaldi, Milano 2006.
  19. Esercizi di pensiero per apprendisti filosofi, Bollati Boringhieri, Milano 2006.

 

Articoli in rivista

  1. Gottlob Frege e la totalità degli enti, “Teoria” 2, 1982, pp. 105-120.
  2. Verità e realismo. Contributo a una discussione del programma di Dummett, “Teoria” 2, 1984, pp.133-147.
  3. Immagini dell’anima. Per una lettura dei testi wittgensteiniani sulla filosofia della psicologia,  ”Teoria”, 5, 1985, pp. 47-76.
  4. On Orientation, “Topoi”,5, 1986, pp. 177-185.
  5. Sulla lingua degli angeli, In: R. de Monticelli, M. Di Francesco, Lingua degli angeli e lingua dei bruti, “Teoria”, 1/1989, pp. 69-137.
  6. L’ascèse philosophique, “Révue de théologie et de philosophie”, 123 (1991), pp. 35-48.
  7. Pour une phénoménologie du désordre mental, dans: La raison, proche et lointaine - Vernunftnähe, Vernunftferne, Studia Philosophica, vol. 51/1992, 60-75.
  8. Le médecin, le philosophe et la mélancolie, “Comprendre - Archive International pour l’Anthropologie Phénoménologique”, 6, 1992, 89-109.
  9. Binswanger et le pari de la phénoménologie psychiatrique, Les études philosophiques, 1-2 1994, 215-231.
  10. Sur la connaissance essentielle d’après Platon, “Revue de philosophie ancienne”, 1/1994, pp. 3-44.
  11.  Nel vivo dell’essere - Per un dialogo sull’ontologia, Teoria, 2, 1995, 2-30.
  12. Jean Calvin et la triste richesse - Du travail, du loisir et du salut de l’âme, “Revue de théologie et de philosophie”, 129 (1997), p. 51-66.
  13. La fenomenologia dell’”anima smarrita”, “Aut Aut”, 279, maggio-giugno 1997, p. 101-115.
  14. La causalité de l’agent. Pour une phénoménologie de la liberté. “La Revue philosophique de Louvain”, 95, 4, novembre 1997, 673-688.
  15. L’initiative et la compulsion. Pour une phénoménologie de l’action, «Comprendre», 8, 1998, 99-114.
  16. La causalità dell’agente. Per una fenomenologia della libertà, «Discipline filosofiche», volume monografico VIII 2 1998, Causalità e azione nella spiegazione psicologica, a cura di Roberto Brigati, 89-102.
  17. The «raisons du cœur». Dante’s Hell and the phenomenology of a strange passion, in: «Psychopathology», monogr. issue «Anger and Fury from History to Psychopathology», (G. Stanghellini ed.), 33/4/00, July-August 2000, 171-181.
  18. L’intenzionalità e il darsi delle cose stesse, «Rivista di estetica», Numero monografico sull’intenzionalità, n 14, 2, 2000.
  19. Mario Luzi and the Powers of the Word - An Interpretation of the Last Poems, Yale Italian Poetry, Vol. V, Yale University 2002.
  20. Leibniz on Essental Individuality, Proceedings of International Symposium on Leibniz (G. Tomasi, editor, M. Mugnai, A. Savile, H. Posen), Studia Leibnitiana, 2004.
  21. La persona e la questione dell’individualità, “Sistemi intelligenti”, Anno XVIII; .33, dic. 2005, pp.419-445.
  22. Le milieu phénoménologique de Göttingen: figures et courants d’idées autour d’Edith Stein, Actes du Colloque International Edith Stein de mars 2005 à Toulouse, Recherches Carmélitaines aux Éditions du Carmel (Toulouse) 2006.

 

Saggi in altre pubblicazioni

  1. Begegnung: ein transzendentaler Roman? In: Die Macht der Freiheit - Jeanne Hersch zum 80. Geburtstag, Hrsg. von A. Pieper, Benzinger, Basel 1990, ss. 35-55.
  2. La poesia è preghiera? in: C.M. Martini, M. Trevi, R. de Monticelli, S. Minegishi, La preghiera di chi non crede, Mondadori, Milano 1994, pp. 47-80.
  3. Ontologia. Un dialogo fra il filosofo linguistico, il naturalista e il fenomenologo, in: S. Cremaschi (a cura di), Filosofia analitica e filosofia continentale (Contributions by Apel, Bar-On, Bubner, Habermas, Lorenz, de Monticelli, Scharfstein,Tugendhat, Strauss, Wellmar), La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 127-155.
  4. Il continente sommerso, in: B. Callieri, M. Maldonato (eds.), Ciò che non so dire a parole. Fenomenologia dell’incontro, Guida Editore, Napoli 1998.
  5. Andrea o dell’individualità essenziale, in: G. Usberti, (ed.), (Modi dell’oggettività, Saggi in onore di Andrea Bonomi), Bompiani, Milano, 2000.
  6. Individuality and Mind, Proceedings of the International Conference The Emergence of the Mind (Contributions by, among others: G. Rizzolati, E.Boncinelli, P. Churchland, J. Taylor, T. Crane, N. Block), Fondazione Carlo Erba, Milano, 2000.
  7. Personal Identity and the Depth of a Person: Husserl and the Phenomenological Circles in Muenich and Goettingen, in: A. Tymieniecka (ed.), Phenomenology World-Wide, «Phaenomenologica», Klouwer Publ., Dordrecht-Boston 2002.
  8. Edith Stein e la fenomenologia della mistica, (Saggio introduttivo a E. Stein, Vie della conoscenza di Dio, nuova trad. ital. di Francesca De Vecchi, Edizioni Dehoniane, Bologna 2003).
  9. Prefazione a Jeanne Hersch, Essere e forma, trad. it. di R. Guccinelli, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp.
  10. Essential Individuality - On the Nature of a Person, A.-T. Tymienecka Editor, Analecta Husserliana LXXXIX, 171-184, 2006 Springer, Netherlands.
  11. Le milieu phénoménologique de Göttingen: figures et courants d’idées autour d’Edith Stein, Actes du Colloque International Edith Stein de mars 2005 à Toulouse, Recherches Carmélitaines aux Éditions du Carmel (Toulouse) 2006.

 

Traduzioni (con Introduzioni e note)

  1. Agostino, Le confessioni, versione bilingue, Introduzione, Note, Bibliografia e Indice analitico, Garzanti, La Spiga 1990.
  2. L. Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Introduzione e Note, Adelphi 1990.

 

On Line  

 

  1. Dialogo sulla felicità
  2. Trad. ital. di Agostino, Le confessioni (Garzanti La spiga, Milano 1990): http://www.geocities.com/fylosofyco/coago.htm;
  3. Amore, salute lucente; On Essential Individualiy, http://www.unige.ch/lettres/philo/enseignants/rdm/index.html;
  4. L’etica del sentire - Abbozzo di una teoria (Forum Swif): http://www.swif.uniba.it/lei/swifdisc/demonticelli/testoseminario.htm;
  5. Una riflessione sul libero arbitrio (Forum Swif): http://www.swif.it/forum-scuola/forum03-04/demonticelli-testo.htm;
  6. La fenomenologiacome metodo di ricerca filosofica e la sua attualità (Readings Swif): http://www.swif.it/biblioteca/readings/intro.php?abstract=003;
  7. Contro Heidegger: http://www.unisr.it/docenti/ricerca/demonticelli/Contro_Heidegger.doc
  8. L’artista smarrito. Festivalfilosofia, Modena 2008: http://www.unisr.it/docenti/ricerca/demonticelli/pontito.ppt

 RISPETTOSA OBIEZIONE ALLA PROFESSORESSA DE MONTICELLI

Chiedo anch’io la libertà di coscienza. Altra cosa dall’auto-determinazione

di GIUSEPPE BETORI (Avvenire, 03.10.2008)

Sul ‘Foglio’ di ieri, Roberta de Monticelli prende spunto da alcune mie dichiarazioni, nel contesto di una conferenza stampa, per dare il suo « addio » « a molti cari amici - in quanto cattolici » , « un addio a qualunque collaborazione che abbia una diretta o indiretta relazione alla chiesa cattolica » .

Trovarmi coinvolto in una così seria decisione mi turba, ma vorrei ricordare che quella parola, « addio » , percepita di primo acchito sinistra, contiene in sé una radice promettente. E’ la preposizione ‘ ad’ che spinge verso altro, in ogni caso fuori dal soggetto.

E in effetti visto che l’argomento del contendere è la ‘ fine della vita’, tutto cambia a seconda se la vita è destinata oppure senza scopo. In altre parole se la vita si spiega da sé o sottostà come tutta la realtà a quel principio per cui nessuno trova in se stesso la spiegazione del proprio essere. Se si tiene conto di questo, forse si riesce a capire cosa nasconda la parola ‘autodeterminazione’, che vorrebbe fare a meno di questa evidenza.

E se la signora de Monticelli avesse colto tale passaggio, avrebbe certo compreso che dietro le mie parole «non spetta alla persona decidere» si cela non la negazione della coscienza, ma semmai dell’autosufficienza. Per questo, proprio appellandomi alla coscienza, che l’illustre interlocutrice difende con tanta passione, non posso non prendere le distanze dalla posizione che mi costruisce addosso e che mi viene attribuita senza fondamento.

Sono infatti sinceramente amareggiato che la mia dichiarazione sia stata letta come « la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale » . Insomma, sarei io - e la Chiesa con me - ad autorizzare il male, negando la possibilità di fare il bene, e farei tutto questo perché non sono per « il principio di autodeterminazione » . Qui si sta costruendo un grande malinteso, legato a cosa significhi in questo contesto il « principio di autodeterminazione » : non si può confondere la libertà di coscienza con la possibilità di fare quello che ci pare. Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna.

Non possiamo confondere, insomma, la libertà della nostra coscienza con la legittimità delle nostre azioni. Il « principio di autodeterminazione » non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa: quando S. Agostino scrive « ama e fa’ ciò che vuoi » , indica che le nostre azioni sono buone solo quando si ispirano a Dio, che è Amore. La coscienza è la sede della nostra scelta, è il luogo dove decidiamo, ma non è il criterio della scelta. Il criterio non ce lo diamo da soli: ce lo dona Dio, che è Amore, ed è percepibile ad ogni indagine razionale come il fondamento della nostra stessa identità o natura. Allo stesso modo, la vita non ce la diamo da soli, ma ci viene donata. Difendere questo dono è difendere il bene: difendere la vita significa difendere la possibilità della coscienza, non negarla. Se non sono vivo, certo non posso scegliere. È proprio questa precedenza della vita rispetto ad ogni scelta, questo dono che mi viene fatto, che mi orienta nel valutare le opzioni di fronte a me. Del resto, anche la mia coscienza non me la sono data: genitori, insegnanti, amici mi hanno insegnato a parlare e a pensare.

Questo tipo di considerazioni porta San Tommaso a insistere tanto sulla prudenza come regola per l’azione: se non si può scegliere in astratto, ma solo a partire dalle concrete situazioni della vita personale, non si può essere buoni in astratto, come vorrebbe l’astratto « principio di autodeterminazione » .

Bisogna cercare di essere « il più buoni possibile » nelle circostanze date: per questo la Chiesa si è decisa per una legge sul ‘ fine vita’. Un realismo, il suo, che è da sempre il criterio ispiratore della riflessione cattolica, nello sforzo di rendere possibile una scelta buona nella vita di tutti i giorni.

La vita che viviamo è frutto di relazioni che la generano, sia nel momento del concepimento, sia durante tutto il suo corso. Queste relazioni non terminano con la sofferenza: il dolore non colpisce solo chi soffre - a volte in condizioni estreme - ma anche chi attorno è testimone di tale sofferenza. Tale comune sentire umano - direi questo consentire - sta da sempre a cuore alla Chiesa: davvero non vale niente? E questa passione per l’uomo sarebbe davvero « nichilismo » come conclude l’articolo su Il Foglio? O forse nichilismo è credere che non ci sia nulla oltre l’individuo e la disperata coscienza della sua solitudine?

Spero che Roberta de Monticelli - e quanti sono interessati a un dialogo sulla bellezza, la libertà, la vita - non rinunci alla possibilità di un incontro con chi segue Gesù, che è venuto non « per condannare il mondo, ma per salvare il mondo » (Gv 12,47). Per questo mi auguro che il suo sia solo un ‘arrivederci’. (ripreso da www.lavocedifiore.org).

 

Il nichilismo della Chiesa cattolica

Approfondimenti

De Monticelli: Abiura di una cristiana laica Monsignor Betori: rispettosa obiezione Il teologo Mancuso: Spetta alla persona decidere Ferrara: La coscienza libera di De Monticelli

Roberta De Monticelli risponde a mons. Betori e ribadisce il suo addio alla Chiesa cattolica.

Intervista di Emilio Carnevali su MicroMega

Il giorno dopo la pubblicazione sul Foglio del suo “addio” alla Chiesa cattolica, mons. Betori ha voluto risponderle su Avvenire. L’ex segretario della Cei prende le distanze da una posizione che - a suo avviso - gli viene cucita addosso “senza fondamento”. Afferma che la “libertà della coscienza” non può essere confusa con la “possibilità di fare quel che ci pare”. Mentre la prima è la “sede della nostra scelta” - e come tale non può essere contestata - la seconda è un criterio - che non può essere condiviso - dell’azione. Cosa pensa di questa “difesa” delle proprie tesi operata da mons. Betori? A me pare incredibile che un termine di radice kantiana, come “autodeterminazione” - una variante di “autonomia”, vale a dire “libera soggezione alla legge morale” - possa essere inteso nel senso della “possibilità” (vale a dire, immagino, “liceità morale”) di fare quello che ci pare. Eppure devo arrendermi all’evidenza: non soltanto Mons. Betori, che comunque ringrazio di essersi impegnato in un’esplicita risposta, ma anche altri, nei loro contributi al dibattito che si è aperto, sembrano affermare questa stessa tesi: libertà di coscienza sì, principio di autodeterminazione no. Occorre dunque procedere con la massima chiarezza, non dando assolutamente niente per scontato, e individuare esattamente il luogo del contrasto. Dunque: una prima risposta, limpida ed efficace nella sua brevità, è quella di Vito Mancuso, che ringrazio per essere teologo cattolico e insieme assolutamente estraneo a quella tecnica dell’ambiguità, dello stirare il senso delle parole fino a far loro dire tutto e il contrario di tutto, che se da un lato smorza i conflitti, dall’altro rende impossibile pensare con chiarezza, ed esercitare già fin nell’uso delle parole quella responsabilità personale (rendersi conto di quello che diciamo, farsi carico di giustificarlo) senza cui non c’è etica. Ecco la risposta di Mancuso: “in che senso la libertà di coscienza sarebbe diversa dalla libertà di autodeterminazione? Che cosa se ne fa un uomo di una coscienza libera a livello teorico, se poi, a livello pratico, non può autodeterminarsi deliberando su se stesso?”. Ma se non si snida l’equivoco che sta dietro questa opposizione che anche Mancuso riconosce falsa, tutto resterà com’è: un gioco teatrale a colpi di slogan, parole sequestrate dalle opposte ideologie. Occorre dunque fare un po’ di chiarezza sui fondamenti. Scrive Mons. Betori: “Anche se ragionassi in termini puramente laici, non potrei giustificare un assassinio dicendo che l’ho fatto per rivendicare la mia libertà di coscienza. La legge che punisce l’omicidio non elimina la libertà di coscienza: anzi la piena libertà dell’assassino è il primo presupposto della condanna”. Bene: qui - forse per brevità - l’espressione “libertà di coscienza” è curiosamente usata come sinonimo di “libero arbitrio”, come chiarisce l’ultima frase. Se l’assassino non godesse di libero arbitrio, cioè della capacità di auto-determinarsi consapevolmente a un’azione, in presenza di alternative, non potrebbe esserne responsabile, dunque nemmeno imputabile, come non lo sarebbe una tigre. Dunque per essere imputabile e punibile giuridicamente, oltre che moralmente responsabile, l’assassino deve essere certamente anche in grado di autodeterminarsi, e questo lo dice Mons. Betori e non io! Ma non ho nulla da obiettare. Altra faccenda è se si possa descrivere un ordinario assassinio come un caso di azione conforme alle convinzioni e ai più vagliati sentimenti morali dell’agente. Conforme cioè alla sua coscienza morale - perché di questo io parlavo. Io non lo credo, e mi trovo in questo in buona compagnia con l’intera tradizione platonica, patristica, scolastica e perfino biblica: è in qualche modo un’assenza, non una pienezza di coscienza morale (”cuore indurito”, “cecità”, “non sanno quel che si fanno”) ciò che sta alla base dell’azione moralmente illecita. Purtroppo, perché l’esempio di Mons. Betori sia pertinente, occorre invece credere che non ci sia nessuna differenza essenziale fra l’assassino e la persona che, magari dopo aver vagliato fino all’estremo limite di scrupolo e onestà il dettato della propria coscienza morale (se posso fare un esempio per chiarezza: come nel caso di Mina Welby), fa una sua scelta, conforme a questo dettato. A me la convinzione che tra questi due casi non ci sia alcuna differenza essenziale continua a sembrare un esempio di nichilismo. Ma anche Mons. Betori è in buona compagnia, come ciascuno può verificare andandosi a rileggere la dostoevskiana Leggenda del Grande Inquisitore, dove il “nichilismo pietoso” del protagonista tende la mano agli uomini-bambini: incapaci di distinguere il bene e il male, incapaci di sopportare il peso delle proprie scelte, incapaci di convinzioni valoriali e morali. E rimprovera Cristo: “E’ forse costituita in modo, la natura umana, che…nei momenti dei più tremendi, dei più laceranti e fondamentali quesiti dell’anima, possa rimanersene sola con la libera decisione del cuore?”

Quando però Betori afferma che il “principio di autodeterminazione” non è mai stato un caposaldo della dottrina della Chiesa in fondo ha ragione… Se è per questo le cose, in effetti, non sono andate molto meglio con la libertà di coscienza, che il Magistero ecclesiastico riconobbe soltanto in chiusura del Concilio Vaticano II (Dignitatis humanae): e riconobbe allora anche la raggiunta maturità morale dell’uomo, della persona umana in quanto tale. Riconobbe cioè la dolce luce dei Lumi e di Kant, sia pure con un paio di secoli di ritardo e dopo le condanne veementi del 1832 (Gregorio XVI, “Mirari vos”), del 1864 (Pio IX, il Sillabo), o l’incredibile eppur reale scomunica al senatore del Regno Alessandro Manzoni. Ma a me pare che l’antimodernismo odierno sia molto più avvolgente e sinuoso, molto più … avvelenato, mi si perdoni la parola, perché legato a filo doppio con una rinnovata tendenza a sabotare i fondamenti di una cultura della responsabilità personale. Quella che è sempre mancata al nostro Paese, e la cui mancanza produce il disastro civile e morale cui assistiamo quotidianamente. Una tendenza che ha oggi davvero del diabolico, perché - insisto - affonda la sua radice nuova in pieno nichilismo. Non ho citato a caso il Grande Inquisitore, benché io sia convinta che questa figura dostoevskiana non si riduca affatto al rappresentante per antonomasia della Chiesa cattolica, certamente non amata da Dostoevskij. Il Grande Inquisitore potrebbe ben figurare fra i grandi disincantati cui si rivolge lo Zarathustra di Nietzsche, coloro che “hanno visto tutto”, ma non hanno ancora forse superato la compassione per l’uomo. Non lo dico per divagare con la letteratura, ma per sottolineare la differenza fra l’antimodernismo tradizionale della Chiesa e quello, diciamo, recente, cioè posteriore al (neutralizzato) Concilio Vaticano II. E’ vero, Monsignor Betori parla di una”cultura dell’autodeterminazione che va contro le radici cristiane della nostra cultura”, e in questo modo sottolinea la continuità fra la Chiesa che si è opposta, fino al Concilio Vaticano Secondo, anche alla libertà di coscienza - e quella che è venuta dopo. Ma guardate come il Magistero interpreta oggi quella “libera decisione del cuore” che - possiamo dubitarne? - è condizione necessaria perché un atto abbia valore morale positivo. La interpreta esattamente come fa il Grande Inquisitore. Cioè come fosse la pretesa di creare, con la propria decisione, il bene e il male. Come fosse la pretesa che ciò che io decido sia bene, tale sia anche. Che è esattamente il contrario di ciò che da anni vado dicendo, e questo è pochissimo importante; ma soprattutto - e questo invece è madornale - è il contrario di quello che ci fa intendere il Cristo quando dice “Thalita kumi”, “svegliati fanciulla”. Quando chiede all’anima di risvegliarsi, di vedere e sentire quanto belli possono essere i gigli dei campi o quanto male è dare scandalo a un bambino, e di rabbrividire di questi atti perché sente e vede (”chi ha orecchi per intendere…”), e non perché un altro o la Sharia o una legge dello stato glielo comanda. Ma oltre al Cristo, è il dolce lume della nostra maturità morale, orrendamente tradito dai relativismi, i fideismi tragici, i nichilismi, i decisionismi, le teopolitiche totalitarie del secolo scorso, che ci chiede di fondare la norma morale sulla percezione di valore, su un vederci chiaro del cuore e della mente, e non sull’autorità di un altro, fosse pure il Papa. A meno che non ci si venga a dire - perché davvero le sorprese non hanno fine - che per la bontà di un’azione non conta che il cuore vi assenta come a cosa giusta. Per esempio, se una donna cristiana come Mina Welby, nella sua estrema onestà e sincerità, non avesse sentito come cosa giusta, avendola vagliata in lunghi anni, che a un uomo fosse negato il diritto di rifiutare le cure, sarebbe stato moralmente valido piegarsi all’autorità che le ingiungeva di giudicarla giusta? E’ quello che Betori suggerisce: e io non dovrei considerare nichilistico un simile atteggiamento? E’ ovvio che il cuore può sbagliare, ed è verissimo che il cristianesimo ci insegna in primo luogo a dubitare di noi stessi e della trave nel nostro occhio. Vuol forse dire questo che non dobbiamo poter vagliare con la nostra testa e il nostro cuore qualunque decisione che dobbiamo prendere? E non è, come mi sembrava di aver scritto chiaramente, precisamente perché, anche dove la legge non interviene, si può agire in un modo o nel modo contrario, che agire bene (cioè secondo ciò che è moralmente dovuto) ha un valore morale, e agire santamente, cioè oltre ciò che è moralmente dovuto, può essere sublime? Ma una cosa buona o una sublime può mai farsi per forza, perché è proibito fare altrimenti? Che valore morale avrebbe un’azione fatta non per convinzione ma per rispettare la legge? Ma torniamo al punto. E’ incredibile come uomini di Chiesa, e fra questi fini commentatori della Bibbia, accettino l’alleanza con un pensiero - come quello di quell’Odo Marquard citato da Ferrara nella sua risposta al mio intervento - per il quale la libertà di coscienza e di autodeterminazione morale equivale a bandire il trascendente dal nostro orizzonte, sostituendo il proprio arbitrio soggettivo a Dio. Questa è una tesi storicamente e filosoficamente falsa. Quando chiedo - con tutta intera la tradizione filosofica e teologica cristiana - di poter vedere le ragioni per le quali un’azione è retta (Anselmo d’Aosta) e l’opposta no, per regolarmi di conseguenza portando tutta intera la responsabilità dei miei eventuali errori, è forse perché voglio mettermi al posto di Dio, “autoprodurre il bene e il male”, come scrive il Patriarca di Venezia (”Il Foglio”, 3 ottobre 2008, articolo di M. Burini)? Ma come si può aver dimenticato che proprio al contrario, per liberare dall’arbitrio del potere e dalla sudditanza servile o infantile la coscienza morale - almeno la coscienza morale (ma anche la grazia di poter prestare ascolto al soffio del divino, per chi l’ha) abbiamo riconosciuto alla coscienza di ogni persona umana adulta, indipendentemente da sesso religione o non religione, il diritto-dovere di chiedersi in ogni istante della vita: “perché”? Questa domanda è la profonda radice comune dell’etica e della logica: e non è nichilismo quello di chi non ci crede capaci ne dell’una né dell’altra? Ma andiamo alla radice delle cose, una volta per tutte! Oggi il linguaggio delle gerarchie, a partire dallo stesso Papa, fa leva precisamente sulla tesi che “se Dio non c’è tutto è permesso” - che è precisamente la premessa nichilistica del ragionamento del Grande Inquisitore. Il nichilismo, attenzione, non sta affatto nell’ipotesi che Dio non ci sia - ci mancherebbe! Perché se questa ipotesi, o l’ipotesi che ci sia, qualunque cosa significhino, si potessero confermare o escludere in base alla nostra ragione, non si vede cosa ci starebbe a fare la fede, o la sua assenza - in che cosa si distinguerebbero da opinioni più o meno ragionevolmente ben fondate. Il nichilismo almeno virtuale, invece, sta precisamente nell’intero condizionale - che non a caso torna e ritorna in bocca a certi personaggi dostoevskiani, o nietscheani. “Se Dio non c’è tutto è permesso” vuol dire in primo luogo, nella brutale versione ciellina, che ha il vantaggio della sincerità: “se non sei credente (anzi cattolico) sei moralmente incompetente” - sei virtualmente un assassino. Perciò io Chiesa, dato che tu non hai legge morale, chiederò allo stato di istituire norme giuridiche che sopperiscano alla tua incompetenza morale (sto quasi-citando la tesi di don Angelini, “Il Foglio”, 3.10.08, articolo di Burini). E vuol dire dunque, in secondo luogo: “Se Dio non c’è, dio sono io”. E qui il nichilismo si fa improvvisamente chiaro: quella stessa auto-deificazione che veniva imputata all’uomo moderno (e che invece l’uomo moderno ha strenuamente combattuto, fra l’altro, con la distinzione fra diritto, religione e morale e la critica radicale di ogni teopolitica, tanto è vero che fu il costituzionalista di Hitler, Carl Schmitt, e non gli eredi di Locke, a riportare in auge questo concetto) ora la si vuole rendere addirittura fonte di legislazione, radicando lo Stato e le sue leggi in una confessione religiosa. Bisogna dunque fare “come se Dio ci fosse”: non è questa la tesi del Papa? Dio - cito Giuliano Ferrara - che “come nell’antica e medievale teodicea, porta il fardello del male nel mondo, magari attraverso il suo angelo caduto”. Se no, “niente resta per la fede petrina…niente per la chiesa e per il Papa”. In chiaro: nella legge dello Stato bisogna far posto all’istituzione che rappresenta Dio, anche se non c’è. Sto citando un ateo, che continua a definirsi devoto benché sia difficile capire a cosa. Apprezzo il suo gusto per le battaglie di idee. Ma mi perdonino gli amici che mi hanno rimproverato un eccesso di aggressività, mi perdoni Ferrara stesso: questo non è cinismo, oltre che nichilismo? Affermare che la Chiesa debba governare le coscienze in nome di Dio, e governare anche le decisioni delle persone attraverso le leggi dello Stato, precisamente perché Dio non c’è? E se mi dite che la sua non è la posizione della Chiesa, allora perché molti intellettuali cattolici continuano a ribadirla, inclusa la confusione dell’autonomia morale con l’arbitrio soggettivo? E allora, finiamo di andare a fondo di questo concetto. Perché mai se Dio non c’è tutto dovrebbe essere permesso? Affermarlo è affermare che se Dio non c’è, nessuna cosa ha valore, positivo o negativo: non ci sono cose preziose e fragili che dobbiamo proteggere, non ci sono azioni orrende o anche solo gesti volgari che dobbiamo evitare, e così via. Ma come si può affermare una cosa del genere? Solo a patto che l’esistenza dei valori dipenda da quella di Dio. Ma questo è vero solo se è vero che il bene è tale perché Dio lo vuole, e non invece che Dio (se c’è) vuole il bene perché è bene. Infatti, solo dalla prima segue che se Dio non c’è non c’è niente che sia bene o male in sé. Dalla seconda non segue affatto. Dio vuole il bene perché è bene - se c’è. E se non c’è, il bene di un’infanzia felice resta tale, il male di un’infanzia straziata pure. Fu Platone, nell’Eutifrone, a mostrare che l’alternativa che poi si chiamò “volontaristica” conduce al nichilismo, ed è la rovina dell’etica. La quale è laica o non è, esattamente per questa ragione: che deve essere sottratta all’arbitrio di coloro che parlano in nome di Dio (e ciascuno porta un dio diverso) e all’autorità non criticamente vagliata della tradizione. E concludo qui la mia risposta alla sua domanda sulla Chiesa cattolica e il principio di autodeterminazione. Tutti i Padri greci - nella misura in cui sono platonici; Agostino; Anselmo; Tommaso; il grande gesuita, libertario in metafisica, Luis de Molina; per non parlare evidentemente di filosofi altrettanto universali come Leibniz (che a mutare idea su questo punto cercò di indurre i Luterani e i Calvinisti): tutti questi maestri hanno seguito Platone nel dilemma dell’Eutifrone. Il bene non è tale perché voluto da Dio, ma Dio vuole il bene perché è bene. Solo pochi fra i filosofi del Novecento europeo - Moritz Schlick, Husserl, Scheler e gli altri fenomenologi, e almeno due grandissimi cristiani come Albert Schweitzer e Dietrich Bonhoeffer - seguirono questa via, che è naturalmente la dolce via dei Lumi. (Devo aggiungere allora che l’”abissale” e irrazionalistico, cioè volontaristico, fideismo che Ferrara mi attribuisce mi è tanto estraneo quanto il suo vero complemento, la teopolitica?) Quasi tutti gli altri presero l’altra via, considerando “piattamente razionalistica” la tesi platonica, e adottarono le forme moderne del volontarismo: decisionismo, relativismo, fideismo. Negarono che ci fosse verità o falsità, accessibile alla sensibilità e alla ragione puramente umane, in materia di valori e norme. Legarono il giudizio di valore non all’attenta coscienza e alla (perfettibile ricerca di) conoscenza delle persone, ma alla nuda, irrazionale volontà di un soggetto - fosse un soggetto politico nell’arena di un conflitto o di una guerra, fosse questo o quel dio o destino dell’Occidente o dell’Oriente. O ultimamente, con l’ultima generazione di teopolitici, fosse una chiesa. Si poteva sperare che, con una così forte tradizione anti-volontaristica alle spalle, la Chiesa cattolica non seguisse questa maggioranza. E invece l’ha fatto, e lo conferma ogni giorno di più. Per questo ho detto che l’antimodernismo di oggi, certamente in continuità con quello di ieri, ha però un fondamento diverso e peggiore.

Dalle parole della sua lettera traspare il grande travaglio intellettuale ed emotivo che ha accompagnato la maturazione di questa decisione. Perché proprio ora ha deciso di dare l’addio alla Chiesa cattolica? Sono anni che la Chiesa va ripetendo le posizioni che lei ha appena citato, anche in relazione alla “fine della vita”. Episodi come il rifiuto di concedere i funerali religiosi a Piergiorgio Welby sono stati molto più eclatanti nel rivelare una totale mancanza di pietas cristiana da parte delle gerarchie ecclesastiche. Perché, dunque, proprio ora? Quella lettera è breve, ma non è la prima. E sono proprio questi anni che lei menziona, quelli che hanno finito per averla vinta sulla speranza che il divino possa “abitare un istituzione terrena senza perdersi”. Mi permetto di riprodurre qualche passo di Sullo spirito e l’ideologia: una vera e propria Lettera ai cristiani, che uscì nell’inverno del caso Welby. “Mi accorgo che il tema di questa lettera è da capo a fondo quello dell’ideologia, e comincio forse a sentire la radice della pena che mi spinge a scrivere: l’ideologia mi è apparsa come l’antitesi dello spirito, e insieme come la sua contraffazione diabolica, e il dubbio mi ha presa che questa contraffazione diabolica minacci dall’interno ogni fede che si fa istituzione terrena. Per questo è soprattutto a voi che scrivo, amici che più di me sapete cosa sia “spirito”, dato che è un nome di Dio. Perché spero che mi liberiate da quel dubbio - che altri, forse i più, danno per scontata certezza, al punto che “chiesa” ha assunto nel linguaggio comune anche il senso di “setta” o “partito”. Ma io ancora dubito, dubito soltanto. E mi aggiro per questo Paese, e non posso fare a meno di stupire per la bellezza delle sue innumerevoli chiese, per l’incanto dei suoi monasteri, per la povera, affamata fatica dei suoi cercatori di spirito, per lo splendore delle loro antiche biblioteche, per la luce di alcune delle loro parole - delle vostre, amici. E penso che di molti mali è stato chiesto perdono, che di alcuni ancora forse non si ha chiara coscienza… Ma di questo? Come tacere di questo, che è così pervasivo e sinuoso, così inafferrabile e cangiante: l’ideologia. E come parlarne, con un po’ di chiarezza, e onestamente?” Lungi dal liberarmi da quel dubbio, e pur restando intatta la mia gratitudine per tutti quelli che, fuori e dentro la Chiesa, hanno trovato non infondate le mie domande, la maggior parte delle risposte che ho ricevuto mi ci hanno ricacciata in pieno. Non tanto per le stroncature, che pure ci sono state, quanto perché in troppe quasi-risposte mi si mostrava, lo dico con grande tristezza, il volto bifido dell’ipocrisia, paradossalmente di un’ipocrisia che non sa più di esserlo, che forse è in buona fede - ma questo è anche peggio, perché è come se l’integrità della coscienza fosse incrinata dalla sudditanza del cuore (che è cosa toto genere diversa dall’obbedienza al vero). E poi il dolciastro della melassa solidaristica, a condire il rifiuto di onorare la solitudine della coscienza personale, e la confusa dialettica della relazione a offuscare la negazione della responsabilità ultima che ciascuno porta di se stesso. Ecco un esempio. Ero rimasta esterrefatta, in occasione del caso Welby, di leggere o udire sulla bocca dei politici frasi di questo genere: “la legge deve garantire la libertà di scegliere la vita, e non di scegliere la morte” 1. Ma come si fa a “scegliere” la vita, se la morte non è un’opzione? E’ un uso del verbo “scegliere” che lo svuota di senso. Ma poi ho dovuto constatare che perfino da parte di filosofi, sia pure cattolici - intendo dire di persone per le quali la logica dovrebbe essere ancora più che per tutti noi l’etica del pensiero - venissero uscite di questo genere: “La persona …non è libera di disporre di sé e degli altri, ma è libera di prendersi cura di sé e degli altri, in nome di quel Dio che abita dentro la coscienza…”. E’ un esempio recentissimo, da una lettera sull’”Avvenire”, direttamente rivoltami (Paola Ricci Sindoni, 5/10/08). Ma come si fa a essere liberi di prendersi cura di sé e degli altri, se il non farlo non è un’opzione? E chi ha detto che chiedere per sé o per altri una morte dignitosa non sia “prendersi cura”, ma sia “disporre della vita”, propria o altrui? E come è possibile dare per ovvio che “disporre di sé” sia identico a “disporre per altri”, quando appunto questo era il punto in questione? Un controsenso logico e due assunzioni infondate in una sola frase: in una lettera dove si dice di avermi ascoltata. Quando appunto le questioni che avevo posto (e da anni) sono nascoste e uccise sotto quelle tre fallacie. (Chiedo perdono di questa franchezza, cara Paola che mi chiedi di ascoltarti a mia volta: ma è proprio questa mistura di richiamo affettivo e di indifferenza logica che, per il mio modo di sentire, inquina il cuore, la cui purezza non prescinde, anzi si nutre, dell’amore di evidenza e di esattezza). Tutto questo alimentava una delusione crescente e inaspettata. Inaspettata (nonostante il facile sarcasmo di quelli, a me prossimi, che non avevano mai sperato) per me che mi ero letteralmente innamorata della bellezza e della bontà di alcuni veri testimoni del divino, anche dentro questa Chiesa. E non per tradizione famigliare, ma per gratitudine nei loro confronti, oltre che per il deposito di sapienza che i secoli cristiani hanno accumulato, sostavo volentieri sulla soglia delle chiese, e in qualche modo nutrivo una speranza di liberarmi di quel dubbio. La delusione è stata tanto più cocente quanto più cresceva intorno a noi l’uso sfacciatamente ideologico e politico del nome di Dio. Né ora né mai, certo, cesserò di amare gli uomini e le donne veramente divini - nella loro semplice, del tutto ignota umanità - che ho incontrato, e a cui debbo il pochissimo di luce di cui ancora vivo. Ma se prima ne dubitavo, ora ne sono certa: santi e veri sapienti ce ne sono ben pochi, ma ce ne sono dappertutto, perfino dentro le chiese, e purtroppo non le riscattano. E perché dovrebbero, del resto? Loro sono infinitamente oltre, sono vicini al vivo - che è quanto di più lontano ci sia dalle battaglie: se le sono già tutte lasciate alle spalle. So bene, del resto, che anche con queste parole, con questo nuovo intervento, io vengo inevitabilmente (mi scuso della brutta parola) “usata” da una parte, per averne respinto un’altra. Nonostante il mio motivo unico fosse lo spavento per quei paraocchi del cuore e della mente che sono le ideologie, e nonostante che della parola “cattolico” io non abbia amato il suono, ma il senso etimologico, il senso antico. Potevo scrivere mille lettere, o non farlo: era lo stesso. Ma il nostro non è solo il paese dei guelfi e dei ghibellini, è anche un paese dall’anima teatrale. Efficaci - almeno per un’ora, sulla piazza - sono solo le rappresentazioni e i gesti, non i pensieri e gli argomenti. E così è stato anche della mia piccola vicenda.

Nel suo articolo pubblicato sul Corriere Vito Mancuso, dopo averle dato completamente ragione nella “disputa” con mons. Betori, chiude con parole di ottimismo: “Ho fiducia nello Spirito: come la Chiesa è giunta ad accettare la libertà di coscienza sulla dottrina, così giungerà ad accettare la libertà del soggetto rispetto alla propria (alla propria, non a quella altrui!) vita biologica”. Si sente di condividere questo ottimismo (almeno nel lungo periodo) o la sua scelta di dire “addio” è maturata anche in virtù della perdita irreversibile di “fiducia nello Spirito”?

Lo Spirito - il vivo, la brezza che soffia dove vuole, e non sai donde venga né dove vada - io credo non sia qualcosa in cui si possa cessare di aver fiducia - senza morire (dentro). Ma credo anche che non abbia senso pensare che questo vento soffi altrove che nell’anima delle persone: è ciò che ci ravviva, che ci dà sollievo, che ci rallegra, che spalanca e approfondisce i nostri orizzonti valoriali, intensificando indefinitamente la nostra percezione di ciò che è prezioso e di ciò che è fragile, e la nostra attenzione al reale e al vero. Ma se è così, allora non si può separare la fiducia nello Spirito dall’intimo rinnovarsi di un consenso, e di una prontezza a operare, dove e come lo si sente soffiare. Vito Mancuso sente che questa Chiesa diventerà migliore, in quanto sente di poter operare nel suo seno perché migliore diventi: e io glielo auguro vivissimamente, e spero che sorga, anche in base al suo esempio, una nuova generazione di teologi e uomini di spirito che davvero raccolga la migliore eredità del cattolicesimo, e rigetti la peggiore. Me lo lasci dire in modo figurato: tutti noi, almeno una volta nella vita, ci fermiamo a considerare i nomi che avevamo dato a Dio. Nessuno di quei nomi, ci insegnano coloro che sono veramente andati a fondo - i mistici - può corrispondergli veramente. Ma quei nomi corrispondono forse a quel tanto di buono che noi possiamo realizzare in terra, e chi fa attenzione sa che in fondo non è in suo potere “scegliere” quei nomi, dato che sul loro sfondo e nel loro senso fa ogni vera scelta. Così, non è davvero più in mio potere associare al nome di “Chiesa cattolica” una qualche speranza di bene, e di bene che io possa contribuire a fare. Di più: ho sentito, in seguito all’ormai irrefrenabile dilagare, nel nostro Paese, dell’uso ideologico e politico del nome di Dio, che non era più possibile far spallucce al dubbio che alcuni mi avevano insinuato: “ma non sarai anche tu una di quelli che a parole, o in privato, dissentono, ma poi alla fine con la loro stessa opera finiscono, magari inconsapevolmente, per giustificare l’ingiustificabile?” - No, non era più possibile tollerare l’equivoco. E certamente non era facile scioglierlo: un filosofo e amico, Paolo Spinicci, mi scrive: “non riesco a leggere nelle parole del signor Betori molto più che una delle voci che rendono la Chiesa quella strana cosa che è - un coacervo di contraddizioni, di istanze nobili e di meschinità, di autoritarismo immorale e di grande generosità umana”. E conclude: le voci peggiori debbono essere contrastate, “ed è forse per questo che non capisco di preciso che cosa voglia dire chiudere ogni collaborazione con chi ‘abbia una diretta o indiretta relazione alla Chiesa cattolica italiana’”. Ha forse ragione: e della Chiesa fanno parte non solo molti uomini e donne da cui avremmo tutto da imparare, ma anche figure come quella di Carlo Maria Martini, che ognuno di noi è grato di avere incontrato, o uomini di grandissima cultura e intelligenza, biblisti come Gianfranco Ravasi o Paolo De Benedetti, e anche sacerdoti come Abramo Levi e Angelo Casati, e monaci come Camillo de Piaz e Davide Turoldo, o gli amici delle comunità di Bose, di Camaldoli, di Fonte Avellana, di riviste intellettuali e spirituali come “Esodo” o “Servitium” - e chiedo scusa ai molti altri di cui non faccio il nome - per i quali tutti io continuo a nutrire una profonda, perfino timida ammirazione, pur continuando a chiedermi perché mai la loro voce non si senta di più, anche nelle materie del contendere. Ha ragione, Spinicci: ma non ha forse vissuto il dubbio che gravi sopra di sé, nonostante tutto, un sospetto di complicità, o almeno di non assoluto, radicale dissenso, rispetto a quell’autoritarismo immorale ma inzuccherato d’amorosa indulgenza e avvolto nei sofismi che è oggi il volto dominante - purtroppo- del cattolicesimo italiano. La differenza è la filosofia, che non è una disciplina accademica ma un modo di vivere e pensare, e in questo senso una vocazione oltre che un mestiere: ed è quel modo di vivere e pensare appunto che non può né sul breve né sul lungo periodo allignare nell’abbraccio “di un coacervo di contraddizioni”. Per concludere, dunque, su quest’ultima domanda: il mio addio resta tale, in tutti i sensi del termine, compreso quello etimologico. Come tale resta la mia ammirazione per i santi (non sono certamente tutti quelli del calendario!), quelli morti e i viventi d’oggi, che sono nella Chiesa (e per quelli che ne sono fuori). Ci sono veramente molte e diverse strade che puntano forse, e se non ci illudiamo troppo, verso quell’irraggiungibile ultima, sempre nuova e sempre nascente vita del nostro vivere che chiamiamo lo Spirito, o il divino: e la via che porta di fatto il nome di “cattolica” non è la mia, per infinitamente irrilevante che questo sia, su questa terra e in cielo.

Nota:  1 La frase è stata pronunciata da Rosy Bindi, che pure è una persona di grande onestà e buona volontà, nel corso della trasmissione “Otto e mezzo” seguita alla morte di Welby.

(13 ottobre 2008)

 

Il commento di Giuliano Ferrara (il Foglio 3 ottobre 2008) 3 ottobre 2008

La coscienza libera di De Monticelli è abissale fino a diventare un’incognita

Ieri Roberta De Monticelli ha abiurato su questo giornale ogni relazione personale con la chiesa cattolica, che ama e nella quale non si riconosce più, e lo ha fatto con dolore (come ha scritto). De Monticelli è una filosofa e una cristiana laica di idee ferventi, notevole erudizione, sensibilità nell’interpretazione dei testi e chiara scrittura (mi sono occupato di un suo libretto interessante e vivido sulla relazione tra cristianesimo ed etica qualche tempo fa nel Foglio). Il punto di rottura la filosofa (e donna di fede) lo ha individuato in due dichiarazioni di monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, rilasciate alla stampa nella sua qualità di segretario uscente della Conferenza episcopale italiana. La prima dichiarazione dice che, in materia di vita e morte (perché di questo poi si tratta, quando si parla di testamento biologico e affini), “la decisione non deve spettare alla persona”. La seconda dichiarazione reca un sonante: “Non siamo per il principio di autodeterminazione”.

Naturalmente non m’immischio nella questione personale dei rapporti tra la credente De Monticelli e la chiesa, per quanto sia considerata simbolica e necessariamente pubblica dalla stessa scrittrice che la pone, perché dalla chiesa sono fuori, e non ho la fede cristiana pur cercando di essere un tipo d’uomo cristianissimo. Ma il resto, ovvero le idee, l’etica, l’antropologia, la storia, la verità, l’autorità, la coscienza e la libertà, questo è pane per i nostri denti di liberali metodologici, di radicali e conservatori, di laici devoti che non si sottomettono al conformismo ideologico del mondo ultrasecolarizzato. Anche perché le due dichiarazioni ecclesiali incriminate, secondo le quali non è necessariamente e sempre il soggetto che decide di sé, e l’autodeterminazione è un principio da respingere, sono miele per le mie orecchie (disimpegnate dall’autorità del vescovo, ma non dalla rilevanza delle sue idee). Miele, proprio miele. In un senso che tutto il nostro lavoro giornalistico, lato filosofico e antropologico, cerca di mostrare. E che ora cerco di precisare.

La coscienza libera di Roberta De Monticelli è, come direbbe il geniale antropologo e filosofo tedesco Odo Marquard, abissale. Abissale fino a diventare un’incognita. Io liquido il diavolo, come scrisse Joseph Ratzinger, fonte ispiratrice di Marquard, e mi faccio imputato umano, troppo umano, per la questione del male. Non è più Dio, come nella antica e medievale teodicea, che porta il fardello del male nel mondo, magari attraverso il suo angelo caduto. Eliminato Dio, il compito tocca all’uomo, che inventa con la filosofia della storia la ipertribunalizzazione della storia stessa, si fa imputato e giudice contemporaneamente, e alla fine naturalmente si assolve in questo grande teatro antigiuridico. Lo strumento della grande assoluzione è la libertà di coscienza intesa come un assoluto misterioso, originario, spiritualmente indipendente dalla società, dalle istituzioni, dalla religione, dal costume, dalla cultura e dalla storia. Un assoluto soggettivo che non è oggettivabile, che non si forma nella società razionale e politica ma nel cuore. La coscienza mi porta a decidere quando devo morire, e con la stessa cogenza mi impedisce di considerarmi colpevole quando a morire per volontà della mia libera coscienza è un bambino nella mia pancia. Posso anche socialmente dare la morte, disidratare e affamare i corpi, perché la legge della mia coscienza è formalisticamente, nonché spiritualmente, superiore alla carità, all’amore.

Per invocare la libertà soggettiva senza confini in fatto di vita e di morte, in regime di piena autodeterminazione personale, così come fa la De Monticelli, bisogna considerare la coscienza libera e padrona come l’unica voce di Dio che l’uomo debba ascoltare, come un sostituto della parola, della liturgia e, in termini laici, della comunità politica e della socialità morale dell’esistenza umana. La coscienza interiore diventa legge obbligante, la nuova tavola dei comandamenti riscritta dall’umanità per il suo uso moderno. In nome di quella assolutizzazione della libera coscienza, una concezione di derivazione teologica luterana, dunque spiritualmente immensa e impregnata di genio religioso, una sorta di sintesi esplosiva di certi aspetti del paolinismo e dell’agostinismo, tutto è affidato al lato irrazionale e misterioso della fede, niente resta per la fede petrina che è tenuta a spiegare la sua ragione. Niente resta, appunto, per la chiesa e per il Papa, e niente resta per il fondamento naturale indiscutibile delle costituzioni liberali moderne, per la Grundnorm, la norma fondamentale.

Il problema posto da De Monticelli va rovesciato. Come ha suggerito tra gli altri un illuminista e laico americano, Austin Dacey, nel suo libro sulla coscienza secolare moderna, di cui si è parlato in un bel colloquio con lui di Amy Rosenthal nel Foglio del 16 settembre. Per generazioni in occidente si è affermata l’idea che le questioni di coscienza sono faccende private che non hanno un loro posto nella vita pubblica. Ma questo, ci ha detto Dacey convergendo con una linea di ricerca del Foglio attiva da molti anni, è “un tradimento della tradizione del liberalismo laico”, perché “le questioni di coscienza devono essere sottratte al potere dello stato, ma questo non significa che siano private nel senso di soggettive o personali”. Dacey cita Spinoza, Kant, Locke, Jefferson, Madison e Mill per dire che questi colossi del liberalismo moderno non pensavano che lo statuto della coscienza, anche di quella etica e teologica, consista “in ragioni private che non hanno posto nella politica”. Per quei profeti del mondo moderno, al contrario, “l’ordine liberale è quello che fa emergere queste verità aprendo uno spazio nella vita pubblica in cui i cittadini possano discuterne insieme nel corso di una conversazione libera e priva di ogni ipoteca esterna”.

Lo stato non ti può imporre un suo pensiero in tema di vita o di morte, in tema di morale e distinzione del bene e del male. Ma la norma pubblica in materia, quando ce ne sia bisogno, non è la semplice autorizzazione procedurale a fare ciascuno quel che crede. La norma o la scelta di sottrarre un certo campo dell’azione umana alla norma devono nascere da una discussione informata in cui trovi spazio, in senso pieno e ricco, il punto di vista religioso, cioè quello di una fede che si incarna in un’istituzione. Con la coscienza misteriosa e abissale dell’homo compensator, quell’uomo senza Dio che secondo Marquard si assolve mentre si fa giudice di se stesso, non si fanno le leggi, non si praticano né il terreno della morale né quello del diritto, al massimo si fa il caos interiore di una fede fervente che rifiuta di dire le sue ragioni. E che nel mascheramento moderno, un secolarismo che diventa religione dei diritti individuali, si fa chiamare libertà dell’individuo e autodeterminazione.

 

 

 

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Un commento to “TEMI: ROBERTA DE MONTICELLI, L’ABIURA, IL NICHILISMO DEI CATTOLICI”

  1. Notaristefano Dice:

    Temi di grande delicatezza, sui quali tutti dovrebbero riflettere.


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