Cocaina Connection (I edizione)

L’IMPERO DELLA ‘NDRANGHETA:
IL TRAFFICO INTERNAZIONALE DI STUPEFACENTI

Il singolo tossicodipendente che, in qualsiasi parte d’Italia, da Bolzano a Lampedusa, acquista una dose di cocaina finanzia la ‘ndrangheta, la mafia calabrese più forte e ramificata a livello internazionale.
Più entra nel giro delle droghe, più la ‘ndrangheta si arricchisce. Le famiglie dei tossicodipendenti è come se vivessero con la ‘ndrangheta in casa , anche se lontano dalla Calabria.
Ecco perché “Cocaina Connection”. Questo libro spiega la stretta connessione tra i mondi delle droghe e i mondi delle mafie. ‘Ndrangheta in Calabria, mafia e stidda in Sicilia, camorra in Campania, sacra corona unita in Puglia. Questa è la dislocazione d’origine delle mafie italiche. Ma sarebbe un errore pensare che le mafie siano attive soltanto nelle regioni del Mezzogiorno. Ormai hanno sconfinato, si sono collegate con le mafie dell’Est europeo e dell’Estremo Oriente. Si sono globalizzate.
Questo libro indica ai tossicodipendenti alcuni percorsi per uscire dalla loro malattia. Chiede alla politica di fare in fondo la sua parte, con scelte e azioni positive per stroncare la criminalità organizzata, condizione di base per il riscatto economico e sociale del Mezzogiorno.
Questo libra svela scenari inquietanti sulla connection tra droghe e mafie. Ma rafforza anche una profonda convinzione di molti di noi, impegnati per la legalità e per lo sviluppo del Sud: “Le mafie sono ancora forti, ma si possono battere”.

Orfeo Notaristefano, “Cocaina Connection” (2007)
Prefazione di Giuseppe Lumia

Edizioni Ponte Sisto

COCAINA CONNECTION
L’impero della ‘ndrangheta: il traffico internazionale di stupefacenti

Prefazione di Giuseppe Lumia
Le mafie moderne sono organizzate come un sistema strutturato su diversi
lati: sociale e comportamentale, economico e finanziario, politico e istituzionale,
militare e violento. La ‘ndrangheta è tra quelle che più ha avuto una
profonda evoluzione in tal senso. Ma le mafie moderne hanno anche un’altra
fondamentale caratteristica: sono un sistema radicato nel locale e aperto
alla globalizzazione. Anche su questa dimensione la ‘ndrangheta ha spiccato
il volo ed è diventata una tra le più potenti organizzazioni mafiose in
Italia e nel mondo.
La cocaina è stata la droga che ha consentito alla mafia calabrese di bruciare
le tappe, di superare l’ormai logora stagione dei sequestri e delle faide
interne e di proiettarsi dentro i grandi settori dell’economia, con un rapporto
devastante e collusivo con le istituzioni. La cocaina per la ‘ndrangheta
è stata come l’eroina per Cosa nostra. La mafia siciliana con la droga,
negli anni ‘70 e ‘80, produsse una tale accumulazione economica e raggiunse
un tale livello di profitti che la portò ad essere una mafia affamata di
relazioni economiche e politiche. Presto fu colpita dal delirio di onnipotenza
al punto tale da organizzare la tragica stagione delle stragi ‘92 - ‘93,
pur di piegare lo Stato e la società ai propri voleri, abbandonando la natura
collusiva che le ha sempre dato un carattere più accomodante e raramente
alternativo. E’ importante pertanto non sottovalutare ancora una
volta l’ascesa dell’ndrangheta nel traffico internazionale di cocaina.
Oggi, la ‘ndrangheta ha rapporti diretti con i grandi narco-trafficanti. E’
riuscita a collocare i propri uomini nei territori colombiani e nei paesi latino
americani limitrofi, prendendosi l’esclusiva per lo smercio di tale sostanza
in Italia e in buona parte dell’Europa. L’approviggionamento di cocaina
è quindi diretto, in cambio i “locali di ‘ndrangheta” garantiscono affidabi-
lità nei pagamenti, capacità organizzativa e soprattutto forniscono ai clan
colombiani il servizio del riciclaggio di quella montagna di denaro che deve
in qualche modo invadere i santuari della finanza e dell’economia legale.
Nella lotta alla ‘ndrangheta è indispensabile avere la consapevolezza del
livello di minaccia che essa oggi costituisce, per aggredirla su più versanti,
e colpirla al cuore della sua capacità di accumulazione di risorse economico
- finanziarie, a partire proprio da traffico di sostanze. Dopo l’omicidio
Fortugno, in Calabria non si può più tergiversare in ritardi e connivenze.
Il libro di Orfeo Notaristefano è un vero e proprio itinerario tematico dentro
il sistema di potere della ‘ndrangheta e del suo rapporto con la cocaina. Nello
stesso tempo, è possibile ritrovare una lettura avanzata, documentata e senza
pregiudizi sull’altro versante della domanda della droga, dove la cocaina si
consuma in quantità senza precedenti, il tossicodipendente si autodistrugge e
la società sempre più convive rovinosamente con le sostanze.
Anche su questo aspetto è importante raccontare e organizzare un’altra
risposta della società italiana e dello Stato. Fino ad ora, la lotta alle droghe
è stato un terreno di scontro, carico di pregiudizi e funzionale alla politica,
nel costruire un rapporto demagogico con i cittadini e strumentale con il
momento delicato del consenso elettorale. Poco sapere e progettualità, molta
approssimazione e cinismo sono i tratti spesso dominanti presenti nel
nostro Paese. Avere in questo libro delle informazioni e un approccio documentato,
ci aiuta a responsabilizzare i giovani, gli operatori, la stessa politica
ad imboccare un’altra strada che eviti le scorciatoie della liberalizzazione
e della repressione. Approcci speculari e spesso entrambi privi di spessore
etico-progettuale. E’ giunto il momento pertanto di riporre le asce di
guerra e di concertare una nuova stagione intelligente della lotta sia all’offerta
di droga, intermediata dalle organizzazioni mafiose, sia alla domanda
di droga, alimentata da società oramai deboli in motivazioni ideali e in
coesione sociale. Orfeo Notaristefano, ancora una volta, sa dare parola e
lucida rappresentazione ad un cammino che il nostro paese tutto deve compiere,
al di là delle divisioni territoriali e di quelle più perniciose della politica.
C’è materiale per cittadini, professionisti del settore e per i rappresentanti
delle Istituzioni per capire e per fare un ottimo lavoro.
Giuseppe Lumia
Vice-Presidente Commissione Parlamentare Antimafia
e componente Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. Oggi Senatore

Introduzione dell’autore
In questo lavoro si sostiene una tesi fondata su due punti fermi:
• La lotta alle tossicodipendenze non significa lotta al tossicodipendente.
• La necessità di rilanciare a un livello più alto e più intensivo la lotta al
traffico internazionale di stupefacenti.
Sul primo punto c’è da dire che il dibattito politico s’infiamma ogni volta
che si discute di metter mano alla legislazione sulle tossicodipendenze.
Spesso accade anche per i fatti di cronaca che implicano il coinvolgimento
della Magistratura: ci si divide tra innocentisti e colpevolisti, garantisti e
giustizialisti. Quando si tocca il tasto delle droghe, in un turbinio di luoghi
comuni, ci si divide tra antiproibizionisti e proibizionisti.
Il fatto importante è che il Governo di Romano Prodi, con i Ministri Paolo
Ferrero e Livia Turco, si sta muovendo nel senso opposto alla precedente
legge, cosiddetta Fini-Giovanardi, compiendo così un atto politico auspicato
in questo lavoro.
Occorre tuttavia sgombrare il campo da ogni equivoco: chi cade nelle droghe
va aiutato, va posto nelle condizioni di essere curato e recuperato, reinserito
nella società. Questo è un cardine della nostra cultura giuridica e della
nostra visione della società. Ma chi, sotto l’effetto di droghe legali o illecite,
commette delitti contro persone o cose va punito e qui si entra nella
giurisprudenza ordinaria. Un delitto è un delitto, un furto è un furto. Un
assassino o un ladro non può invocare attenuanti in virtù della propria tossicodipendenza.
La dipendenza dalle droghe non può essere un attenuante,
caso mai è un aggravante.
Perché a un delitto corrisponde una vittima, perché a un furto corrisponde
un derubato. Sono queste le parti offese dall’azione criminale, anche se
commessa sotto l’effetto di stupefacenti. E i ruoli di vittima e carnefice non
sono scambiabili, perché se ciò accadesse, nell’applicazione delle leggi esistenti,
vorrebbe dire che le vittime sarebbero tali due volte.
Il tossicodipendente va recuperato. Se però non accetta i percorsi di recupero
che gli vengono proposti, entra in un’altra fattispecie, come dimostra
l’esperienza di tutti i giorni. Il tossicodipendente che vuole restare tale, o
che non intende uscirne, o che non ce la fa perché nemmeno ci prova, ha il
destino segnato: è già su un piano inclinato sul quale non può che sprofondare
verso abissi infernali, verso una non-vita, verso meccanismi che lo portano
ad agire contro altre persone, sconfina facilmente nella delinquenza. E
la legge non può che stare dalla parte delle vittime.
In questo lavoro si sostiene pertanto la necessità di un aggiornamento permanente
delle politiche antidroga. Occorre ricerca, occorre innovazione nei
metodi di cura, occorre essere attenti ai mutamenti in atto in questo travagliato
mondo delle tossicodipendenze, perché ai mutamenti devono corrispondere
nuove cure e nuovi approcci. Questo è un punto che conoscono
bene gli operatori dei Ser.T e delle comunità terapeutiche. E’ un punto cruciale,
oggi più di vent’anni fa. Nelle politiche antidroga occorrono scelte e
azioni per potenziare le reti dei Ser.T e delle comunità, magari con i soldi
risparmiati con i tagli agli sprechi o con un pezzetto del cosiddetto ‘tesoretto’,
da impiegare in politiche sociali.
L’altro fronte sul quale lo Stato non può perdere è quello della lotta al narcotraffico,
che pure è portata avanti dalla Magistratura e dalle Forze dell’Ordine.
Ma non basta. La dimensione del narcotraffico è mondiale e gli
interessi sono stratosferici, la regia di questo colossale business mortuario è
saldamente in mano alla ‘ndrangheta, la mafia calabrese che in tutti i sensi
è sconfinata dalla Calabria, estendendo i tentacoli in ogni parte del mondo,
in collegamento con i ‘cartelli’ colombiani e di altre aree ‘critiche’ del Sud
America, con le ‘nuove mafie’ dell’Est europeo e della Cina.
La ‘ndrangheta si consolida nella sua posizione dominante rispetto alle altre
mafie italiche: la mafia siciliana, la stidda (nella zona sud-orientale dell’isola),
la camorra napoletana e campana, la sacra corona unita in Puglia. La
‘ndrangheta è oggi la mafia più potente e ramificata a livello nazionale e
internazionale. Qui sta l’errore fatale compiuto da Roberto Saviano. A lui
va l’indiscusso merito di aver squarciato i veli della camorra o di alcune
camorre e di aver fatto arrivare a un vasto pubblico la conoscenza del feno-
meno camorristico. Ma sia nel romanzo, sia in successivi interventi e scritti
(L’Espresso del 15 marzo 2007), Saviano opera una sopravvalutazione della
camorra che non corrisponde a dati e fatti. L’alto numero di morti
ammazzati di camorra, la violenza camorrista a Napoli, a Scampia, a Secondigliano,
a Casal di Principe è senza dubbio un fatto gravissimo, di grande
e negativo impatto sociale, ma si tratta di guerra per bande, di violenza grave
e intollerabile, ma che non porta la camorra a fare ‘o sistema, come invece
dice Saviano. L’errore porta a una visione distorta dei pesi delle mafie in
Italia. A chi giova quest’errore?
Non certo alla Magistratura e alle Forze dell’Ordine, che sanno invece
come stanno realmente le cose. Non giova ai cittadini, che così rischiano di
capire ancora meno della realtà in cui si trovano a vivere nelle regioni del
Mezzogiorno.
Droga, rifiuti, anche tossici e nocivi, infiltrazioni nella politica e nelle Istituzioni.
In Calabria tutto è ‘ndrangheta, connessa a pezzi di politica e di
massoneria. Per togliersi ogni dubbio si può ripercorrere il libro di Gianfranco
Bonofiglio ‘La città oscura’, che è dell’ottobre 2005 e che dà un’idea
chiara di che cosa sia la ‘ndrangheta oggi, in Calabria e a Cosenza in particolare.
‘Ndrangheta che ha avuto un ruolo perfino nella guerra del Golfo
Persico, come spiega Bonofiglio nel libro: “Basti pensare che i banchieri di
Kuwait city, dopo la guerra del Golfo del 1991, in seguito all’occupazione
di Saddam Hussein dello Stato del Kuwait, richiesero l’intervento di broker
internazionali legati alla ‘ndrangheta per recuperare parte del tesoro del
Kuwait che Saddam Hussein aveva depredato nei circuiti internazionali dei
paradisi fiscali ben conosciuti dagli esperti finanziari internazionali, retribuiti
lautamente dalle famiglie calabresi”. Negli anni ‘80, la ‘ndrangheta
teneva rapporti con i Lupi grigi, quelli dell’attentato al Papa Giovanni Paolo
II, che provvedevano a fornire eroina e cocaina dalla Turchia.
Scrivo una parte di questa introduzione sabato 28 aprile 2007, a Roma, nel
mio solito luogo, il soggiorno trasformato, nella fasi di sviluppo di questo
lavoro, in una specie di redazione, come al solito. La mia qui è solo una presenza
fisica, qui riesco a lavorare, a studiare, a produrre articoli, a pensare
e organizzare iniziative contro le mafie da mettere poi in atto nei territori
controllati dalle mafie. La testa è altrove. Mentre scrivo, l’ANSA sul telefonino
mi informa che Maria Grazia Laganà, vedova di Francesco Fortugno,
ha ricevuto una lettera di minacce, composta con i caratteri ritagliati da cinque
giornali diversi: “Ti controllo. Ora non ti salvi. Non ti illudere. Morte”.
Maria Grazia Laganà è stata eletta alla Camera dei Deputati alle elezioni del
2006 ed è componente la Commissione Parlamentare Antimafia. L’intimidazione
avviene alla vigilia del processo contro il presunto mandante e il gruppo
malavitoso che ha materialmente ammazzato Fortugno il 16 ottobre 2005
a Locri, a Palazzo Nieddu, mentre si tenevano le primarie dell’Unione.
Pochi giorni prima, il 5 aprile, a Cosenza, sempre con lettera, era arrivata la
minaccia a Giacomo Mancini jr., deputato socialista, anch’egli nella Commissione
Antimafia. «Se parli ancora per te sono guai. Conosciamo l’asilo
di tuo figlio». Sul foglio sono tracciate tre strisce con un pennarello rosso.
Il 27 aprile, Piana di Gioia Tauro, attentato contro la cooperativa ‘Valle del
Marro-Libera Terra’, che lavora e dà lavoro ai giovani sui terreni confiscati
ai boss Piromalli e Mammoliti. Don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di
‘Libera’, spiega che la ‘ndrangheta è la mafia più forte in questo momento,
ma lancia il suo messaggio d’impegno e di speranza: «Siamo più forti noi,
la ‘ndrangheta è disorientata». A sentire Don Ciotti, mi viene in mente lo
slogan coniato dall’Associazione ‘VERSO SUD’ nel 2003: “Le mafie sono
ancora forti, ma si possono battere”.
L’importante è non indietreggiare. La giornata della memoria per le 700 vittime
delle mafie si tiene il 21 marzo, primo giorno di primavera, tutti gli
anni: quest’anno, in 30 mila, eravamo tutti a Polistena, poco lontano da
Gioia Tauro. Evidentemente, la ‘ndrangheta non ha gradito.
I trafficanti di droga e di morte erano tra noi. Non c’è manifestazione antimafia
in Calabria dove la ‘ndrangheta non abbia i suoi emissari-controllori:
non fanno nulla, guardano, ti guardano, ti squadrano da capo a piedi per
farti capire che loro controllano tutto e tutti, che il territorio è loro e che
noi siamo intrusi e abusivi.
Questa è la Calabria della ‘ndrangheta, la Calabria che non ci piace. A noi
piace la Calabria che ci ricorda don Ciotti: dal greco ‘kalon-brion’, ‘faccio
sorgere il bene’. A noi piace la Calabria che resiste.
Il 30 aprile 1982 a Palermo fu assassinato Pio La Torre e il suo collaboratore
Rosario Di Salvo. Dirigente sindacale, segretario regionale del PCI,
deputato, La Torre la lotta alla mafia la faceva sul serio ed è diventato un
simbolo. La paternità della prima proposta di legge per la confisca dei beni
ai mafiosi, com’è noto, è di La Torre, assieme a Virginio Rognoni. La mafia
lo ha colpito proprio per questo.
Nel 1982 non esistevano telefonini, internet, televideo. Le notizie andavano
più lente di oggi. Quel 30 aprile ero a Grosseto, al Consiglio di Ammini-
strazione della coop ‘la proletaria’, poi ‘Toscana-Lazio’, adesso ‘Unicoop
Tirreno’. Ci parlò, in piena riunione, dell’omicidio di La Torre l’allora presidente
della coop Sergio Meini, quando vice-presidente era Roberto Conti.
Tra noi l’impressione fu grande, anche se nella tranquilla maremma
toscana la Sicilia ci pareva lontana. Nell’82 avevo 31 anni e di mafia sapevo
poco o nulla. Ma l’assassinio di Pio La Torre mi fece capire che sarei stato
contro le mafie, come infatti avvenne negli anni successivi e come avviene
in quelli attuali. L’impatto con il clima che si viveva a Palermo lo ebbi
nell’85-86, quando nel bunker dell’Ucciardone si celebrava il primo maxiprocesso
a 476 imputati di mafia, ad opera del pool di Palermo e di Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino. Da allora, il mio rapporto con Palermo
non si è mai interrotto, rafforzato da una intensa amicizia, destinata a durare
nel tempo, con il professor Salvatore Amato, presidente dell’Ordine dei
Medici di Palermo.
Venticinque anni dopo, sapere che cocaina e altre droghe hanno portato la
‘ndrangheta anche nelle scuole e nelle case di tutta Italia mi scatena la stessa
rabbia e la stessa ribellione di allora. Con la differenza che adesso so,
adesso li conosco questi assassini, trafficanti, affaristi, mafiosi della peggior
specie. Adesso so il male che hanno fatto alla mia generazione, ai nostri figli
e il male che potranno ancora fare ai nostri nipoti. Vanno fermati.
Il Governo Prodi, è bene ribadirlo, ha imboccato una via opposta a quella
del precedente Governo in tema di lotta alle droghe. Già questo è un fatto
importante. Ma non sarà importante a sufficienza se non saranno scompaginati
i piani delle mafie.
La ‘ndrangheta va posta nelle condizioni di non nuocere. Questo significa
che va battuta. Non ci sono soluzioni intermedie, non è pensabile scendere
a patti, questa è una guerra di lunga durata che già ha lasciato una scia di
sangue di oltre 700 vittime delle mafie, questa è la nostra guerra in tempo
di pace.
Fino a oggi la lotta alle mafie l’hanno fatta pezzi dello Stato, mentre altri pezzi
dello stesso Stato hanno fatto accordi, patti e affari con le mafie. Il fronte
antimafia non è stato sempre compatto, a parte l’associazionismo e il volontariato.
Oltre a ‘Libera’, l’esempio più efficace di associazionismo è la FAI,
Federazione antiracket e antiusura di Tano Grasso, ma esistono tante altre
associazioni e nomi contro le mafie. Questo fronte è ampio, espressione di
culture ed estrazioni diverse, ma è ancora frastagliato: è compatto nelle
intenzioni, meno nelle azioni. Un gap che tutti insieme dobbiamo superare.
Nel 40° Rapporto sullo stato sociale del Paese, quest’anno il Censis afferma
testualmente: “E’ mancata finora la consapevolezza collettiva che quella
delle grandi città del Sud rappresenta una grande questione di livello nazionale,
non un’emergenza di ordine pubblico locale, esattamente come lo è
per la Francia il problema delle banlieues. Secondigliano, i Quartieri Spagnoli,
il Rione Sanità, Bari vecchia, i quartieri Japigia, San Paolo, Lo Zen
sono territori che non meritano minore attenzione dei comuni dell’area
parigina e in più sono inseriti in un contesto che è complessivamente problematico,
dove i fattori di crisi sono molteplici e intrecciati”.
Penso a quel concentrato di mafiosità ‘ndranghetista che è Lamezia Terme,
dove morti ammazzati per le strade, intimidazioni e racket delle estorsioni,
attività illecite coperte con attività lecite sono la normalità, rispetto all’anomalia
di chi parla contro le mafie. Un’anomalia che la ‘normalità’ ‘ndranghetista
non concepisce e non può tollerare.
A settembre 2005 a Lamezia si sono tenute tre giornate di iniziative antimafia.
La sera che fu data un’onorificienza a Rosa Calipari ero lì. Ma prima
di andare via mi sono trattenuto per oltre mezz’ora a parlare con amici dell’antimafia
nello slargo davanti al Teatro Umberto, sede dell’evento. Dopo
i saluti, mi avvio verso la macchina, parcheggiata a pochi isolati di distanza.
Metto in moto e parto. Esco da Lamezia non dalla solita strada, ma facendo
un giro un po’ tortuoso. Arrivo vicino al luogo dove, un anno dopo, verrà
dato alle fiamme il deposito di pneumatici della famiglia Godino, quindi
sono quasi fuori Lamezia. E’ a questo punto che dallo specchietto retrovisore
noto due fari attaccati alla mia auto, abbastanza vicini. S’erano fatte le
ore 21 e lungo la strada che porta verso l’A-3 non c’era traffico. L’auto che
avevo dietro era una BMW nera, credo serie 5. Arrivo allo svincolo dell’A-
3, mi immetto sull’autostrada e accelero, tanto. Vado veloce, ancora più
veloce nell’autostrada semi-deserta. La BMW sempre dietro, quasi incollata.
Allora rallento gradualmente fino a 140 km/ora, poi a 130, poi a 100, poi
a 90, poi a 70. Niente, la BMW non mi supera. E’ sempre dietro, un po’ più
lontana, ma c’è. Accelero di nuovo, vado forte, la BMW sempre dietro.
Esco dall’autostrada e percorro la litoranea, la BMW non mi molla. Ormai
sono arrivato quasi a destinazione, in un punto in cui posso scegliere di
uscire dalla litoranea o proseguire per un altro chilometro. Colpo di scena:
una traversa prima della mia, la BMW improvvisamente gira. Ma quella traversa
non va da nessuna parte, serve solo a fare manovra. Nel punto in cui
mi trovavo non potevo fare inversione a U, potevo solo girare o andare drit-
to. Non avevo scelta e loro lo sapevano. Sapevano dove stavo andando. Il
segnale è chiaro: sappiamo dove sei e in qualsiasi momento ti stiamo addosso.
Non c’è altra spiegazione. Nel loro modo di essere e di fare, questo è un
avvertimento.
Rendo pubblica questa vicenda solo adesso, a circa due anni di distanza. Ma
le tre persone a cui ho riferito, separatamente, l’episodio hanno espresso un
giudizio unanime: “E’ un avvertimento, ti hanno voluto dare un segnale”.
Negli anni ho imparato la lezione di Paolo Borsellino: “La paura è normale
che ci sia, in ogni uomo. L’importante è che sia accompagnata dal coraggio.
Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo
che ti impedisce di andare avanti”. Il problema non è avere o no paura.
In determinate circostanze, occorre essere capaci di controllare la paura.
Molti di noi applicano su se stessi questo insegnamento. Se così non fosse,
nessuno farebbe nulla, perché è chiaro che le mafie fanno paura, confidano
sulla paura e sull’omertà.
Invece, contro la mentalità mafiosa, siamo qui a testimoniare che la lotta
alle droghe vuol dire lotta alle mafie. Perché con il traffico internazionale di
stupefacenti le mafie hanno innalzato il livello della propria potenza economica,
finanziaria, politica e militare. Si sono consolidate e perciò vanno colpite
proprio sul terreno economico e finanziario, vanno colpite nei beni,
vanno intaccati i loro patrimoni.
Vecchie favole tramandate hanno accreditato, soprattutto in Sicilia, l’immagine
della mafia figlia della povertà e del bisogno. La mafia come reazione
alle ingiustizie sociali. Ma si tratta, giustappunto, di credenze popolari.
Ai nostri giorni, la ‘ndrangheta (e, a seguire, le altre mafie) sta lì a dimostrare
il contrario: non è figlia della povertà ma della ricchezza illecitamente
accumulata e nella ricchezza trova gli strumenti per potenziarsi ancora.
A fronte di una ‘ndrangheta sempre più ricca, la Calabria è sempre più
povera. Per anni, la ‘ndrangheta ha voluto così e ovviamente non ha fatto e
non fa nulla perché la Calabria esca dalla condizione di regione più disastrata
d’Italia. Aspetta che sia lo Stato ad avviare politiche per lo sviluppo
del Mezzogiorno, per potersi infiltrare per nuovi affari e nuovi guadagni.
Nella sua mutazione genetica, la ‘ndrangheta del narcotraffico non disdegna
di fare profitti in altri rami di attività. Come una vera e propria holding,
esattamente quella che è diventata. Spiega Luigi Lombardi Satriani, antropologo,
già deputato dell’Ulivo: «La ‘ndrangheta segue la ricchezza, lo sviluppo,
le trasformazioni, non ha bisogno di immobilismo».
Colpire il narcotraffico per colpire le mafie: questa è una priorità della politica
nazionale, europea, mondiale. Perché mondiali sono le reti e gli interessi
delle mafie. L’incessante attività della magistratura e delle forze dell’ordine
ha dato e dà, giorno per giorno, risultati importanti in termini di arresti,
di sequestri, di neutralizzazione delle azioni criminali dei narcotrafficanti.
Ma non basta. E’ la politica che deve legiferare, definire strategie e produrre
atti concreti nella lotta al narcotraffico. Per fare questo, la politica deve
avere le mani libere da eventuali collusioni con ambienti mafiosi. Non deve
avere paura di ostacolare gli interessi dei trafficanti. Deve prevedere ma
non deve temere ritorsioni che narcotrafficanti, ‘ndranghetisti, mafiosi e
camorristi tenteranno di sicuro quando si sentiranno stretti e con la terra
che frana sotto i piedi. Occorre considerare che il testo base delle politiche
antidroga è il DPR n. 309 del 1990, che a sua volta introduceva modifiche
alla legge 685 del 1975. La legge del ‘90 reca i nomi di Rosa Russo Iervolino
e di Giuliano Vassalli, all’epoca Ministri rispettivamente dell’Interno e
della Giustizia.
Una legge fortemente voluta da Bettino Craxi, che lanciò una vera e propria
campagna contro la droga. Bettino Craxi era già stato Presidente del Consiglio
dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Uscito da Palazzo Chigi, tornò a
tempo pieno in via del Corso 476, sede nazionale del PSI, e dall’87 al ‘90
lanciò contro le droghe una lotta senza quartiere. Richiamo questa circostanza
perché il declino di Craxi e del PSI e tutto ciò che avvenne dal ‘92
in poi spesso è stato ricondotto esclusivamente a tangentopoli. Ma io che
ho presenti i tre discorsi tenuti da Craxi alla Camera dei Deputati (3 luglio
1992, 29 aprile 1993, 20 agosto 1993), prima di auto-esiliarsi ad Hammamet,
dove morì il 19 gennaio del 2000, non ho mai pensato che la storia del
socialismo italiano, lunga più di cento anni, potesse essere liquidata come
se fosse solo una storia di tangenti. D’altra parte, in un’intervista recente a
Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere della Sera, Luciano Violante, in
riferimento a Craxi, afferma, tra l’altro: “La mia non è una riabilitazione. E’
una riflessione sul passato. Quando Craxi nel 1993 pronunciò il suo discorso
sul malaffare diffuso e sul finanziamento illecito, io ero in aula. Si
votava l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. La nostra reazione
fu di dire: ‘Ora stiamo parlando di te, non di noi’. Invece sarebbe stato più
utile riprendere il suo ragionamento”. Una frase così fa un certo effetto,
quattordici anni dopo. Violante è persona che stimo. Ho parlato con lui un
paio di volte, ha una stretta di mano calorosa, è un punto di riferimento per
molti di noi, impegnati nell’antimafia. Ma nella stessa intervista ho trovato
bizzarra un’altra affermazione di Violante a proposito del nascente Partito
Democratico: “Dovrebbe avere una dirigenza formata per un terzo da giovani,
un terzo da donne e un terzo da ‘vecchi’. Ai giovani italiani dovremmo
dire quale Paese abbiamo in testa per il futuro, invece di parlargli di
Bettino Craxi. Ai nati nel 1980 che gli importa di Craxi?”. Per una persona
di cultura come Violante, una cosa così va posta nella rubrica ‘Non ci posso
credere’. In base a quel ragionamento, i giovani dovrebbero essere tutti
ignoranti. Se uno che è nato nel 1980 può non sapere nulla di Craxi, potrebbe
anche non sapere nulla di Garibaldi, o di Cavour, o di Giulio Cesare,
tanto sono morti tutti ben prima di Craxi.
La Prima Repubblica crollò sotto il peso di una corruzione che aveva superato
i limiti fisiologici della sopportazione da parte degli imprenditori e di
tutti coloro che, nei diversi settori di attività, erano chiamati a pagare tangenti
per lavorare. Crollò anche perché il sistema politico era vecchio e consunto,
incapace di adeguarsi ai cambiamenti dello scenario internazionale.
Si sono scritti fiumi di inchiostro su questa storia e il contesto di questo
libro non è adatto per un approfondimento sul tema.
Ma un punto va chiarito: proprio a livello internazionale, c’erano almeno
tre motivi per cui faceva comodo fare fuori Craxi per via giudiziaria. Il primo
motivo è da ricercare nell’assunzione, da parte di Craxi, di una posizione
non gradita agli USA sul modo di superare la crisi economica italiana di
quegli anni e il forte dissesto dei conti pubblici. Il secondo motivo è nelle
posizioni autonome di Craxi in politica estera e in particolare nello scacchiere
del Medio Oriente. Il terzo motivo, quello di cui nessuno parla, è
che, al di là della legge Iervolino-Vassalli, fondata sul principio che “è illecito
l’uso di sostanze illecite”, Craxi tracciò una linea netta contro il traffico
internazionale di stupefacenti. Per la prima volta nella storia d’Italia, un
politico di quel calibro parlava senza mezzi termini contro i narcotrafficanti
e i loro complici. Dall’84 all’89, Craxi pronunciò otto discorsi in convegni,
congressi, eventi diversi, tutti incentrati sulla necessità di stroncare il
traffico internazionale di stupefacenti e sulla necessità di una nuova legge
sulle tossicodipendenze. Craxi riferiva che i Presidenti di Paesi sud-americani,
nel descrivere la drammatica situazione del narcotraffico, connesso a
traffico d’armi e guerriglie, sostenevano la sua posizione ferma contro i trafficanti
di morte. Non sono il solo a pensare che, oltre a tutti i motivi su cui
si è scritto e parlato, Craxi abbia pagato anche per questa sua estrema bat-
taglia contro il traffico internazionale di stupefacenti. Il prestigio dell’uomo
era grande in quegli anni. Occorre ricordare che l’8 dicembre 1989 il Segretario
Generale dell’ONU, Perez De Cuellar, lo aveva nominato suo rappresentante
personale per i problemi dell’indebitamento dei Paesi in via di sviluppo.
Il leader socialista presenterà alcuni mesi dopo il suo rapporto, che
costituirà la base della relazione che il Segretario Generale leggerà all’Assemblea
delle Nazioni Unite nel settembre 1990.
Penso che ‘cupole’ di narcotrafficanti internazionali, connessi alle mafie italiche,
abbiano individuato il pericolo di un personaggio come Craxi, che lanciava
una sfida globale proprio contro di loro. E, di connessione in connessione,
dal narcotraffico a pezzi di politica, da pezzi di politica a pezzi di poteri
più o meno forti, viene il legittimo sospetto che quella era la migliore occasione
per trasformare l’ondata di tangentopoli in uno tsunami che, travolto
il leader socialista scomodo, facesse tornare la quiete dopo la tempesta.
Una quiete necessaria perché i grandi giri dei traffici di droga potessero
riprendere come e più di prima, scampato il pericolo di azioni incisive che
sicuramente Craxi avrebbe messo in atto.
Tutto qui, credo che questa sia una pagina non scritta della vicenda politica
e umana del leader socialista. Adesso che Piero Fassino ha posto anche
Bettino Craxi nell’olimpo del Partito Democratico, forse si potrà avviare
una riflessione in più su questo particolare aspetto di quegli anni.
Ho riflettuto molto su questa storia. Essa testimonia che essere contro un
sistema come il narcotraffico e le mafie comporta il pagamento di prezzi
quasi sempre elevati. Altre volte si paga con la vita.
Proprio sulla stretta connessione tra il narcotraffico, lo spaccio e il consumo
è giunta, inaspettata, la presa di posizione di Sergio Chiamparino, sindaco
di Torino, esponente dei Ds, futuro Partito Democratico. Chiamparino
ha posto una questione seria e in termini che spingono a riflettere: «Non
è più possibile restare a guardare mentre un quarto, o forse addirittura un
terzo della popolazione fa uso di droghe. Sono sempre stato antiproibizionista,
ma oggi dico che è ora di cambiare: bisogna affermare il principio che
drogarsi non è lecito, che la nostra società non lo accetta». Chiamparino,
confermato sindaco a maggio del 2006 con il 66,59% dei voti, conosce bene
Torino e che cosa è il ‘Tossic Park’ e ha lanciato la sua proposta di cambiamento
di rotta dalle pagine del Corriere della Sera dell’8 maggio, in un’intervista
a Vera Schiavazzi. Rispetto all’altalena di dichiarazioni pro e contro,
il giorno dopo lo stesso Chiamparino ha precisato meglio la sua posizione:
«Non propongo alcuna forma di vessazione, ma c’è bisogno di cambiare la
legislazione sulla droga, di dare un segnale, perché ormai troppi prendono
stupefacenti per divertimento o per curiosità, senza curarsi degli effetti che
generano. Chi si droga per disperazione - afferma Chiamparino - deve ricevere
un aiuto di tipo sanitario, metadone o qualcos’altro, non si può certo
punire. E se per tante ragioni ci sono sostanze che possono essere legalizzate,
allora se ne renda legale il consumo in modo controllato. Ma è bene
ricordare - continua Chiamparino - che il numero di drogati ‘disperati’ è
in forte calo, mentre il grosso parterre è formato da chi consuma stupefacenti
per divertimento o curiosità, pagando le dosi pochi euro. Ed è giusto
punire queste persone, imponendo loro pene riparatorie. Serve un segnale
pubblico forte e voglio che se ne discuta”. (ANSA, 9 maggio 2007). Il 10
maggio a ‘VivaVoce’, il programma di Giuseppe Cruciani su radio24,
Chiamparino riaffermava questa sua precisazione: niente carcere per i tossicodipendenti,
ma qualche pena riparatoria sì, visto che con il loro drogarsi
commettono un atto contro se stessi e contro la società e comunque costituiscono
un costo, in termini sanitari e sociali, per le strutture che poi devono
assisterli. E’ chiaro che la proposta di riflessione di Chiamparino potrà
essere, o non sarà, compresa nella legge in gestazione sulle tossicodipendenze,
vedremo, ma sul fatto che Chiamparino pone un problema reale non
ci possono essere dubbi.
Ogni genitore che ha un figlio dedito alla droga pensa che prima o poi lo
perderà, perché suo figlio ha buttato la vita in un fosso. Ha la morte in casa
che gioca a scacchi e sicuramente farà scacco matto. Ma dietro la perdita di
una vita, dietro ogni tossicodipendente che cade, dietro ogni tossicodipendente
che, prolungando la sua agonia, determina danni enormi a se stesso e
alla società, dietro questi fantasmi viventi, c’è l’arricchimento stratosferico
delle organizzazioni criminali. La connessione è diretta e la guerra contro le
droghe non si vincerà se non sarà combattuta sui due fronti della cura e del
recupero dei tossicodipendenti e della lotta senza quartiere al narcotraffico.
Tutto ciò le mafie lo sanno, ma quel che le mafie sanno lo abbiamo capito
anche noi che siamo sul fronte opposto rispetto a mafiosi e ‘ndranghetisti.
Quelli come me, che hanno tante primavere alle spalle, devono pensare a
coloro che invece hanno ancora tante primavere da vivere. E’ questo il senso
della vita da recuperare come valore inestimabile, per anziani e giovani,
credenti e non credenti.
Un approccio laico è unificante per tutti: c’è chi crede in un Dio, c’è chi crede
nell’uomo e nell’umanità. A quelli che non ce la fanno, a quelli che pensano
che la droga è più forte di loro, a quelli che hanno smarrito la fiducia
in se stessi e pensano che il tunnel sia infinito e senza uscita, preferisco dare
forza e comunque speranza, perché invece uscirne si può.
In momenti di forte difficoltà nella mia vita, in momenti in cui davvero non
vedevo la luce ed era buio a mezzogiorno, ho tenuto a mente e applicato a
me stesso una frase emblematica di Don Luigi Verzé: «Tutto è possibile per
chi crede» .
Chieti, 10 maggio 2007

(Il libro è stato presentato per la prima volta il 24 luglio 2007-vedi altre sezioni del sito)