Cocaina Connection (II edizione)

L’IMPERO DELLA ‘NDRANGHETA:
IL TRAFFICO MONDIALE DI STUPEFACENTI

E’ un errore pensare che le mafie siano attive soltanto nelle regioni del Mezzogiorno. Ormai hanno sconfinato, si sono collegate con le mafie dell’Est europeo e dell’Estremo Oriente. Si sono globalizzate. Il singolo tossicodipendente che, in qualsiasi parte d’Italia, acquista una dose di cocaina finanzia la ’ndrangheta calabrese, una tra le mafie più forti e ramificate a livello internazionale. È come se le famiglie dei tossicodipendenti, anche se lontane dalla Calabria, avessero la ‘ndrangheta in casa. Questo libro svela scenari inquietanti sulla connection tra droghe e mafie, indica ai tossicodipendenti alcuni percorsi per uscire dalla loro malattia, chiede alla politica di fare fino in fondo la sua parte.

Orfeo Notaristefano, “Cocaina Connection” (2008)
Prefazione di Giuseppe Lumia
per acquistare Edizioni Ponte Sisto

L’IMPERO DELLA ‘NDRANGHETA:
IL TRAFFICO MONDIALE DI STUPEFACENTI
Prefazione di Giuseppe Lumia

Le mafie moderne sono organizzate come una sorta di sistema strutturato su diversi lati: sociale e comportamentale, economico e finanziario, politico e istituzionale, militare e violento. Le mafie più progredite riescono a integrare tali aspetti avanzando, per scelta o per necessità e a secondo dei territori e degli interlocutori, un lato del sistema. Ad esempio, anche quando si ricicla e si utilizzano i “colletti bianchi” i referenti sanno che la dimensione militare è sempre in agguato.
La ’ndrangheta è tra quelle che più ha avuto una profonda evoluzione in tal senso. Ma le mafie moderne hanno anche un’altra fondamentale caratteristica: sono un sistema radicato nel locale e aperto alla globalizzazione. Riescono a radicarsi nel territorio e ad intermediare le relazioni sociali, economiche e politiche, pronte sempre a proiettarsi in grandi circuiti degli affari e della finanza internazionale. Anche su questa dimensione la ’ndrangheta ha spiccato il volo ed è diventata una tra le più potenti organizzazioni mafiose in Italia e nel mondo. La cocaina è stata la droga che ha consentito alla mafia calabrese di bruciare le tappe, di superare l’ormai logora e rovinosa stagione dei sequestri e delle faide interne e di proiettarsi dentro i grandi settori dell’economia, con un rapporto devastante e collusivo con le istituzioni. La cocaina per la ’ndrangheta è stata come l’eroina per Cosa nostra. La mafia siciliana con la droga, negli anni ’70 e ’80, produsse una tale accumulazione economica e raggiunse un tale livello di profitti che la portò a essere una mafia affamata di relazioni economiche e politiche. Presto fu colpita dal delirio di onnipotenza al punto tale da organizzare la tragica stagione delle stragi ’92 – ’93 pur di piegare lo Stato e la società ai propri voleri, abbandonando la natura collusiva che le ha sempre dato un carattere più accomodante e raramente alternativo. È importante pertanto non sottovalutare ancora una volta l’ascesa della ’ndrangheta nel traffico internazionale di cocaina. Oggi, la ’ndrangheta ha rapporti diretti con i grandi narco-trafficanti. È riuscita a collocare i propri uomini nei territori colombiani e nei paesi latino americani limitrofi, prendendosi in molti casi l’esclusiva per lo smercio di tale sostanza in Italia e in buona parte dell’Europa. L’approvvigionamento di cocaina è quindi diretto. In cambio, i “locali di ’ndrangheta” garantiscono affidabilità nei pagamenti, capacità organizzativa e soprattutto forniscono ai clan colombiani il servizio del riciclaggio di quella montagna di denaro che deve in qualche modo invadere i santuari della finanza e dell’economia legale. Nella lotta alla ’ndrangheta è indispensabile avere la consapevolezza del livello di minaccia che essa oggi costituisce, per aggredirla su più versanti, e colpirla al cuore della sua capacità di accumulazione di risorse economico – finanziarie, a partire proprio dal traffico di sostanze. Dopo l’omicidio Fortugno in Calabria non si può più tergiversare in ritardi e connivenze. Così come dopo la strage di Duisburg non si può ritornare alle vecchie letture delle faide, svilendo il carattere affaristico e globalizzante dei locali presenti anche a San luca e negli altri Paesi dell’Aspromonte. È necessario, inoltre, comprendere le strategie che hanno consentito, anno dopo anno, collusione dopo collusione, sottovalutazione dopo sottovalutazione, la capacità dell’ndrangheta di farsi direttamente, e senza mediazioni, impresa e politica. Come non rilevare la difficoltà del sistema imprenditoriale calabrese di seguire l’esempio positivo dei vertici della Confindustria siciliana. Come negare la condizione di rifiuto del controllo di legalità e di esercizio del giudizio penale da parte della magistratura di settori consistenti della classe dirigente calabrese, bloccando e svilendo il ruolo del giudizio politico e sociale che, invece, la società e la politica dovrebbero esercitare in proprio. Certo non mancano reazioni positive, progettualità innovative che vanno censite, valorizzate e integrate.
Il libro di Orfeo Notaristefano è un vero e proprio itinerario tematico dentro il sistema di potere della ’ndrangheta e del suo rapporto con la cocaina, l’economia e le Istituzioni. Nello stesso tempo, è possibile ritrovare una lettura avanzata, documentata e senza pregiudizi sull’altro versante della domanda della droga, dove la cocaina si consuma in quantità senza precedenti, il tossicodipendente si autodistrugge e la società sempre più convive rovinosamente con le sostanze. Anche su questo aspetto è importante raccontare e organizzare un’altra risposta della società italiana e dello Stato. Fino ad ora, la lotta alle droghe è stato un terreno di scontro, carico di pregiudizi e funzionale alla politica, nel costruire un rapporto demagogico con i cittadini e strumentale con il momento delicato del consenso elettorale. Poco sapere e progettualità, molta approssimazione e cinismo sono i tratti spesso dominanti presenti nel nostro Paese. Avere in questo libro delle informazioni e un approccio documentato,ci aiuta a responsabilizzare i giovani, gli operatori, la stessa politica a imboccare un’altra strada che eviti le scorciatoie della liberalizzazione e della repressione.
Approcci speculari e spesso entrambi privi di spessore etico-progettuale. È giunto il momento pertanto di riporre le asce di guerra e di concertare una nuova stagione intelligente della lotta sia all’offerta di droga, intermediata dalle organizzazioni mafiose, sia alla domanda di droga, alimentata da società oramai deboli in motivazioni ideali e in coesione sociale. Orfeo Notaristefano, ancora una volta, sa dare parola e lucida rappresentazione a un cammino che il nostro paese tutto deve compiere, al di là delle divisioni territoriali e di quelle più perniciose della politica. C’è materiale per i cittadini, i professionisti del settore e per i rappresentanti delle Istituzioni per capire, per mettersi in gioco e per fare un ottimo lavoro progettuale.
Giuseppe Lumia
Commissione Parlamentare Antimafia

NUOVA INTRODUZIONE

(Un anno di insostenibile pesantezza)

 

Ho aspettato martedì 11 novembre per cominciare a scrivere la nuova introduzione a COCAINA CONNECTION, in uscita a dicembre con i dati aggiornati su droghe e alcol.

Ho aspettato l’insediamento della nuova Commissione Parlamentare Antimafia (CPA), che ha come nuovo Presidente il senatore Beppe Pisanu. In tutta la serata di martedì 11 novembre, a Pisanu sono giunti apprezzamenti bipartisan dagli esponenti della politica. 71 anni, ha alle spalle otto legislature alla Camera e una al Senato, è stato Ministro dell’Interno dal 2001 al 2006.

La nuova CPA ha davanti a sé quattro anni abbondanti per svolgere un buon lavoro non soltanto dal punto di vista legislativo e delle sue funzioni di inchiesta, ma soprattutto per essere presente nei territori infestati dalle mafie. Fino a qualche anno fa, avrei detto nei territori delle quattro regioni del Sud, oggi dico che l’effetto devastante delle infiltrazioni e dei radicamenti mafiosi non risparmia più alcun territorio italico, visti i recenti, clamorosi episodi di mafia, ‘ndrangheta e camorra a Milano e a Roma, nonché in Piemonte, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, e poi a scendere, Emilia Romagna, Umbria e Abruzzo, con una deviazione nell’immancabile Repubblica di San Marino.

Dove ci sono affari arrivano le mafie e nessun territorio, oggi, può dirsi immune. La nuova CPA dovrà pertanto far sentire in maniera pesante la propria presenza proprio in quei territori dove c’è più bisogno dello Stato.

La seconda edizione di COCAINA CONNECTION vuole essere un contributo di riflessione e di militanza per quanti sono impegnati nel fronte dell’antimafia, per quanti operano in servizi e comunità terapeutiche,  per gli stessi tossicodipendenti che, per salvarsi, hanno un’unica via: quella del recupero e della reintegrazione in una vita ‘normale’.

Il lavoro di aggiornamento era in atto da qualche mese, con raccolta di materiali, episodi e spunti che potessero ripercorrere i 14 mesi che sono trascorsi dall’uscita della prima edizione. Ragiono con Peppe Capocci e il suo gruppo della casa editrice Ponte Sisto e il 27 giugno decido: farò la seconda edizione. Combinazione, lo stesso giorno in cui il Consiglio Superiore della Magistratura ha “assolto” il Gip Clementina Forleo per la storia delle intercettazioni sulle scalate bancarie e sul caso Unipol. Venti giorni prima, la Procura di Salerno aveva prosciolto dalle accuse un altro Gip, della Procura di Catanzaro, Luigi De Magistris. Basta andare un po’ indietro con la memoria all’estate del 2007 e ai mesi successivi,  per impressionare nella mente qualche flash, quando erano in molti, in Calabria e in Italia, ad affermare: “Siamo dalla parte di Forleo e di De Magistris” .

Senza che sfiorasse il dubbio che questi magistrati stessero sbagliando, e non per un’impostazione giustizialista e fondamentalista, semplicemente perché in quei mesi questa parte della società leggeva di tutto: le loro inchieste, le loro vicende personali nell’ambito delle rispettive Procure, dove, con meccanismi diversi, sono stati oggetto di vere e proprie trappole tendenti a delegittimarli agli occhi della magistratura e dell’opinione pubblica. Circostanze pesanti, che hanno portato tante persone, negli ultimi mesi, a manifestare a Catanzaro e a Roma, di fronte al Palazzo dei Marescialli, in sostegno di De Magistris, con il movimento ‘ammazzatecitutti’ in prima fila, i ‘ragazzi di Locri’.

Ma l’epilogo di queste vicende non è di quelli sperati. Attorno alla metà di luglio, il CSM dispone il trasferimento di De Magistris a Napoli e l’allontanamento di Forleo da Milano per incompatibilità ambientale. Attualmente lavora presso l’ufficio GIP di Cremona. E così l’eterna battaglia per una giustizia giusta non può che continuare.

Dal mondo dell’associazionismo antimafia non è certo mancato il sostegno a De Magistris e a Clementina Forleo. Abbiamo studiato e studiando abbiamo capito da che parte stare. Ovviamente, dopo aver visto i fatti abruzzesi dal 14 luglio in poi, gli arresti di Del Turco & co., lo slogan è cambiato: “Siamo dalla parte di Forleo, De Magistris e Trifuoggi”, in sostegno al Procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi, che non si è fermato di fronte alla montagna di complicità di quella vicenda, sulla quale lui stesso ha detto di avere una valanga di prove. Ma c’è ancora da scavare in Abruzzo: tra Chieti e Pescara agisce una consorteria di professionisti, cosiddetti ‘colletti bianchi’, che si riunisce in una villetta sulla costa adriatica vicino a Pescara per ordire trame contro uomini delle Istituzioni, usando la tecnica della diffamazione sistematica (a forza di parlar male, qualcosa rimane). Una vera e propria associazione per delinquere con mire carrieristiche che colpisce chiunque contrasti i loro piani criminosi. Me li immagino, con i loro grembiulini e compassi, questi megalomani di massoneria più o meno deviata, connessi in qualche modo con San Marino.

Lumia è tra i componenti la nuova CPA, e per me e per le persone che gravitano nel mio circuito di relazioni, resta lui il punto fermo di riferimento nella lotta alle mafie.

 

Tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello

Giuseppe Lumia ha scritto di suo pugno la nuova prefazione a questo libro. Lo ringrazio perché ha intelligentemente aggiornato quella precedente, lasciando invariate le parti ancora valide. E questo è lo spirito del libro: non smontare tutto, ma lasciare l’impianto originario, pur se datato giugno 2007, e procedere con aggiornamenti di dati e fatti. Vive pertanto la prima parte, anche per salvaguardare l’impostazione del libro su tossicodipendenze e narcotraffico, la cui lettura deve tener conto che nel frattempo sono cambiate alcune situazioni. Intanto, ad aprile 2008, le elezioni anticipate hanno cambiato il segno politico della maggioranza parlamentare e del Governo, con conseguente avvicendamento dei Ministri competenti nelle materie trattate nel libro.

Appare evidente ormai che il Presidente del Consiglio in carica, forte della sua maggioranza parlamentare e del consenso elettorale, ha imboccato senza rimedio una deriva fascistoide sensa essere fascista e una deriva populista senza essere un dittatore, per dirla con Massimo Giannini, Vice direttore di ‘Repubblica’. Con un Parlamento di nominati, convocato solo per votare. Con una società ‘bloccata’, incapace di reagire. Con un’opposizione ridotta ai minimi termini, mentre la crisi economica mondiale entra nelle famiglie e le impoverisce, troppi lavoratori stanno perdendo il lavoro, troppi anziani sono soli, troppi giovani vedono allontanarsi anche la speranza nel futuro. Questo “non è un Paese per vecchi”, ma nemmeno per giovani. Una situazione così mi riporta indietro con la mente a quarant’anni fa: il rischio denunciato da Herbert Marcuse “L’uomo a una dimensione. La società senza opposizione” è dei nostri giorni. Siamo noi oggi. L’ottimismo apparente, messo in scena a intermittenza dal capo della maggioranza, passa sopra a tutto, ai poveri che aumentano, ai precari a vita, ai disoccupati spinti all’indietro dalla crisi economica, agli emarginati che, con i tagli alla sanità e ai servizi sociali, saranno sempre più fuori dalla società. Anche se l’onda degli studenti tenta di dare un risposta a tutto questo, partendo dalla scuola per investire poi i punti critici di una situazione sociale per niente incoraggiante, anzi, pesante. Chi vuole fare per forza paragoni tra l’onda di oggi e il ‘68 è fuori binario. Intanto l’onda esiste perché la scuola e la formazione dovrebbero essere i pilastri della società di domani. Pilastri non sbilenchi come oggi, ma solidi, ben piantati a terra, per una scuola seria, rigorosa e giusta. Il 24 ottobre di quest’anno tornavo in macchina da Ferrara, da un convegno della Fnomceo su “Etica di inizio vita”. Viaggio spesso da solo in macchina: ascolto radio24 da quando è nata, ascolto musica, penso. Importante non è solo la meta, ma l’idea stessa del viaggio, sono uno stradista: faccio Roma-Calabria andata e ritorno in un giorno e mezzo, qualche volta anche in un solo giorno. Solito traffico e tempo brutto tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello. Su radio24, a ‘che strada fa’, sono abituato a sentire che tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello succede di tutto: traffico fermo, qualche TIR fuori strada, incidenti, pioggia o nebbia. Anche quella sera non mancava nulla. Ma tanto, Barberino del Mugello per me significa un solo pensiero: a pochi chilometri da lì c’è Barbiana, la scuola di Barbiana, e chi aveva 17 anni nel ‘68 e s’è formato su Don Lorenzo Milani, è difficile che sia cambiato. Può essere migliorato o peggiorato per alcuni aspetti della vita, ma l’impostazione di fondo resta quella e ogni tanto torna l’esigenza di riprendere in mano ‘Lettera a una professoressa’ e umilmente, come a scuola, andare a ripassare, per imparare ancora qualcosa, anche quarant’anni dopo. Nostalgie? Ricordi? Ma non si vive anche di questo?

Altre situazioni sono cambiate nella società italiana e nel mondo in questi 14 mesi. Pertanto, nella parte aggiornata del libro, compaiono documenti che danno il quadro della situazione a oggi sui consumi di droghe illecite e legali e sulle nuove rotte del traffico internazionale di stupefacenti, nonché sulle proposte degli operatori per potenziare la rete dell’assistenza ai tossicodipendenti. Un’intervista al professor Alfio Lucchini, Presidente di Federserd, dà la linea sul momento attuale.

In questa nuova introduzione, recupero e cambio i caratteri alle parti della prima introduzione ancora validi, proprio perché è la continuazione del lavoro che era alla base del primo libro, tutto fondato su una tesi che resta confermata in due punti irrinunciabili:

  • La lotta alle tossicodipendenze non significa lotta al tossicodipendente.
  • La necessità di rilanciare a un livello più alto e più intensivo la lotta al traffico internazionale di stupefacenti.

Sul primo punto c’è da dire che il dibattito politico s’infiamma ogni volta che si discute di metter mano alla legislazione sulle tossicodipendenze. Spesso accade anche per i fatti di cronaca che implicano il coinvolgimento della Magistratura: ci si divide tra innocentisti e colpevolisti, garantisti e giustizialisti. Quando si tocca il tasto delle droghe, in un turbinio di luoghi comuni, ci si divide tra antiproibizionisti e proibizionisti.

Occorre tuttavia sgombrare il campo da ogni equivoco: chi cade nelle droghe va aiutato, va posto nelle condizioni di essere curato e recuperato, reinserito nella società. Questo è un cardine della nostra cultura giuridica e della nostra visione della società. Ma chi, sotto l’effetto di droghe legali o illecite, commette delitti contro persone o cose, va punito e qui si entra nella giurisprudenza ordinaria. Un delitto è un delitto, un furto è un furto. Un assassino o un ladro non può invocare attenuanti in virtù della propria tossicodipendenza. La dipendenza dalle droghe non può essere un attenuante, caso mai è un aggravante.

Perché a un delitto corrisponde una vittima, perché a un furto corrisponde un derubato. Sono queste le parti offese dall’azione criminale, anche se commessa sotto l’effetto di stupefacenti. E i ruoli di vittima e carnefice non sono scambiabili, perché se ciò accadesse, nell’applicazione delle leggi esistenti, vorrebbe dire che le vittime sarebbero tali due volte.

Il tossicodipendente va recuperato. Se però non accetta i percorsi di recupero che gli vengono proposti, entra in un’altra fattispecie, come dimostra l’esperienza di tutti i giorni. Il tossicodipendente che vuole restare tale, o che non intende uscirne, o che non ce la fa perché nemmeno ci prova, ha il destino segnato: è già su un piano inclinato sul quale non può che sprofondare verso abissi infernali, verso una non-vita, verso meccanismi che lo portano ad agire contro altre persone, sconfina facilmente nella delinquenza. E la legge non può che stare dalla parte delle vittime.

In questo lavoro si sostiene pertanto la necessità di un aggiornamento permanente delle politiche antidroga. Occorre ricerca, occorre innovazione nei metodi di cura, occorre essere attenti ai mutamenti in atto in questo travagliato mondo delle tossicodipendenze, perché ai mutamenti devono corrispondere nuove cure e nuovi approcci. Questo è un punto che conoscono bene gli operatori dei Ser.T e delle comunità terapeutiche. E’ un punto cruciale, oggi più di vent’anni fa. Nelle politiche antidroga occorrono scelte e azioni per potenziare le reti dei Ser.T e delle comunità, magari con i soldi risparmiati con i tagli agli sprechi.

L’altro fronte sul quale lo Stato non può perdere è quello della lotta al narcotraffico, che pure è portata avanti dalla Magistratura e dalle Forze dell’Ordine. Ma non basta. La dimensione del narcotraffico è mondiale e gli interessi sono stratosferici, la regia di questo colossale business mortuario è saldamente in mano alla ‘ndrangheta, la mafia calabrese che in tutti i sensi è sconfinata dalla Calabria, estendendo i tentacoli in ogni parte del mondo, in collegamento con i ‘cartelli’ colombiani e di altre aree ‘critiche’ del Sud America, con le ‘nuove mafie’ dell’Est europeo e della Cina, con l’invasione di tonnellate di droga nel Nord Africa, dove le popolazioni stanno morendo, minate dalla miseria, dalle guerre e dall’Aids.

La ‘ndrangheta si consolida nella sua posizione dominante rispetto alle altre mafie italiche: la mafia siciliana, la stidda (nella zona sud-orientale dell’isola), la camorra napoletana e campana, la sacra corona unita in Puglia. La ‘ndrangheta è oggi la mafia più potente e ramificata a livello nazionale e internazionale.

Droga, rifiuti, anche tossici e nocivi, infiltrazioni nella politica e nelle Istituzioni. In Calabria tutto è ‘ndrangheta, connessa a pezzi di politica e di massoneria. Per togliersi ogni dubbio si può ripercorrere il libro di Gianfranco Bonofiglio ‘La città oscura’, che è dell’ottobre 2005 e che dà un’idea chiara di che cosa sia la ‘ndrangheta oggi, in Calabria e a Cosenza in particolare. ‘Ndrangheta che ha avuto un ruolo perfino nella guerra del Golfo Persico, come spiega Bonofiglio nel libro: “Basti pensare che i banchieri di Kuwait city, dopo la guerra del Golfo del 1991, in seguito all’occupazione di Saddam Hussein dello Stato del Kuwait, richiesero l’intervento di broker internazionali legati alla ‘ndrangheta per recuperare parte del tesoro del Kuwait che Saddam Hussein aveva depredato nei circuiti internazionali dei paradisi fiscali ben conosciuti dagli esperti finanziari internazionali, retribuiti lautamente dalle famiglie calabresi”. Negli anni ‘80, la ‘ndrangheta teneva rapporti con i Lupi grigi, quelli dell’attentato al Papa Giovanni Paolo II, che provvedevano a fornire eroina e cocaina dalla Turchia.

L’importante è non indietreggiare. La giornata della memoria per le 700 vittime delle mafie si tiene in genere il 21 marzo, primo giorno di primavera, tutti gli anni: nel 2007, in 30 mila, eravamo a Polistena, poco lontano da Gioia Tauro. Evidentemente, la ‘ndrangheta non ha gradito. I trafficanti di droga e di morte erano tra noi. Non c’è manifestazione antimafia in Calabria dove la ‘ndrangheta non abbia i suoi emissari-controllori: non fanno nulla, guardano, ti guardano, ti squadrano da capo a piedi per farti capire che loro controllano tutto e tutti, che il territorio è loro e che noi siamo intrusi e abusivi. Diverso il clima a Bari l’anno dopo, il 15 marzo 2008. L’anno prossimo saremo a Casal di Principe.

Questa è la Calabria della ‘ndrangheta, la Calabria che non ci piace. A noi piace la Calabria che ci ricorda don Ciotti: dal greco ‘kalon-brion’, ‘faccio sorgere il bene’. A noi piace la Calabria che resiste.

Il 30 aprile 1982 a Palermo fu assassinato Pio La Torre e il suo collaboratore Rosario Di Salvo. Dirigente sindacale, segretario regionale del PCI, deputato, La Torre la lotta alla mafia la faceva sul serio ed è diventato un simbolo. La paternità della prima proposta di legge per la confisca dei beni ai mafiosi, com’è noto, è di La Torre, assieme a Virginio Rognoni. La mafia lo ha colpito proprio per questo.

Nel 1982 non esistevano telefonini, internet, televideo. Le notizie andavano più lente di oggi. Quel 30 aprile ero a Grosseto, al Consiglio di Amministrazione della coop ‘la proletaria’, poi ‘Toscana-Lazio’, adesso ‘Unicoop Tirreno’. Ci parlò, in piena riunione, dell’omicidio di La Torre l’allora presidente della coop Sergio Meini, quando vice-presidente era Roberto Conti. Tra noi l’impressione fu grande, anche se nella tranquilla maremma toscana la Sicilia ci pareva lontana. Nell’82 avevo 31 anni e di mafia sapevo poco o nulla. Ma l’assassinio di Pio La Torre mi fece capire che sarei stato contro le mafie, come infatti avvenne negli anni successivi e come avviene in quelli attuali. L’impatto con il clima che si viveva a Palermo lo ebbi nell’85-86, quando nel bunker dell’Ucciardone si celebrava il primo maxi-processo a 476 imputati di mafia, ad opera del pool di Palermo e di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Da allora,  il mio rapporto con Palermo non si è mai interrotto, rafforzato da una intensa amicizia, destinata a durare nel tempo, con il professor Salvatore Amato, presidente dell’Ordine dei Medici di Palermo.

Venticinque anni dopo, sapere che cocaina e altre droghe hanno portato la ‘ndrangheta anche nelle scuole e nelle case di tutta Italia mi scatena la stessa rabbia e la stessa ribellione di allora. Con la differenza che adesso so, adesso li conosco questi assassini, trafficanti, affaristi, mafiosi della peggior specie. Adesso so il male che hanno fatto alla mia generazione, ai nostri figli e il male che potranno ancora fare ai nostri nipoti. Vanno fermati.

La ‘ndrangheta va posta nelle condizioni di non nuocere. Questo significa che va battuta. Non ci sono soluzioni intermedie, non è pensabile scendere a patti, questa è una guerra di lunga durata che già ha lasciato una scia di sangue di oltre 700 vittime delle mafie, questa è la nostra guerra in tempo di pace.

Fino a oggi la lotta alle mafie l’hanno fatta pezzi dello Stato, mentre altri pezzi dello stesso Stato hanno fatto accordi, patti e affari con le mafie. Il fronte antimafia non è stato sempre compatto, a parte l’associazionismo e il volontariato. Oltre a ‘Libera’, l’esempio più efficace di associazionismo è la FAI, Federazione antiracket e antiusura di Tano Grasso, ma esistono tante altre associazioni e nomi contro le mafie. Questo fronte è ampio, espressione di culture ed estrazioni diverse, ma è ancora frastagliato: è compatto nelle intenzioni, meno nelle azioni. Un gap che tutti insieme dobbiamo superare.

Nel 40° Rapporto sullo stato sociale del Paese, quest’anno il Censis afferma testualmente: “E’ mancata finora la consapevolezza collettiva che quella delle grandi città del Sud rappresenta una grande questione di livello nazionale, non un’emergenza di ordine pubblico locale, esattamente come lo è per la Francia il problema delle banlieues. Secondigliano, i Quartieri Spagnoli, il Rione Sanità, Bari vecchia, i quartieri Japigia, San Paolo, Lo Zen sono territori che non meritano minore attenzione dei comuni dell’area parigina e in più sono inseriti in un contesto che è complessivamente problematico, dove i fattori di crisi sono molteplici e intrecciati”.

Penso a quel concentrato di mafiosità ‘ndranghetista che è Lamezia Terme, dove morti ammazzati per le strade, intimidazioni e racket delle estorsioni, attività illecite coperte con attività lecite sono la normalità, rispetto all’anomalia di chi parla contro le mafie. Un’anomalia che la ‘normalità’ ‘ndranghetista non concepisce e non può tollerare.

A settembre 2005 a Lamezia si sono tenute tre giornate di iniziative antimafia. La sera, prima di andare via, mi sono trattenuto per oltre mezz’ora a parlare con amici dell’antimafia nello slargo davanti al Teatro Umberto, sede dell’evento. Dopo i saluti, mi avvio verso la macchina, parcheggiata a pochi isolati di distanza. Metto in moto e parto. Esco da Lamezia non dalla solita strada, ma facendo un giro un po’ tortuoso. Arrivo vicino al luogo dove, un anno dopo, verrà dato alle fiamme il deposito di pneumatici della famiglia Godino, quindi sono quasi fuori Lamezia. E’ a questo punto che dallo specchietto retrovisore noto due fari attaccati alla mia auto, abbastanza vicini. S’erano fatte le ore 21 e lungo la strada che porta verso l’A-3 non c’era traffico. L’auto che avevo dietro era una BMW nera, credo serie 5. Arrivo allo svincolo dell’A-3, mi immetto sull’autostrada e accelero, tanto. Vado veloce, ancora più veloce nell’autostrada semi-deserta. La BMW sempre dietro, quasi incollata. Allora rallento gradualmente fino a 140 km/ora, poi a 130, poi a 100, poi a 90, poi a 70. Niente, la BMW non mi supera. E’ sempre dietro, un po’ più lontana, ma c’è. Accelero di nuovo, vado forte, la BMW sempre dietro. Esco dall’autostrada e percorro la litoranea, la BMW non mi molla. Ormai sono arrivato quasi a destinazione, in un punto in cui posso scegliere di uscire dalla litoranea o proseguire per un altro chilometro. Colpo di scena: una traversa prima della mia, la BMW improvvisamente gira. Ma quella traversa non va da nessuna parte, serve solo a fare manovra. Nel punto in cui mi trovavo non potevo fare inversione a U, potevo solo girare o andare dritto. Non avevo scelta e loro lo sapevano. Sapevano dove stavo andando. Il segnale è chiaro: sappiamo dove sei e in qualsiasi momento ti stiamo addosso. Non c’è altra spiegazione. Nel loro modo di essere e di fare, questo è un avvertimento.

Rendo pubblica questa vicenda solo adesso, a circa due anni di distanza. Ma le tre persone a cui ho riferito, separatamente, l’episodio hanno espresso un giudizio unanime: “E’ un avvertimento, ti hanno voluto dare un segnale”.

Negli anni ho imparato la lezione di Paolo Borsellino: “La paura è normale che ci sia, in ogni uomo. L’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti”. Il problema non è avere o no paura. In determinate circostanze, occorre essere capaci di controllare la paura. Molti di noi applicano su se stessi questo insegnamento. Se così non fosse, nessuno farebbe nulla, perché è chiaro che le mafie fanno paura, confidano sulla paura e sull’omertà.

Invece, contro la mentalità mafiosa, siamo qui a testimoniare che la lotta alle droghe vuol dire lotta alle mafie. Perché con il traffico internazionale di stupefacenti le mafie hanno innalzato il livello della propria potenza economica, finanziaria, politica e militare. Si sono consolidate e perciò vanno colpite proprio sul terreno economico e finanziario, vanno colpite nei beni, vanno intaccati i loro patrimoni.

Vecchie favole tramandate hanno accreditato, soprattutto in Sicilia, l’immagine della mafia figlia della povertà e del bisogno. La mafia come reazione alle ingiustizie sociali. Ma si tratta, giustappunto, di credenze popolari. Ai nostri giorni, la ‘ndrangheta (e, a seguire, le altre mafie) sta lì a dimostrare il contrario: non è figlia della povertà ma della ricchezza illecitamente accumulata e nella ricchezza trova gli strumenti per potenziarsi ancora. A fronte di una ‘ndrangheta sempre più ricca, la Calabria è sempre più povera. Per anni, la ‘ndrangheta ha voluto così e ovviamente non ha fatto e non fa nulla perché la Calabria esca dalla condizione di regione più disastrata d’Italia. Aspetta che sia lo Stato ad avviare politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, per potersi infiltrare per nuovi affari e nuovi guadagni. Nella sua mutazione genetica, la ‘ndrangheta del narcotraffico non disdegna di fare profitti in altri rami di attività. Come una vera e propria holding, esattamente quella che è diventata. Spiega Luigi Lombardi Satriani, antropologo, già deputato dell’Ulivo: “La ‘ndrangheta segue la ricchezza, lo sviluppo, le trasformazioni, non ha bisogno di immobilismo”.

Colpire il narcotraffico per colpire le mafie: questa è una priorità della politica nazionale, europea, mondiale. Perché mondiali sono le reti e gli interessi delle mafie. L’incessante attività della magistratura e delle forze dell’ordine ha dato e dà, giorno per giorno, risultati importanti in termini di arresti, di sequestri, di neutralizzazione delle azioni criminali dei narcotrafficanti.

Ma non basta. E’ la politica che deve legiferare, definire strategie e produrre atti concreti nella lotta al narcotraffico. Per fare questo, la politica deve avere le mani libere da eventuali collusioni con ambienti mafiosi. Non deve avere paura di ostacolare gli interessi dei trafficanti. Deve prevedere ma non deve temere ritorsioni che narcotrafficanti, ‘ndranghetisti, mafiosi e camorristi tenteranno di sicuro quando si sentiranno stretti e con la terra che frana sotto i piedi. Occorre considerare che il testo base delle politiche antidroga è il DPR n. 309 del 1990, che a sua volta introduceva modifiche alla legge 685 del 1975.  La legge del ‘90 reca i nomi di Rosa Russo Iervolino e di Giuliano Vassalli, all’epoca Ministri. Una legge fortemente voluta da Bettino Craxi, che lanciò una vera e propria campagna contro la droga. Bettino Craxi era già stato Presidente del Consiglio dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Uscito da Palazzo Chigi, tornò a tempo pieno in via del Corso 476, sede nazionale del PSI, e dall’87 al ‘90 lanciò contro le droghe una lotta senza quartiere. Richiamo questa circostanza perché il declino di Craxi e del PSI e  tutto ciò che avvenne dal ‘92 in poi spesso è stato ricondotto esclusivamente a tangentopoli. Ma io che ho presenti i tre discorsi tenuti da Craxi alla Camera dei Deputati (3 luglio 1992, 29 aprile 1993, 20 agosto 1993), prima di auto-esiliarsi ad Hammamet, dove morì il 19 gennaio del 2000, non ho mai pensato che la storia del socialismo italiano, lunga più di cento anni, potesse essere liquidata come se fosse solo una storia di tangenti. D’altra parte, in un’intervista recente a Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere della Sera, Luciano Violante, in riferimento a Craxi, afferma, tra l’altro: “La mia non è una riabilitazione. E’ una riflessione sul passato. Quando Craxi nel 1993 pronunciò il suo discorso sul malaffare diffuso e sul finanziamento illecito, io ero in aula. Si votava l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. La nostra reazione fu di dire: ‘Ora stiamo parlando di te, non di noi’. Invece sarebbe stato più utile riprendere il suo ragionamento”. Una frase così fa un certo effetto, quattordici anni dopo. Violante è persona che stimo. Ho parlato con lui un paio di volte, ha una stretta di mano calorosa, è un punto di riferimento per molti di noi, impegnati nell’antimafia. Ma nella stessa intervista ho trovato bizzarra un’altra affermazione di Violante a proposito del nascente Partito Democratico: “Dovrebbe avere una dirigenza formata per un terzo da giovani, un terzo da donne e un terzo da ‘vecchi’. Ai giovani italiani dovremmo dire quale Paese abbiamo in testa per il futuro, invece di parlargli di Bettino Craxi. Ai nati nel 1980 che gli importa di Craxi?”. Per una persona di cultura come Violante, una cosa così va posta nella rubrica ‘Non ci posso credere’. In base a quel ragionamento, i giovani dovrebbero essere tutti ignoranti. Se uno che è nato nel 1980 può non sapere nulla di Craxi, potrebbe anche non sapere nulla di Garibaldi, o di Cavour, o di Giulio Cesare, tanto sono morti tutti ben prima di Craxi.

La Prima Repubblica crollò sotto il peso di una corruzione che aveva superato i limiti fisiologici della sopportazione da parte degli imprenditori e di tutti coloro che, nei diversi settori di attività, erano chiamati a pagare tangenti per lavorare. Crollò anche perché il sistema politico era vecchio e consunto, incapace di adeguarsi ai cambiamenti dello scenario internazionale. Si sono scritti fiumi di inchiostro su questa storia e il contesto di questo libro non è adatto per un approfondimento sul tema.

Ma un punto va chiarito: proprio a livello internazionale, c’erano almeno tre motivi per cui faceva comodo fare fuori Craxi per via giudiziaria. Il primo motivo è da ricercare nell’assunzione, da parte di Craxi, di una posizione non gradita agli USA sul modo di superare la crisi economica italiana di quegli anni e il forte dissesto dei conti pubblici. Il secondo motivo è nelle posizioni autonome di Craxi in politica estera e in particolare nello scacchiere del Medio Oriente. Il terzo motivo, quello di cui nessuno parla, è che, al di là della legge Iervolino-Vassalli, fondata sul principio che “è illecito l’uso di sostanze illecite”, Craxi tracciò una linea netta contro il traffico internazionale di stupefacenti. Per la prima volta nella storia d’Italia, un politico di quel calibro parlava senza mezzi termini contro i narcotrafficanti e i loro complici. Dall’84 all’89, Craxi pronunciò otto discorsi in convegni, congressi, eventi diversi, tutti incentrati sulla necessità di stroncare il traffico internazionale di stupefacenti e sulla necessità di una nuova legge sulle tossicodipendenze. Craxi riferiva che i Presidenti di Paesi sud-americani, nel descrivere la drammatica situazione del narcotraffico, connesso a traffico d’armi e guerriglie, sostenevano la sua posizione ferma contro i trafficanti di morte. Non sono il solo a pensare che, oltre a tutti i motivi su cui si è scritto e parlato, Craxi abbia pagato anche per questa sua estrema battaglia contro il traffico internazionale di stupefacenti. Il prestigio dell’uomo era grande in quegli anni. Occorre ricordare che l’8 dicembre 1989 il Segretario Generale dell’ONU, Perez De Cuellar, lo aveva nominato suo rappresentante personale per i problemi dell’indebitamento dei Paesi in via di sviluppo. Il leader socialista presenterà alcuni mesi dopo il suo rapporto, che costituirà la base della relazione che il Segretario Generale leggerà all’Assemblea delle Nazioni Unite nel settembre 1990.

Penso che ‘cupole’ di narcotrafficanti internazionali, connessi alle mafie italiche, abbiano individuato il pericolo di un personaggio come Craxi, che lanciava una sfida globale proprio contro di loro. E, di connessione in connessione, dal narcotraffico a pezzi di politica, da pezzi di politica a pezzi di poteri più o meno forti, viene il legittimo sospetto che quella era la migliore occasione per trasformare l’ondata di tangentopoli in uno tsunami che, travolto il leader socialista scomodo, facesse tornare la quiete dopo la tempesta.

Una quiete necessaria perché i grandi giri dei traffici di droga potessero riprendere come e più di prima, scampato il pericolo di azioni incisive che sicuramente Craxi avrebbe messo in atto.

Ho riflettuto molto su questa storia. Essa testimonia che essere contro un sistema come il narcotraffico e le mafie comporta il pagamento di prezzi quasi sempre elevati. Altre volte si paga con la vita.

Proprio sulla stretta connessione tra il narcotraffico, lo spaccio e il consumo è giunta, inaspettata, la presa di posizione di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, esponente dei Ds, futuro Partito Democratico. Chiamparino ha posto una questione seria e in termini che spingono a riflettere: “Non è più possibile restare a guardare mentre un quarto, o forse addirittura un terzo della popolazione fa uso di droghe. Sono sempre stato antiproibizionista, ma oggi dico che è ora di cambiare: bisogna affermare il principio che drogarsi non è lecito, che la nostra società non lo accetta”. Chiamparino, confermato sindaco a maggio del 2006 con il 66,59% dei voti, conosce bene Torino e che cosa è il ‘Tossic Park’ e ha lanciato la sua proposta di cambiamento di rotta dalle pagine del Corriere della Sera dell’8 maggio 2007, in un’intervista a Vera Schiavazzi. Rispetto all’altalena di dichiarazioni pro e contro, il giorno dopo lo stesso Chiamparino ha precisato meglio la sua posizione: “Non propongo alcuna forma di vessazione, ma c’è bisogno di cambiare la legislazione sulla droga, di dare un segnale, perché ormai troppi prendono stupefacenti per divertimento o per curiosità, senza curarsi degli effetti che generano. Chi si droga per disperazione - afferma Chiamparino - deve ricevere un aiuto di tipo sanitario, metadone o qualcos’altro, non si può certo punire. E se per tante ragioni ci sono sostanze che possono essere legalizzate, allora se ne renda legale il consumo in modo controllato. Ma è bene ricordare - continua Chiamparino - che  il numero di drogati ‘disperati’ è in forte calo, mentre il grosso parterre è formato da chi consuma stupefacenti per divertimento o curiosità, pagando le dosi pochi euro. Ed è giusto punire queste persone, imponendo loro pene riparatorie. Serve un segnale pubblico forte e voglio che se ne discuta”. (ANSA, 9 maggio 2007). Il 10 maggio a ‘VivaVoce’, il programma di Giuseppe Cruciani su radio24, Chiamparino riaffermava questa sua precisazione: niente carcere per i tossicodipendenti, ma qualche pena riparatoria sì, visto che con il loro drogarsi commettono un atto contro se stessi e contro la società e comunque costituiscono un costo, in termini sanitari e sociali, per le strutture che poi devono assisterli. E’ chiaro che la proposta di riflessione di Chiamparino potrà essere, o non sarà, compresa nella legge in gestazione sulle tossicodipendenze, vedremo, ma sul fatto che Chiamparino pone un problema reale non ci possono essere dubbi.(Chieti, 10 giugno 2007).

 

In giro per l’Italia, contro ogni connection

14 mesi dopo la presentazione di COCAINA CONNECTION, stiamo qui con l’intenzione di andare avanti, di non mollare, di non dargliela vinta. E pensare che sono stati 14 mesi pesanti, un anno intero vissuto con un insostenibile senso di pesantezza. Ogni episodio, ogni passaggio ha avuto i suoi momenti di intensità e di amarezza, perché in questa guerra di lunga durata contro le mafie, a volte si vince e a volte si perde. E la mia intenzione è sì quella di raccontare i fatti, ma soprattutto quella di trasmettere emozioni su come le persone che sono attorno a noi hanno vissuto questo anno.

Intanto, il 24 luglio 2007 è stato un giorno indimenticabile. La prima presentazione di COCAINA CONNECTION si è trasformata in un evento dentro il quale c’era tutto: l’impegno, le amicizie, gli affetti, l’idea precisa di essere dalla parte giusta, la sensazione palpabile che chi riempiva la ‘sala Mechelli’ del Consiglio Regionale del Lazio non era lì per caso, ma perché voleva partecipare a qualcosa di straordinario. A pezzi di storia e di vita di ciascuno di noi. Giuseppe Lumia, in missione a Catanzaro con l’Antimafia, è riuscito ad arrivare per testimoniare con la sua presenza il proseguimento dei nostri percorsi comuni. Franco Cuccurullo, Mario Falconi, Massimo Pineschi, Donato Robilotta e Luisa Laurelli, coordinati da Vincenzo D’Ambra, hanno portato il loro appassionato contributo. Sullo schermo la proiezione di un video amatoriale, realizzato da Gianni e Ida, sulle stragi e sulla lotta alle mafie.

E’ partito da lì il giro di COCAINA CONNECTION, un libro che, nelle mie intenzioni, doveva servire proprio a questo, a creare coinvolgimento e partecipazione attorno a temi duri come le tossicodipendenze e la lotta alle mafie. Un giro che ha toccato un pezzo d’Italia, poi il libro ha navigato su Internet.

Speciale la presentazione del 17 agosto a Fondi, la sera, nel chiostro di San Francesco. Il Sindaco Luigi Parisella, Don Mariano Parisella, Gianni Righetti, Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi Odontoiatri di Latina. A organizzare il tutto Gaetano Orticelli, all’epoca Presidente della Pro Loco di Fondi. Cornice suggestiva e maxischermi sulla piazza hanno consentito a una moltitudine di fondani e vacanzieri di seguire l’evento, a due giorni dalla strage di Duisburg, che ha definitivamente squarciato il velo sulla presenza della ‘ndrangheta oltre i confini nazionali.

Una settimana dopo, il 24 agosto, abbiamo riempito una piazza a Diamante, nell’alto Tirreno cosentino. L’estate avanzata non ha sminuito l’interesse per la serata. L’impegno di Tonino Perrone, Cinzia Mattera, Gemma De Rosa hanno avuto il risultato sperato. Il Sindaco Ernesto Magorno, l’assessore Battista Maulicino, Gianfranco Bonofiglio, Espedito Marletta, sindaco di Acerra e Mimmo Talarico, il moderatore Matteo Cava. Eravamo lì e pensavamo a Duisburg, a San Luca, a Locri e anche lì i mafiosi ‘ndranghetisti li abbiamo chiamati in causa uno ad uno. Momenti, segnali, ricordi.

E poi altre tappe, a Cosenza, a Cetraro, a Frosinone, a Ceccano, a Chieti, a Palagianello, nella Valle dell’Aniene. Nelle tappe ciociare, organizzate da Elisabetta De Marco, gli interventi del Prefetto Piero Cesari hanno significato una presenza istituzionale importante. Assieme al Prefetto, a Ceccano, è intervenuto Luigi Canali, Presidente della commissione Sanità della Regione Lazio, in un’Aula Magna gremita di studenti e di docenti. Canali, politico di grande competenza e saggezza in campo sanitario, ha scaldato la platea insistendo sui valori positivi e sulle cose da fare per il recupero e la cura dei tossicodipendenti, premesso che le prime armi restano quelle dell’informazione e della prevenzione.

Il 18 ottobre 2007 si è tenuta a Roma, al Teatro Capranica, una grande manifestazione dell’Ordine dei Medici Chirurghi Odontoiatri. In quella circostanza, il Presidente Mario Falconi ha fatto distribuire, oltre ai materiali sui temi dell’evento, anche il libro COCAINA CONNECTION, contribuendo così a far conoscere al vasto mondo della professione medica e ai politici massicciamente intervenuti, i contenuti del libro. Un atto, quello di Falconi, di grande coraggio e di amicizia.

Il giorno dopo, 19 ottobre, tutti al Tuma’s Book Bar, il caffè letterario di San Lorenzo a Roma, con i Capocci al completo, con Luigi De Ficchy, Enzo Foschi, Luisa Laurelli, Valentina Grippo, moderatore Giampiero Valenza, giovane giornalista, il più veloce che io conosca per capacità di scrittura sul blackberry. A dare una mano per la buona riuscita della manifestazione, Giusy Cinardi, eterea figura di donna dal fascino ottocentesco, difficile da dimenticare, anche a distanza di tempo.

“No droga, sì party. Giovani e divertimento senza dipendenze”. Con questo slogan, ovviamente mutuato da quello più famoso di George Clooney, COCAINA CONNECTION entra nella Discoteca Bar Bar di via Ovidio a Roma. Tutto merito di Stefano De Lillo, oggi senatore del PdL, già consigliere regionale del Lazio, e del fratello Fabio, consigliere comunale a Roma. Un pieno di giovani e di ragazze, video su www.versosud.eu per chi vuole avere la memoria di quella serata. A occuparsi di tutto, l’ottimo Giuseppe Pistolesi, con il pallino dell’organizzazione.

Alla libreria Fahrenheit 451 di Nettuno, il 26 ottobre 2007, forte partecipazione dei cittadini, essendo calda la vicenda dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Nel corso dell’incontro, promosso da Edoardo Levantini del Coordinamento antimafia di Anzio-Nettuno, portati in emersione i legami tra i traffici di cocaina e gli interessi della ‘ndrangheta, in un territorio dove sono presenti elementi del consesso criminale dei Gallace-Novella.

Sabato 24 novembre 2007, Mario Falconi e Donato Robilotta sono tornati sul tema nella Valle dell’Aniene, presso la sede della Comunità montana, presidente Luciano Romanzi. L’evento, promosso da Mario Innocenzi, Vice-Sindaco di Marano Equo, non ha avuto l’effetto sperato per la concomitante convocazione delle assemblee regionali del PD in tutta Italia, per cui Giuseppe Lumia era impegnato in Sicilia, dove infatti fu eletto proprio quel giorno Presidente regionale del PD. Ma anche nella Valle dell’Aniene abbiamo piantato un seme per la legalità e contro le mafie.

Ma il 3 dicembre 2007, sul tema “Ndrangheta, una realtà sconosciuta e pericolosa”, si fa il pieno all’Università ‘la Sapienza’ a Roma, Facoltà di Giurisprudenza, con Nicola Gratteri e Angela Napoli. Gli organizzatori, Cristian Alicata e Matteo Petrella, hanno avuto la capacità di coinvolgere docenti e studenti, al di là degli schieramenti politici, come dev’essere nella lotta alle mafie. Perché, se è vero che la ‘ndrangheta è bipartisan, per batterla occorre un’alleanza forte tra politici perbene, che, rispetto alla lotta alle mafie, si scrollano di dosso le appartenenze, e si impegnano per fare leggi giuste e per farle rispettare, per compiere azioni di contrasto contro le mafie, escludendo i politici collusi, corrotti, incapaci. Sia quelli perbene, sia quelli che non ci piacciono stanno purtroppo da una parte e dall’altra degli attuali schieramenti di centrodestra, centrosinistra e di centro.

Sulla politica che deve scegliere e agire, altro giro, stavolta dagli studi di GOLD TV e sul satellite, il 12 dicembre 2007. Data emblematica, il 12 dicembre, anniversario della strage di Piazza Fontana a Milano, l’Italia del 12 dicembre. Con Beppe Lumia, Luisa Laurelli, Donato Robilotta e Benito Livigni, conduttore Sergio Di Mambro, emerge forte il tema delle presenze ‘ndranghetiste a Roma, confermate nei mesi successivi da altri episodi, fino all’arresto di latitanti ad Aprilia e a Vicovaro. E l’abusivismo edilizio a Marino? E le infiltrazioni a Lanuvio e nei Castelli Romani?

Non poteva mancare una nuova puntata a Fondi, stavolta all’Auditorium San Domenico, 24 gennaio 2008, anche qui sala piena di docenti e studenti delle scuole superiori. A parlare del libro il senatore Claudio Fazzone, il Prefetto di Latina Bruno Frattasi, l’attuale Presidente del Tribunale di Tivoli Luigi De Ficchy, allora sostituto della Procura Nazionale Antimafia, Francesco De Santis. Presente il Sindaco Luigi Parisella, le Presidi Maria Gina Marino e Anna Maria Masci. Ovviamente, non potevano nemmeno mancare i riferimenti al pesante condizionamento in tutto il Sud Pontino delle presenze mafiose, in particolare ‘ndranghetiste e camorriste. Al momento di andare in stampa, non si sa la decisione del Ministro dell’Interno circa lo scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi per infiltrazioni. Ma chi conosce bene quella realtà sa che infiltrazioni in quel territorio ci sono state, si conoscono anche i soggetti, ma si sa anche che la città di Fondi non è in mano alla criminalità organizzata. Il popolo fondano è laborioso, un popolo di lavoratori, che nulla ha a che spartire con camorristi e ‘ndranghetisti. Al tempo stesso, tuttavia, occorre gridare chiaro e forte che non si può sottovalutare e abbassare la guardia. A Fondi bisognava vigilare prima.

Dalla realtà fondana, incursione nella periferia romana, nel VII Municipio, nella sala della CMB, lungo viale Palmiro Togliatti, il 28 gennaio 2008. Anche lì a parlare di tossicodipendenze e di ‘ndrangheta, con Giuseppe Mariani e Luisa Laurelli, con Don Roberto Sardelli e Mauro Compagnoni, con Francesco De Santis, moderatore Sergio Di Mambro. A organizzare tutto Peppe Mariani e la sorella Antonella, consigliera in quel Municipio. Partecipazione oltre ogni aspettativa, in una sera fredda di gennaio, in una delle zone critiche di Roma per lo spaccio e la prostituzione.

Cetraro è la cittadina del Tirreno cosentino dove s’avverte forte la presenza di una coscienza antimafia, mentre al tempo stesso persiste la presenza della ‘ndrina dei Muto, nonostante gli arresti. E così, il 22 giugno 2008, Cetraro diventa il luogo simbolo di cosa significhi tenere alta la bandiera della legalità. Rispetto a questo evento, conservo un forte ricordo personale, che devo condividere con chi avrà la pazienza di leggere.

Ricordo personale di Cetraro (da www.versosud.eu)

Cetraro, costa tirrenica cosentina. Una località alla quale sono molto affezionato, come del resto a tutto questo territorio che va da Tortora ad Amantea, come alla Calabria, tutta intera, nessuna parte esclusa. Cetraro alle 18 di domenica 22 giugno è battuta dal sole che tramonta sul Tirreno. Dalla piazza-terrazza di Cetraro si potrebbe stare ogni sera a guardare il tramonto sul mare, uno spettacolo unico, che solo da queste parti è possibile ammirare. Caldo micidiale in quella serata. Eppure, senza tanto clamore, senza tanta promozione dal punto di vista mediatico, alle 18 la Sala del Trono si comincia a riempire. Quando parte il filmato amatoriale su Giannino Losardo, solo posti in piedi. Un grande successo per tutti noi, ma soprattutto per il Comune che ha promosso l’evento. Grande affluenza, grande partecipazione, grande attenzione. C’è in noi la duplice esigenza di contenere i tempi degli interventi, ma al tempo stesso di dare messaggi chiari. Da parte mia, anche la volontà di trasmettere la forte emozione che mi assale ogni volta che vengo qui, a Cetraro, per il significato simbolico e concreto che attribuisco a queste iniziative. Vado ovunque in altre parti della Calabria, ma credo che qui si sia realizzata una straordinaria saldatura tra i cittadini perbene che non vogliono il potere ‘ndranghetista e l’Amministrazione comunale. Una saldatura che, se fosse realizzata in altri comuni della nostra amata Calabria, vorrebbe dire che ci saremmo spinti tutti molto avanti nei percorsi per la legalità. Mi colpisce la ricostruzione della vicenda Losardo fatta da Angilica, resto fortemente impressionato dalla nettezza delle parole del Sindaco Giuseppe Aieta, una persona che stimo e che ritengo un amico. Fatica un pò Guaglianone, il giornalista dei due mondi, a farci stare nei tempi, ma ci riusciamo. Sono commosso all’idea stessa che la presentazione di Cocaina connention sia stata inserita nell’ottava edizione del Premio Nazionale Culturale “Giovanni Losardo”, ucciso per la sua integrità morale, per la correttezza dei suoi comportamenti, da lavoratore e da uomo impegnato in politica. Parlo un pò affettato, un pò affrettato, cerco di stare su concetti chave, cerco di non dilungarmi, tento di parlare soprattutto dello stretto legame tra il traffico di cocaina e gli interessi colossali della ‘ndrangheta in Calabria e fuori della Calabria. Ho un ricordo chiaro di una battuta che amo trasmettere ai cittadini di Cetraro: “Sono calabrese, vivo e lavoro a Roma. Non vengo qui a spiegare a voi che cosa è la ‘ndrangheta oggi, perché lo sapete. Sarebbe da parte mia un atto di presunzione. Ci tengo tuttavia a dire che l’iniziativa di oggi è importante per il segnale che lancia alle persone perbene di Cetraro, soprattutto ai giovani e ai boy scout, presenti a questa nostra manifestazione. Si deve andare avanti così e farò del tutto per essere vicino al Sindaco e a tutti voi, da qui a dicembre, quando sarà inaugurato il nuovo Teatro comunale”. Parole semplici, immediate, concrete, dette con la testa e il cuore, perché altre teste e altri cuori entrino in sintonia con questa nostra scelta di pensare e operare per lo sviluppo della Calabria nella legalità, senza scorciatoie. Parole chiare e nette anche quelle di don Ennio Stamile, un prete straordinario, un punto di riferimento per tutti. Non stacco mai gli occhi da Gaetano Bencivinni, seduto tra il pubblico, e che saluto calorosamente ogni volta che ci incontriamo. Mentre parlo, penso all’esperienza di Silvio Aprile, l’ho presente e le parole che dico sono rivolte idealmente anche a lui. Finiamo nei tempi giusti. Scendiamo le scale e siamo tutti sulla piazza, i ragazzi in prima fila, parte il corteo e, in un saliscendi tra gradini e strade, attraversiamo Cetraro. Don Ennio parla con un megafono, si fa sentire. A sorpresa, legge passi del libro Cocaina connection. Proprio alcuni passaggi che riguardano droga e ‘ndrangheta. Il corteo raggiunge di nuovo la piazza. C’è un maxischermo montato per i Mondiali. Alle 22 concerto del gruppo musicale Kalamu. Ci salutiamo, siamo contenti, abbiamo fatto tutti una cosa positiva. Gli unici che non saranno contenti di tutto questo, di tutto questo movimento che non si fermerà, sono gli affiliati alla ‘ndrina di Ciccio Muto. La ‘ndrangheta preferisce che non si parli. Ma ha fatto male i conti. Perché quando una comunità intera si mette in moto, questo è il miglior sostegno e affiancamento che si possa dare a Magistrati e Forze dell’Ordine che quotidianamente lottano con le armi loro proprie contro la criminalità organizzata. Le nostre armi sono diverse, sono le armi delle parole pronunciate e scritte. Parole che segnano una linea di discriminazione netta tra la mentalità ‘ndranghetista e la mentalità del rispetto delle leggi e delle Istituzioni. Malaffare, violenza, assassinii contro legalità, legalità, legalità. Alla distanza vinceremo noi e loro lo sanno, lo temono. E per questo non bisogna indietreggiare con le iniziative. Magistratura e Forze dell’Ordine fanno il loro mestiere e dovere, ma la ‘ndrangheta sarà battuta solo quando a livello popolare sarà isolata e i mafiosi ‘ndranghetisti devono essere colpiti a uno a uno. Nel ricordo di Giovanni Losardo e delle altre vittime delle mafie, credo che le inziative del giugno 2008 rimarranno impresse nella memoria popolare. La mattina c’era stata la Messa nella chiesa matriche di San Benedetto Abate in onore di tutti i caduti per mano delle mafie o da ogni altra forma di violenza. Il giorno prima la visita al cimitero per rendere omaggio alla memoria di Giovanni Losardo nel giorno della ricorrenza dell’attentato avvenuto il 21 giugno 1980. Sono queste le tracce della memoria (o.n.)

Scauri è stata un’altra occasione per parlare di mafie e di radicamenti nel Sud del Lazio. Nell’ambito della Festa del PD, la serata del 5 luglio 2008 è stata dedicata alla presentazione del libro “Pio La Torre. Una storia italiana” di Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca. Interventi di Elvio De Cesare, Presidente regionale Associazione Caponnetto, Francesco Valerio, segretario del PCI negli anni ‘81-’89, Fausto Raciti del Comitato promotore Giovani democratici. Il tutto coordinato da Michele Camerota.

E Minturno è quello che è, in quanto a presenze camorriste e ‘ndranghetiste, come, d’altra parte, avviene in tutta l’area che comprende Formia, Gaeta e Terracina. Il tempo delle parole è finito: in questi territori, gli esponenti mafiosi vanno stanati e colpiti, con un taglio secco ai legami che hanno stabilito con i soggetti locali della politica. Non c’è scelta.

Palagianello è una scoperta abbastanza recente, degli ultimi anni. E’ l’esempio di come possa crescere un gruppo che punta sulla difesa del territorio e del paese, sull’affermazione di principi e valori quali la solidarietà, la moralità, la legalità. “I Guardiani del Borgo Antico” ci hanno abituato a un appuntamento annuale di lotta alle mafie e per la legalità, che sta crescendo. Quest’anno è stato memorabile, sia per le presenze, sia per la qualità degli interventi, sia per la partecipazione massiccia dei cittadini. E così ci siamo trovati lì il 20 luglio 2008 con Nicola Gratteri, Salvatore Borsellino, Aldo Pecora, Emiliano Morrone, Francesco Saverio Alessio, Ferruccio Pinotti, in un evento condotto da Luigi Resta su “L’eredità di Paolo Borsellino”. E anche lì, sul piano della testimonianza e dell’impegno civile, abbiamo dato una bella lezione ai mafiosi ‘ndranghetisti. E ricordo anche di essere stato in quel territorio il 17 dicembre 2007, prima a Castellaneta, poi a Palagianello, in una serata di freddo terrificante, neve sugli Appennini, con l’Italia bloccata. Ma le iniziative le abbiamo tenute lo stesso.

Non è andata così invece a San Felice Circeo, dove l’8 agosto era previsto un evento serale per la presentazione del libro. Il Sindaco e il Presidente del Consiglio comunale, che pure avevano acconsentito all’iniziativa, resisi conto tardivamente che non si sarebbe trattato di una normale serata ‘culturale’, presa conoscenza di qual è il tema trattato nel libro, hanno boicottato la serata. In più, non si sono nemmeno fatti vedere. E, nel giardino di Vigna La Corte, ci siamo ritrovati così Luigi Canali e Domenico Di Resta, Gaetano ed io, mentre siamo riusciti ad avvertire Fazzone e Righetti che ci stavano raggiungendo e abbiamo evitato loro la salita del Circeo. Un episodio brutto, squallido, segnale pessimo per quella comunità. Evidentemente, i due massimi esponenti del Comune non volevano ascoltare che nel territorio del Sud Pontino sono presenti 33 famiglie ‘ndranghetiste che hanno messo le mani su locali e pizzerie del Circeo e dintorni. Chi ha dato le licenze? Chi ha omesso i controlli? Chi non ha fatto il suo dovere di amministratore onesto? Domande che forse non sarebbero emerse tutte quella sera. Sta il fatto che i due del Circeo hanno addirittura temuto la sola idea che si potesse parlare della connection ‘ndranghetista. Ma, nemmeno a farlo apposta, qualche settimana dopo, l’Espresso titolava proprio sulla ‘Circeo connection’. Chi di spada ferisce…

 

www.versosud.eu platea aperta al mondo dell’antimafia

Negli stessi giorni procedeva a Roma l’opera di costruzione del sito www.versosud.eu in una sorta di concitata ricerca di materiali da recuperare da vecchi siti dismessi, da pacchi di carte e di documenti, da memorie disseminate su vari computer. Lo scopo è quello di fornire alle comunità dell’antimafia un’altra piattaforma di confronto e di relazioni, per estendere la rete tra le persone di buona volontà. Essendo io un ignorante informatico, che l’informatica la sa usare se c’è qualcuno che la insegna, per questa impresa mi sono affidato ovviamente a chi ne sa più di me. Pertanto, coloro che stanno dentro VERSO SUD, coloro che già ci conoscono da qualche anno, devono sapere che se il sito esiste è perché Edoardo Poeta e Gaetano Orticelli hanno per giorni progettato e quindi realizzato il sito. Edoardo in particolare gli ha dato la struttura così com’è visibile oggi, sconfiggendo il suo duplice timore che “il sito si sbragasse e, peggio ancora, diventasse liquido”. Il linguaggio informatico-figurato di Edoardo mi affascina, anche se per me era, fino a poco tempo fa, incomprensibile. Anche perché in testa avevo ben altro: Zygmunt Bauman e la sua “Vita Liquida”. Insomma, associazione di pensieri in libertà.

Di mafia liquida parla invece la CPA della precedente legislatura, che a febbraio del 2008 ha prodotto la prima relazione sistematica sulla ‘ndrangheta: un documento essenziale per chi vuole combatterla. Da quella relazione a oggi, di fatti ne sono successi, intanto sul fronte giudiziario e investigativo, perché importati latitanti ‘ndranghetisti sono stati assicurati alla Giustizia, in compagnia di molti politici collusi. Inoltre, perché in Calabria e altrove stanno emergendo le pesanti collusioni mafia-politica-affari-appalti-sanità-lavori pubblici-grandi opere-rifiuti: un calderone dove dentro c’è tutto: pezzi di ‘ndrangheta, pezzi di massoneria, pezzi di politica, pezzi di maggioranza, pezzi di opposizione, che, a ruoli invertiti, in Calabria e a Roma, alla fine riconducono tutti alle stesse matrici delinquenziali. Mafiosi ‘ndranghetisti dall’Aspromonte e dalla Locride sono sbarcati a Roma e a Milano da anni, dove hanno intessuto relazioni con la politica e con l’economia legale e dove hanno messo le proprie radici. Nel libro sono raccontate storie del mercato ortofrutticolo milanese e di altre connection. Ma, non più tardi del mese di ottobre, a Roma, è stato sequestrato il ristorante ‘Alla Rampa’, praticamente a piazza di Spagna, locale in mani ‘ndranghetiste, ‘ndrina Pelle-Vottari, una delle due della strage di Duisburg (l’altra è Nirta-Strangio), casomai qualcuno pensasse che la ‘ndrangheta a Roma fosse solo a Tor Bella Monaca per rifornire lo spaccio di stupefacenti. E invece è anche a due passi dal Parlamento e dai Palazzi della politica.

La sequenza di arresti tra il 2007 e il 2008 è eccezionale. Rincuorante. Vuol dire che Magistratura e Forze dell’Ordine vanno avanti, li stanno mettendo alle strette, anche se, come dice Nicola Gratteri, occorre intervenire adesso per cambiare il codice penale perché  “il rito abbreviato, che è stato fatto per deflazionare i processi, in realtà è una delle cose più sciocche che si siano potute creare nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata”. In questa guerra senza quartiere, Magistratura e Forze dell’Ordine non possono essere lasciate sole: hanno bisogno di finanziamenti, di uomini e mezzi, di moderni sistemi investigativi. Altrimenti, il rischio è che si trovino a combattere ad armi impari contro ‘ndranghetisti capaci di mettere anche le ‘cimici’ proprio negli uffici dove lavora Gratteri, alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Tutto ciò mentre la politica calabrese latita sul piano della legalità. Più che politica, politichetta basata su calcoli e convenienze. Che botta a Cosenza: Giacomo Mancini jr. è passato con il PdL. Ferma restando la libertà nelle scelte individuali, una cosa così, con quel cognome lì, a Cosenza, è quasi una contraddizione in termini. Forse il nonno, il vecchio leone socialista, si sta girando nella tomba.

Sul sito www.versosud.eu è possibile trovare relazioni, informazioni, documenti, agenzie, articoli sulla lotta alle mafie. In questo libro sono stati invece selezionati solo i documenti più significativi e alcuni interventi. Per quanto riguarda la parte che si riferisce alla drammatica situazione dell’Africa, ringrazio Sergio Centanni, che mi ha aiutato nella ricerca della documentazione. Sempre sul sito, sono presenti le ultime vicende di Roberto Saviano, al quale va una solidarietà non formale, ma sostanziale. Saviano ha anche detto che, dopo due anni di vita sotto scorta, è tentato di andare all’estero. Decisione rispettabile. Io invece resto qui, l’idea di andare all’estero mi viene solo per eventuali vacanze. Mi va invece di radicarmi più forte in questo pezzo d’Italia che va da Roma in giù. L’Italia del Sud, più la conosco e più le voglio bene: la vorrei vedere liberata da camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita e mafie siciliane. Non ci penso nemmeno ad andare all’estero. Tanto, dico idealmente a Saviano e a me stesso, se ti vogliono ammazzare, ti vengono a cercare ovunque, a Londra o a Chicago, in Bolivia o in Polinesia.

La decapitazione dei Casalesi è in atto, ma il pericolo di riorganizzazione di questo articolato consesso criminale non va sottovalutato. Anche loro hanno imparato e hanno tentacoli a volte insospettabili fuori dalla Campania, anche se il loro triangolo della morte resta tra Casal di Principe, Castelvolturno e Mondragone,  epicentro dei clan collegati al ceppo di base. Ma anche nella provincia di Caserta c’è chi fa barriera: Libera, il Comitato Don Peppe Diana, tutto il gruppo che si muove attorno a Valerio Taglione.

 

Venditti: “Li dovevano arrestare, ti dovevano guarire”

Ogni genitore che ha un figlio dedito alla droga pensa che prima o poi lo perderà, perché suo figlio ha buttato la vita in un fosso. Ha la morte in casa che gioca a scacchi e sicuramente farà scacco matto. Ma dietro la perdita di una vita, dietro ogni tossicodipendente che cade, dietro ogni tossicodipendente che, prolungando la sua agonia, determina danni enormi a se stesso e alla società, dietro questi fantasmi viventi, c’è l’arricchimento stratosferico delle organizzazioni criminali. La connessione è diretta e la guerra contro le droghe non si vincerà se non sarà combattuta sui due fronti della cura e del recupero dei tossicodipendenti e della lotta senza quartiere al narcotraffico.

Tutto ciò le mafie lo sanno, ma quel che le mafie sanno lo abbiamo capito anche noi che siamo sul fronte opposto rispetto a mafiosi e ‘ndranghetisti. Quelli come me, che hanno tante primavere alle spalle, devono pensare a coloro che invece hanno ancora tante primavere da vivere. E’ questo il senso della vita da recuperare come valore inestimabile, per anziani e giovani, credenti e non credenti.

Un approccio laico è unificante per tutti: c’è chi crede in un Dio, c’è chi crede nell’uomo e nell’umanità. A quelli che non ce la fanno, a quelli che pensano che la droga è più forte di loro, a quelli che hanno smarrito la fiducia in se stessi e pensano che il tunnel sia infinito e senza uscita, preferisco dare forza e comunque speranza, perché invece uscirne si può.

In momenti di forte difficoltà nella mia vita, in momenti in cui davvero non vedevo la luce ed era buio a mezzogiorno, ho tenuto a mente e applicato a me stesso una frase emblematica di Don Luigi Verzé: “Tutto è possibile per chi crede”. (Chieti, 10 maggio 2007).

Mi arriva un SMS da una donna fatale: “A volte i sogni svaniscono all’alba”. Ma un bel sogno può anche essere realizzabile, con l’impegno e con il lavoro. Il 4 novembre, dall’altra parte dell’Oceano, Barack Obama è diventato Presidente degli Stati Uniti d’America. E’ un sogno realizzato che Obama spiega così: “Se ancora c’è qualcuno che dubita che l’America non sia un luogo nel quale tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri è vivo in questa nostra epoca, che ancora mette in dubbio il potere della nostra democrazia, questa notte ha avuto le risposte che cercava”. Tutto è possibile per chi crede.

Ed è la stessa cosa che mi sento di dire oggi, 14 mesi dopo l’uscita della prima edizione. A chi è caduto, dico che la nostra linea è chiara: né repressione, né permissivismo, ma responsabilità. All’ultimo momento ho cambiato la dedica iniziale. La scorsa volta compariva una riflessione importante di Luca Cordero di Montezemolo sul “Mezzogiorno che non può crescere senza la legalità”, un nostro tormentone. Con lo stesso rigore contro il crimine e per la legalità, si sta muovendo Emma Marcegaglia, la prima donna al vertice di Confindustria, mentre in Sicilia, non più tardi del 15 novembre, sono arrivate nuove minacce agli imprenditori di Confindustria-Sicilia, quelli che non pagano il pizzo.

La richiamo la citazione di Montezemolo, ma in testa mi girava da giorni una vecchia canzone di Antonello Venditti, un disperato urlo d’amore per Lilly, una ragazza vittima dell’eroina. “Lilly, li dovevano arrestare, Lilly ti dovevano guarire”. Sta tutto qui il significato di questo libro: senza pietà contro i narcotrafficanti, mafiosi ‘ndranghetisti: vanno colpiti ad uno ad uno; recupero, cura e reinserimento per chi è caduto e ha bisogno di aiuto per rialzarsi. La nostra cultura è questa.(O.N.)

Fondi, 13 novembre 2008