STORIA

VERSO SUD è un’idea di ‘nuovo Mezzogiorno’, è un’idea del Sud che vogliamo, libero dalle schiavitù economiche e cul­turali, dalle soggezioni di un passato che non è ancora finito, dai troppi deficit che lo separano dal resto del Paese e dal­l’Europa allargata.

VERSO SUD è al tempo stesso una speran­za e un modo di essere, di pensare, di agire, da meridionali e meridionalisti, formati alla scuola dei grandi pensatori delle nostre terre. Abbiamo la memoria del nostro passato e vivia­mo il presente con il cuore ‘lanciato oltre gli ostacoli’.

Le radici sono la nostra storia, una storia che è delle no­stre genti che l’hanno quasi sempre subita, ma insieme vo­gliamo scrivere una storia al futuro, una storia condivisa, fat­ta di progresso, di democrazia e di pace. VERSO SUD è tut­to questo: conosciamo i nostri limiti nei mezzi e negli stru­menti, ma non abbiamo limiti nella volontà e nella determi­nazione di andare avanti e coinvolgere in scelte ed azioni po­sitive chi come noi crede che “un altro Sud è possibile”.

VER­SO SUD è un’ associazione culturale di volontari: è nata a Ro­ma, ma ha spostato il suo raggio d’azione nelle regioni meri­dionali. L’intuizione iniziale di promuovere eventi sui temi dello sviluppo e dell’ occupazione, del welfare, della sanità e dei servizi resta valida, ma progressivamente l’azione di VER­SO SUD si è andata caratterizzando nella lotta alle mafie, con­vinti come siamo che ‘non c’è sviluppo senza legalità e che non c’è legalità senza sviluppo’. Dal 2001 siamo su questa lunghezza d’onda e vogliamo lavorare insieme alle istituzio­ni. Perché noi crediamo nelle Istituzioni e le vogliamo raffor­zare, le vogliamo accompagnare nei processi di democratiz­zazione, le vogliamo al servizio dei cittadini. La nostra mis­sione è di stare nei territori del Sud per sconfiggere il potere di condizionamento della criminalità organizzata. Mafia, stidda, ‘ndrangheta, camorra, e sacra corona unita sono ne­miche delle istituzioni, dei cittadini e della crescita economi­ca, sociale e culturale del Mezzogiorno. Per tutto questo e contro tutto questo, il nostro motto è: “le mafie sono anco­ra forti, ma si possono battere”.

2008, A DIECI ANNI DA QUELL’IDEA DI VERSO SUD (raccolta di parti del libro “SENZA MAFIE, VERSO SUD Scelte e azioni positive” edito da Rubbettino- Prefazione di Giuseppe Lumia, nota introduttiva di Antonello Canzano, introduzione dell’autore, un breve racconto)

Prefazione di Giuseppe Lumia
Esiste un’ampia bibliografia sul tema della criminalità,
numerose opere che analizzano il fenomeno e numerosi libri
che costituiscono preziosi punti di riferimento per coloro
che sono impegnati nella lotta alle mafie. Il merito di questo
libro è quello di collocarsi tra il saggio e l’opera divulgativa,
rivolta al grande pubblico, rispondendo così alla duplice necessità
di fornire sia un’analisi sulla situazione reale della criminalità
nel nostro Paese e nel Mezzogiorno in particolare,
sia alcune risposte strategiche sul ‘che fare’ da qui ai prossimi
anni per battere i fenomeni mafiosi.
È giunto il momento di riscrivere la lotta alle mafie tra i
punti prioritari della politica, visto che negli ultimi anni si è
verificato un errore fatale di sottovalutazione della densità e
della pericolosità delle mafie, che sono penetrate in gangli vitali
delle istituzioni, rendendo stabile il rapporto tra mafieaffari
e politica. Occorre rilanciare un’iniziativa forte delle
Istituzioni per affrontare con metodi innovativi e con determinazione
la lotta alle mafie, creando una nuova saldatura
con la società che non vuole soccombere ai ricatti e alle intimidazioni
della criminalità organizzata e che, specialmente
nelle regioni del Sud, si attende dalle Istituzioni scelte chiare
ed azioni incisive per sradicare i fenomeni mafiosi.
Istituzioni e società, Forze dell’Ordine e movimenti, associazioni
di volontariato sociale e culturale devono insieme
rilanciare il tema della lotta alle mafie, creando una mobili-
tazione visibile e costruttiva, al pari di come avvenne nella
lotta al terrorismo italiano, che fu vinta anche grazie a questa
saldatura tra Istituzioni e società.
Il pericolo mafioso è sempre in agguato, non solo quando
sceglie strategie stragiste, ma anche quando si inabissa e
opera sotto traccia nel settore degli affari, degli appalti, del
racket, dell’usura o del traffico di stupefacenti e di altre attività
criminali. Per questo è necessario essere sempre vigili e
preparati a contrastare le mafie in ogni terreno di attività, con
la consapevolezza che questa è una guerra di lungo periodo.
Ma per vincerla è necessario raccogliere le migliori risorse
del Paese ed impegnarle in modo progettuale e continuativo.
Questo libro si presta ad una lettura agile. L’auspicio è
che vada anche nelle mani dei giovani e dei ragazzi delle
scuole che possono così formarsi un’idea di quale sia il pericolo
nefasto della presenza delle mafie nelle regioni del Sud.
Un pericolo che va oltre gli aspetti più visibili, quali la violenza
e la morte che le mafie seminano nei territori del Mezzogiorno,
ma che è costituito anche dalle barriere che le mafie
innalzano contro lo sviluppo del Sud. Anche per questi
motivi, questo libro fornisce un contributo alla crescita di
quella cultura della legalità che, a partire dalle scuole, deve
crescere nella società per immaginare e costruire nel Mezzogiorno
lo sviluppo nella legalità. È questo un binomio inscindibile
di cui non si può fare a meno.

Nota introduttiva di Antonello Canzano,
docente di sociologia dei fenomeni politici all’Università di Chieti-Pescara
Dagli anni Settanta in poi in Italia importanti studi e ricerche
hanno dimostrato che la più importante chiave di lettura
per la comprensione dei fenomeni socio-economici territoriali
è la cultura politica.
L’approccio fondato sulla cultura politica permise di gettare
luce su molte delle disfunzioni e dei problemi che, ad
esempio, impedivano al Mezzogiorno d’Italia di eguagliare
gli standard di sviluppo di altre aree italiane ed europee.
E così, dalle pionieristiche ricerche di Edward C. Banfield,
The Moral Basis of a Backward Society, del 1956, e di Gabriel
Almond e Sidney Verba, The Civic Culture: Political Attitude
and Democracy in Five Nations, del 1963, emerse una
cultura politica, per quanto riguarda Banfield, “familista” e
“amorale”, per quanto riguarda Almond e Verba, alienata,
particolaristica e diffidente verso le pubbliche istituzioni.
Il “familismo amorale”, per Banfield, sta a significare
l’incapacità dei cittadini di interagire per il benessere collettivo
o per qualsiasi fine che vada oltre l’interesse immediato
e materiale della propria famiglia. Da questo atteggiamento
deriva una serie di sentimenti, valori, credenze che sono alla
base di comportamenti orientati al perseguimento esclusivo
di benefici individuali, disprezzando ogni forma di accrescimento
del benessere della comunità.
Almond e Verba, analizzando il ruolo dei cittadini all’interno
del processo politico, suggeriscono termini come “pro-
vinciali”, “sudditi”, “partecipanti”, sottolineando come in
aree con culture politiche arretrate e con scarsa propensione
civica prevalgono i ruoli soprattutto “provinciali” e in parte
“sudditi”, cioè quei ruoli caratterizzati da scarsa consapevolezza
del sistema politico, da scarso dovere di esercitarvi influenza,
oppure restano passivi nei loro orientamenti verso la
partecipazione politica.
In anni più recenti, l’approccio della cultura politica è
stato ripreso e riadattato dal fortunato studio di Robert Putnam,
La tradizione civica nelle regioni italiane, del 1993, per
spiegare il rendimento istituzionale delle regioni italiane, rilevando
nelle regioni del sud uno scarso rendimento istituzionale
dovuto alla carenza di virtù civiche e poltiche, che
non ha permesso l’affermarsi di una vera e propria “comunità
civica”.
Non vi è dubbio che, a partire dagli anni Ottanta-Novanta,
molte cose sono cambiate e, gran parte della struttura
sociale descritta da Banfield, come risultante della “marginalità
storica”, si è radicalmente modificata in termini di livelli
di sviluppo e di progresso. Anche in merito ai ruoli dei cittadini
in politica è innegabile che la percezione di influire sul
processo politico e la capacità di partecipazione è notevolmente
aumentata anche per effetto del senso di fiducia nelle
loro possibilità di influenzare gli eventi politici e nazionali.
Infine, il grado di civismo si è indubbiamente incrementato
in termini di partecipazione associativa e di sviluppo del
capitale sociale.
Nonostante tali importanti modificazioni intervenute all’interno
della cultural politica siamo però lontani da quella
piena affermazione di una “comunità civica” in grado, con le
sue “virtù”, di arginare quelle culture che alimentano la persistenza
di “comunità mafiose”, segno che ancora molto resta
da fare sulla strada che conduce allo sviluppo civile fondato
sulla fiducia reciproca tra cittadini, gruppi, istituzioni.
Le stesse politiche pubbliche, affinché rappresentino autenticamente
l’occasione di progresso economico e politico,
necessitano di un accrescimento di cultura politica consensuale
e partecipativa orientata allo sviluppo del civismo, attraverso:
salde istituzioni, attori che operano nel rispetto delle
istituzioni, processi decisionali trasparenti, formulazione
di politiche orientate all’interesse generale, attuazione delle
politiche attraverso rigide verifiche.
Occorre, come efficacemente indicato nel testo, un “cambio
di passo”, che permetta alla società civile di prevalere sulle
“comunità mafiose”, ma ciò potrà avvenire con un cambiamento
che investa in primo luogo la “cultura politica”
sempre più orientata verso una “civiltà delle regole”.

Introduzione dell’autore
Le motivazioni che mi hanno indotto a sviluppare questo
lavoro sono profonde: sul piano personale risalgono probabilmente
all’infanzia; sul piano generale risalgono all’acquisizione,
assieme ad un gruppo esteso di amici, della consapevolezza
che la ‘questione meridionale’ non si risolverà mai
se non saranno sconfitte le mafie.
Le motivazioni personali sono quelle che spingono a trovare
risposte alla domanda di fondo: “che fare per”: per far
uscire il Sud dall’arretratezza economica, per agganciare il
Sud al treno dell’Europa, anche in vista del 2010, quando i
Paesi del Mediterraneo diventeranno Area di libero scambio.
Quelli come me, che sono nati sulla costa tirrenica cosentina,
l’idea e l’immagine del treno se la portano dentro
per tutta la vita. Quella ferrovia costeggia il mare e lo divide
dalle montagne: quando torniamo lì, tra Paola ed Amantea,
a noi il rumore del treno non ci sveglia la notte: siamo abituati,
anche se manchiamo da anni. E nella notte, in quel
tratto di costa, lo sferragliare del treno rompe per pochi
istanti lo sciabordio delle onde. Alla mente torna un bel film
di Mimmo Calopresti, Preferisco il rumore del mare. E “il treno
che viene dal Sud non porta soltanto Marie”, cantava Bruno
Lauzi.
Molti di noi sono stati sradicati da lì per andare a cercare
qualcosa in più altrove. Ma l’idea del ritorno è presente,
magari per gli ultimi anni della vita. In chi scrive l’idea è sem-
pre stata di fare, per questa terra, qualcosa che resti, ed ho
cominciato a farla. Anche con questo lavoro.
Nel primo capitolo si individua la necessità di una nuova
fase delle politiche pubbliche nel Mezzogiorno, visto come
sono andate le cose fino ad oggi.
Nel secondo capitolo si concentra l’attenzione sulle dinamiche
economiche e sul deficit di infrastrutture che hanno
allargato il divario tra il Centro-Nord e il Sud del Paese.
Nel terzo capitolo si guarda allo scenario politico-istituzionale,
che da un lato richiede politiche di coesione e dall’altro
è caratterizzato da spinte in senso federalista, che al
Sud sono percepite più come rischio che come opportunità.
Tutto questo in una situazione nella quale le mafie continuano
a zavorrare l’economia del Sud, mentre il deficit di manager
nelle regioni meridionali costituisce un problema aggiunto
agli altri problemi più antichi.
Nel quarto capitolo si fa un punto sulle politiche per il
sociale da cui derivano gli interventi per la sicurezza dei cittadini.
Nel quinto capitolo si compie un’analisi del potere di
controllo delle mafie sui territori delle regioni del Sud, ripercorrendo
alcuni eventi che hanno caratterizzato l’eterna
lotta tra il bene e il male, dove le mafie sono inequivocabilmente
individuate come il ‘male assoluto’ per il Sud.
Nel sesto capitolo, che è il cuore di questo lavoro, si tenta
di indicare quale deve essere il ‘cambio di passo’ nella lotta
alle mafie, vale a dire quali devono essere le scelte e le azioni
positive per sconfiggere un fenomeno esteso, costante e radicato,
per cui al Sud è errato parlare di emergenza criminalità,
perché ormai le mafie esercitano, con modalità diverse
rispetto al passato, azioni di penetrazione nella società e nelle
Istituzioni che nulla hanno a che vedere con l’emergenza
di particolari momenti, essendo le loro azioni caratterizzate
dalla costanza e dalla continuità. Altro che emergenza. Noi,
comunque, sappiamo che “le mafie sono ancora forti, ma si
possono battere”, a patto che si imprima, a livello di Istitu-
zioni centrali e periferiche, un reale e visibile ‘cambio di passo’
nella lotta alla criminalità organizzata.
Nel settimo capitolo si racconta la singolare ‘avventura’
di VERSO SUD, che avrà altri sviluppi. Pertanto è allegato a
questo lavoro il dépliant di VERSO SUD.
Vale la pena ricordare che negli ultimi anni e mesi le Forze
dell’Ordine e, in particolare, il ROS dei Carabinieri hanno
compiuto brillanti operazioni contro cosche del Reggino e
della Locride, ma anche contro altre ‘ndrine calabresi. Così
in Sicilia. Alle Forze dell’Ordine va tutto il plauso per aver
assicurato alla Giustizia pericolosi latitanti e manovali del
crimine. L’azione repressiva è irrinunciabile in aree ad altra
densità mafiosa. Ma questa è una guerra di lungo periodo:
occorre gettare oggi le basi per raccogliere domani risultati
importanti nella società, puntando decisamente sui giovani:
presso di loro occorre promuovere azioni di radicamento ed
estensione della cultura della legalità, perché le nuove generazioni
abbiano un futuro libero dalle mafie. E lo Stato non
deve avere ‘cadute di tensione’ che oggettivamente favorirebbero
le cosche.
Spero che emerga da queste pagine qualche idea chiara
su cosa ci sia da fare su questo terreno minato della lotta alla
criminalità. Spero che si colga tutta la drammaticità della
condizione di alcuni territori delle regioni meridionali, ma
anche la speranza che cambiare si può.
C’è una Calabria che non si rassegna alla presenza della
‘ndrangheta. C’è una Sicilia che ha reagito all’ondata delle
stragi di mafia degli anni Ottanta e Novanta. C’è una Puglia
che è dinamica e produttiva e non vuole avere a che fare con
la sacra corona unita. C’è la Campania (e Napoli) che sta costruendo
percorsi di crescita economica e di legalità, nonostante
le guerre di camorra e i morti ammazzati della ‘bassa
camorra’. Anche queste quattro regioni sono Italia da agganciare
all’Europa allargata ad Est. Non deve più esistere
una linea di confine che passa per Cassino e spezza l’Italia in
due. L’Italia non può crescere a prescindere dal Sud. È un
concetto deviante pensare ad un Federalismo egoista che dà
di più alle regioni che già hanno di più e dà di meno a quelle
che già hanno di meno. “W l’Italia, l’Italia tutta intera”
(Francesco De Gregori), pensano gli uomini di buona volontà
di Napoli, Cosenza, Bari e Palermo. La Palermo che ci
piace è quella che è ripetutamente scesa in piazza contro la
mafia, per lo sviluppo, per la legalità. È la Palermo prevalente,
con una maggioranza trasversale ai partiti, è la Palermo
che ha ripreso a vivere, dopo il coprifuoco mafioso degli anni
Ottanta, quando si aveva paura di uscire la sera. Un inferno
che è stato ampiamente descritto in libri e giornali. E, parafrasando
Marianna Ucrìa (ma questa è un’altra storia del
1600-1700), dove si racconta di come zia Manina descriveva
l’inferno, parlando oggi degli anni bui di Palermo, fino al primo
grande maxiprocesso dell’86, potremmo immaginare un
dialogo così concepito tra il sottoscritto e un interlocutore,
magari del Nord:
- “Ho conosciuto l’inferno e so cos’è”.
- “Cos’è l’inferno?”
- “L’inferno è una Palermo senza le pasticcerie”.
Il pensiero corre all’Addaura, a Cinisi, a Capaci, a via
D’Amelio, a Falcone e Borsellino, a Francesca Morvillo, alle
scorte, a Dalla Chiesa, a Terranova, a Piersanti Mattarella, a
Pio La Torre, ai tanti, ai troppi morti ammazzati per mano
mafiosa. E poi a Reggio Calabria, a Crotone, a Lamezia Terme,
a Cosenza, a Bari, a Napoli. A questi ‘pezzi’ d’Italia che
a quell’Italia tutta intera hanno dato molto, braccia e cervelli,
ricevendo in cambio poco, molto poco, da uno Stato presente,
a volte, solo con le Forze dell’Ordine. E più niente. Altro
che Welfare. Pure “Cristo si è fermato a Eboli”.
Per tutto questo, l’idea del ritorno si fa più forte. Tornare
per fare. Impegnarsi al Sud per il Sud. E gestire il ‘frattempo’
con un pendolarismo sempre più frequente tra la Capitale
e Cosenza, Paola, Amantea, Lamezia Terme, Palermo,
a costo di rischiare, cacciarsi nei guai, mettere in gioco la propria
vita. Perché questo movimento di cultura e di civiltà,
questa eterna lotta per la giustizia e per la legalità ha bisogno
di teste e di braccia per andare avanti.
I ritorni. Uscendo una mattina presto in macchina sulla
superstrada all’altezza di Amantea, mi è capitata una combinazione
fortuita davvero curiosa: cinque mezzi di trasporto
si muovevano contemporaneamente: sul ciglio della strada
un piccolo carretto era trainato da un mulo, guidato per la
capezza dal suo padrone; le automobili percorrevano la superstrada;
sulla ferrovia transitava il treno; sul mare si distingueva
una nave ed un aereo volava basso per andare ad
atterrare a Lamezia. E il mio tornare qui diventa sempre la
sintesi del mio mondo globale, fatto di lavoro, di lavori, di affetti,
di relazioni in ambiti estesi. Ma questo è l’unico posto
dove, tornando, riesco a fare ma anche a pensare e vedere come
in un film, a volte accelerato, a volte rallentato, ‘pezzi’ di
vita mia e degli altri, ‘pezzi’ di mondo, ‘pezzi’ di storie e di
storia, di ricordi, di immaginazione: questo è l’unico posto
dove riesco a percepire il presente come incontro tra passato
e futuro, senza divaricazioni, senza traumi, senza sofferenza.
E penso: l’opportunismo, mascherato da stagnante prudenza
e saggezza, consiglierebbe di farsi i fatti propri, di restare
lontano dai territori controllati dalle cosche. C’è chi, sicuramente
in buona fede, mi dice:
- “Resta lì dove sei, resta a Roma, a Milano, ovunque.
Non ti manca nulla, stai lontano da qui, dove si continua a
soffrire e, a volte, a morire”.
- “Preferisco il rumore del mare”.

Dedica
Che ne sai di un bambino che rubava,
e soltanto nel buio giocava,
e del sole che trafigge i solai, che ne sai.
E di un mondo tutto chiuso in una via,
e di un cinema di periferia,
che ne sai della nostra ferrovia, che ne sai.
Conosci me, la mia lealtà,
tu sai che oggi morirei per onestà.
(Lucio Battisti, Giulio Rapetti [Mogol]
Pensieri e parole, 1971)

* Dal libro “SENZA MAFIE. VERSO SUD. Scelte e azioni positive”, le parti salienti dell’ultimo capitolo, il settimo, dove si racconta, in maniera leggera, la storia di un’idea. Può esistere la storia di un’idea? Ripercorrendo gli ultimi nove anni, mi viene da dire “evidentemente si”.
Capitolo settimo
VERSO SUD
(Un breve racconto)
Questa espressione è nata ragionando su un tavolo di
un’antica trattoria al centro di Roma, a due passi dal Senato
della Repubblica, vicino al Pantheon. Quelle trattorie dove si
apparecchiano i tavoli ancora con i fogli di carta. A volte, parlando,
viene voglia di scrivere su quei fogli bianchi, scarabocchiare,
magari per fissare un’idea. Può succedere. A me succedeva
regolarmente a San Lorenzo, in quelle pizzerie che,
negli anni Settanta, apparecchiavano tutte con i fogli di carta.
Resiste a questa tradizione la trattoria ‘dei camionisti’, a Ponte
Galeria, dall’altra parte del mondo, da qualsiasi parte del
mondo si provenga. Uno di quei posti dove ci devi andare di
proposito. E di proposito a Ponte Galeria ci vado di venerdì
pomeriggio, a volte: vado a trovare un fratello acquisito, Franco
Piergentili, che ha un capannone di pneumatici. Fa il gommista
ma ha il pallino della politica e ne parla con conoscenza,
coscienza e competenza. È di sinistra, ma così di sinistra…
Mica solo Nanni Moretti può inventarsi “il pasticcere trotzkista
degli anni Cinquanta”. Io ho il gommista di sinistra, ma le
convergenze le fa bene, le macchine vanno dritte.
Ebbene, nella primavera del ‘98, si ragionava in quella
trattoria dietro al Senato di un convegno di ‘Sanità nel Mezzogiorno’,
che poi si fece a giugno di quell’anno a Manfredonia,
in provincia di Foggia. Un evento realizzato dal sottoscritto,
insieme ad altri amici, e che ruotava attorno ad un
personaggio pubblico a cui ho voluto bene. Rimasi legato a
lui fino all’anno successivo, giugno ‘99, quando, sempre con
la stessa organizzazione, ripetemmo l’evento, in maniera più
consistente, a Mattinata sul Gargano. Poi questo personaggio
sparì dalla mia vita, inspiegabilmente. Non rispose nemmeno
ad una mia lettera circostanziata con la quale gli chiedevo
di dirmi se per caso fosse successo qualcosa, in altre parole,
i motivi di quella sparizione. Fu per me una brutta delusione,
di quelle storie incomprensibili, anche perché non
riuscivo, e ancora oggi non riesco, a capire che cosa avessi
mai fatto io di così grave per meritare un tale comportamento.
Per decenza, non svelo l’identità di questa persona. Spero
però che legga queste righe e capisca che da parte mia non
c’è stato nulla, in termini di pensieri e di comportamenti, che
potesse in qualche modo andare contro di lui. Credo, tuttavia,
che tra noi si siano frapposte persone ad alto livello di
negatività, che hanno scavato un fossato per dividerci e ci sono
riuscite. Non si finisce mai di imparare: me lo avessero
detto che sarebbe finita così, non ci avrei creduto.

VII.a - Scrivendo su fogli bianchi di trattoria
Sta il fatto che in quella trattoria, ragionando ragionando,
ci venne l’idea di contornare l’evento di Manfredonia con
qualcosa di nuovo, qualcosa che fosse al di fuori dell’istituzione
che il mio amico, divenuto ‘ex’ solo per parte sua, rappresentava
e al di fuori dell’azienda farmaceutica che sponsorizzava
l’evento. Fui come colpito da un’immaginazione
indistinta, di quelle che ti fanno prefigurare un qualcosa che
non capisci bene, ma che capisci che c’è: la percepisci, sai che
può essere un’idea che avrà un futuro. Sulla tovaglia di carta
bianca scrissi: ‘VERSO SUD’, così com’è adesso, tutto maiuscolo,
e spiegai che questa espressione indicava una direzionalità,
un verso di marcia, un’idea di dove volevamo andare,
prima con un convegno sulla ‘Sanità nel Mezzogiorno’, poi
per fare altre cose, chissà. Chissà, comunque ‘VERSO SUD’.
L’idea piacque, e piano piano l’idea andò avanti, fu accettata
da altri interlocutori di quel momento. Divenne la
scritta fissa da apporre anche ad altri eventi, compreso quello
dell’anno dopo, a Mattinata, che era il più importante.
Quel gruppo di lavoro composito, formatosi per quelle
circostanze, si sfasciò subito dopo, ad opera di chi voleva solo
‘scippare’ l’idea di ‘VERSO SUD’ e scaricarmi senza tanti
complimenti. Ottobre del ‘99 fu un mese terribile, non solo
per questo, ma anche per altri eventi negativi che si abbatterono
sulla mia strada.

VII.b - Dal male a volte può nascere il bene, ma è raro
Ma reagii. Avevo ben chiaro in me che non dovevo permettere
quello scippo, perché tanto gli scippatori, totalizzato
il risultato, non avrebbero fatto nulla né per il Mezzogiorno,
né per la Sanità nel Mezzogiorno, né per costruire la rete,
né sul terreno dell’impegno civile e della costruzione di
un’ipotesi di lavoro. Figuriamoci: non avevano la tensione
ideale che deve sorreggere un’idea di questo genere. E poi,
non erano né meridionali, né meridionalisti.
Di necessità a volte si fa virtù. Mi sono consultato drammaticamente
con i miei amici di sempre, mie persone di riferimento
non solo nella professione, ma nella vita. Abbiamo
ragionato, abbiamo studiato come uscirne con una soluzione
che fosse definitiva, che non desse spazio agli scippatori,
i quali avrebbero anche potuto fare qualcosa dell’idea ‘VERSO
SUD’, ma lo avrebbero fatto in maniera abusiva, come infatti
è avvenuto. Il giro di consultazioni è durato poco. La soluzione
l’abbiamo trovata in poco tempo: costituire un’Associazione
culturale ‘VERSO SUD’, con tanto di soci fondatori
ed onorari. I nomi sono all’incirca quelli di adesso, con
qualche naturale defezione, come avviene regolarmente in
queste vicende, e con molti nomi aggiunti, che si sono uniti
a noi lungo la strada. Insomma, una singolare avventura.
Il 17 novembre del 1999 a Roma era brutto tempo e pioveva.
Andai da solo all’Ufficio del Registro e, pagando le
tasse dovute, ebbi la soddisfazione di registrare l’Associazione
socio-culturale ‘VERSO SUD’, con il suo bell’elenco
di soci fondatori e soci onorari. Timbri, firme, la pratica burocratica
era a posto. ‘VERSO SUD’ era nata, adesso aveva
il suo nome e il suo logo registrati. Chiunque, al di fuori di
noi, avrebbe potuto usare qualcosa di analogo, ma non
uguale a noi. E se qualcuno si fosse presentato a registrare
un suo ‘VERSO SUD’ non avrebbe potuto farlo, perché già
esisteva il nostro ‘VERSO SUD’: per lo Stato, ‘VERSO SUD’
eravamo solo noi.
In questa fase furono determinanti due persone: Claudio
Pernazza e Ernani Rosa. Il primo si occupò di mandare a
buon fine la pratica burocratica, operandosi anche per un
appuntamento all’Ufficio del Registro, dove ci fu spiegato il
da farsi. E lo facemmo entro il 17 novembre. Il secondo mi
fornì lo Statuto-tipo delle Associazioni culturali, avendone
lui stesso fondata una, ‘Fiano Futura’. Uno Statuto sul quale
modulai quello di ‘VERSO SUD’. Come al solito, ho lavorato
molto e non c’è cosa peggiore dei cretini che, quando hanno
visto i primi dépliant di ‘VERSO SUD’ si sono meravigliati,
come se il tutto fosse nato per caso o caduto dal cielo. È proprio
vero che i cretini fanno ‘bo’, mentre i bambini fanno
‘oh’. Ed io preferisco l’oh dei bambini (Povia).

VII.c - La capacità di fare ‘rete’
No, nulla è caduto dal cielo. È stato frutto di lavoro duro
e concitato in quei giorni, di corsa contro il tempo. Ma,
passata la boa del 17 novembre, avevo la percezione, anche
se non proprio precisa, che la rete aveva funzionato, che
‘VERSO SUD’ aveva le potenzialità per diventare un network,
un punto di riferimento per quanti potevano condividere i
nostri obiettivi.
Fu, da quel momento, un susseguirsi di eventi. L’11 dicembre
‘99, a Palermo, primo convegno su ‘Medici e Magistrati’,
organizzato dall’Ordine dei Medici, a cui partecipai,
come in tutte le cose palermitane che riguardavano questi argomenti.
All’Astoria Palace Hotel, in via Monte Pellegrino,
andò tutto bene, innanzitutto perché un tema come quello
era la prima volta che si organizzava con una rilevanza nazionale
e con personaggi di primo piano del mondo medico,
ordinistico ed accademico, del mondo della Magistratura,
del mondo della Politica, non a caso scritta qui con la ‘P’
maiuscola. Come dire, fu quella l’occasione nella quale
‘VERSO SUD’ si presentò per la prima volta con i suoi primi
dépliant, con il suo Statuto ancora fresco di scrittura e fu
quella la circostanza in cui si allungò subito la lista dei soci
onorari. Con Beppe Lumia si è sviluppato da allora un
rapporto di forte intesa e di vera amicizia. Sul tema della lotta
alle mafie, è lui il nostro punto di riferimento e di lui si parla
ripetutamente in questo libro.
Intanto si andava costruendo la rete attorno a ‘VERSO
SUD’, una rete fatta soprattutto di professionisti in diversi
campi di attività, con intersecazioni interessanti con ambienti
della politica, del mondo imprenditoriale e sindacale, di altre
associazioni culturali, di gruppi del volontariato e di
gruppi di impegno civile in città del Mezzogiorno. Intanto si
andava a creare un circuito di persone di riferimento per le
quali ‘VERSO SUD’ è stata l’occasione di incontro e di frequentazioni,
il luogo, talvolta fisico, talvolta ideale, nel quale
alcuni mondi si sono conosciuti, altrimenti non avrebbero
comunicato tra loro.
Ci ha accompagnato in questi anni proprio questa consapevolezza
di essere riusciti a fare rete, altre volte a fare
squadra, altre volte ancora a fare iniziative e creare movimento
di persone e di opinioni. Percorsi, si dirà. Certo, percorsi
che, al di fuori di ‘VERSO SUD’, forse sarebbe stato più
difficile conoscere e mettere in atto. La rete della solidarietà
tra le nostre persone di riferimento è sempre attiva, è una rete
a cui si ha piacere di partecipare, fatta di persone ognuna
delle quali porta con sé il proprio peso specifico, la propria
professionalità, il proprio impegno nei diversi campi di attività,
la propria disponibilità. Una rete fatta di quelle persone
che non possono che essere ‘perbene’, altrimenti non parlerebbero
nemmeno tra loro. Noi siamo di quelli che stiamo
sempre insieme, anche a diverse latitudini e distanze. Siamo
di quelli con i telefonini sempre accesi, ben radicati nelle
proprie opinioni, professioni, ambienti, ma mai chiusi a scoprire
altri mondi, altre realtà, altre dimensioni. Forse siamo
anche di quelli che un po’ “non si sa mai”. E se così non fosse,
che noia.
Salto a piè pari la convegnistica, che pure c’è stata, ma alcuni
eventi meriterebbero un capitolo a parte e questo appesantirebbe
lo sviluppo di questo lavoro. Convegni e non
solo, anche iniziative sui ‘territori’ controllati dalle mafie, fatte
o in prima persona o partecipando per adesione. Il fatto è
che ci siamo. C’è un sito faticosamente in costruzione
(www.versosud.org e www.versosud.net), aumentano i contatti
con persone di buona volontà che hanno la nostra stessa
visione della ‘questione meridionale’ del Terzo Millennio,
che vogliono fare cose. Anche noi vogliamo fare cose, prima
di tutto dobbiamo fare noi un cambio di passo, come quello
che occorre nella lotta alle mafie.
Ho un sogno: ‘VERSO SUD’ che si radica in alcuni territori
delle regioni meridionali, che raccoglie attorno a sé altre
persone, altre teste pensanti, altre persone ‘perbene’, capaci
di portare avanti l’idea, iniziative, maggiore incisività in
realtà difficili. Gente ‘perbene’ che magari possa riuscire meglio
di noi, meglio di quel tanto o di quel po’ che abbiamo
fatto fino ad oggi. Gente ‘perbene’, soprattutto giovani che
sappiano portare dentro ‘VERSO SUD’ anche quella specificità
dei territori che a noi può sfuggire. Che impari da noi a
fare ‘rete’ e sappia estendere poi la ‘rete’ oltre confini che
adesso non riusciamo ad immaginare.

VII.d - Mezzogiorno come ‘società aperta’
‘VERSO SUD’ è uno spazio aperto a tutto questo, perché
per il nostro Mezzogiorno noi immaginiamo una ‘società
aperta’, anche scomodando Karl Popper, che, siamo sicuri,
sarebbe contento. ‘VERSO SUD’ è chiuso solo alle mafie.
‘VERSO SUD’ è un’idea di Mezzogiorno, un’idea che si
evolve grazie all’apporto di tutti coloro che vorranno dare il
proprio contributo. Coloro che pensano, come noi, che occorre
fare le cose per il Sud stando sui territori del Sud. Le
‘uscite di sicurezza’ individuali, tipiche degli anni Cinquanta
e Sessanta, quelle di chi vedeva un futuro solo nella fuga dal
Sud, hanno fatto il loro tempo e lasciano un forte senso di malinconia.
Occorre ricordare per non ripetere gli errori del
passato. Correva l’anno 1954 quando Alfredo diceva drammaticamente
al giovane Totò, nell’immaginaria stazione di
Giancaldo, “vattene, non tornare più qui”. E Totò, diventato
dottore e uomo affermato a Roma, sta lontano dal paese
della Sicilia per trent’anni. Ritorna solo per i funerali del suo
amico Alfredo, l’operatore del cinematografo del paese, rimasto
cieco per un incendio delle pellicole che distrugge l’edificio,
su cui poi nasce Nuovo Cinema Paradiso. Ci piace ricordare
il capolavoro di Giuseppe Tornatore, un film che a
molti di noi ha fatto scorrere una lacrima sul viso, che purtroppo
non era ‘un miracolo d’amore’, come nel ‘64 cantava
Bobby Solo. Per noi era la lacerazione del rapporto con la nostra
terra, che oggi come allora, l’abbiamo finalmente capito,
ha bisogno di ‘cervelli che ritornano’ e non che fuggono.
Ma basta scriverne adesso, è sufficiente leggere il dépliant
di ‘VERSO SUD’ per capire qual è la spinta che ci muove.
Il libro è finito, almeno per la parte scritta. Mancano i
dettagli, che concorderò con l’editore come collocare, ma
anche quelli sono già scritti. Il libro è finito, anche perché alcuni
eventi di cui tratta potrebbero subire delle accelerazioni
nei prossimi mesi, e quindi non sarebbe più attuale così
come si presenta oggi. Eventi che, ovviamente, continueremo
a seguire.
Queste ultime righe le scrivo di domenica pomeriggio a
Roma. Manca ancora una settimana per ‘scendere’ di nuovo
in Calabria, come diciamo noi calabresi da sempre, da prima
che esistesse ‘VERSO SUD’. È passato quasi un mese dall’ultima
volta, un po’ più del solito. L’impegno continua.
Nell’estate del 2005, bizzarra non solo dal punto di vista
meteorologico, si parla di ‘VERSO SUD’ anche senza di noi.
Il Ministero dell’Interno lancia una campagna itinerante per
la legalità e, in maniera evidente, copia letteralmente il nostro
dépliant, dando all’iniziativa il nome ‘VERSO SUD’. È
copiato maldestramente anche il nostro logo, con una freccia
in giù e l’altra a destra (chissà perché a destra! In omaggio
all’attuale maggioranza di governo? Mistero). Questo
non è l’unico tentativo di scopiazzamento, ve ne sono anche
altri via internet. C’è chi mi ha suggerito di adire alle vie legali.
Fino ad oggi non l’abbiamo fatto. Capiterà, prima o poi,
di impattare con i responsabili del Ministero dell’Interno,
autori dello scopiazzamento. E poi, vuol dire che l’idea è piaciuta,
e su questo non abbiamo dubbi. Un’idea che non piace
non si imita e i tentativi ripetuti di imitazione ci rafforzano
nella convinzione che ci abbiamo visto giusto. È fuori da
questo discorso, nella strampalata estate del 2005, la bella
canzone dei Negrita Rotolando Verso Sud. Almeno hanno
avuto la decenza di scrivere alto e basso, lasciando a noi la
primogenitura del tutto maiuscolo. Ai Negrita proponiamo
che, se vogliono ancora rotolare verso sud, assumano tra i loro
temi anche i nostri, magari creando una sinergia tra la loro
musica e l’apporto che potremmo fornire in termini di
esperienza sulle questioni del Mezzogiorno.
Il soggiorno dove lavoro, e dove ho dato la stesura finale
a questo libro, è come la redazione di un giornale. Ho carte
e libri dappertutto, anche nell’era di internet. Ci sono cose
che possono essere viste, e tenute, solo su carta. Da questo
punto di vista, sono un inguaribile conservatore: terrei tutto,
ma non ho una mentalità da archivista, per cui la confusione
regna sovrana e a volte perdo un sacco di tempo per trovare
quel foglio particolare che ho messo da parte in maniera particolare,
dentro un quaderno o dentro un libro, ‘così è sicuro
che non lo perdo’, ed è altrettanto sicuro che poi sarà difficile
trovarlo.

VII.e - ‘Non si può scrivere tutto in una volta’
Nel cortile sotto casa ci sono bambini che giocano a palla,
nel pomeriggio che volge a sera. Da una pila di libri spun-
ta la copertina di «EM», Euromediterraneo, la rivista della
Fondazione ‘Federico II’, emanazione dell’Assemblea Regionale
Siciliana, fino all’autunno 2001, data della sua soppressione.
Una bella rivista, di prestigio, diretta da Salvatore
Parlagreco. La copertina è una foto a colori dell’Etna, titolo
“L’inferno in casa”. Erano i giorni delle eruzioni. Dentro, tra
gli altri articoli, uno mio su “Salute e federalismo solidale”,
su un convegno di ‘VERSO SUD’, tenutosi al ‘Civico’ di Palermo
il 10 luglio del 2001. Ve l’ho risparmiato prima e ve lo
risparmio anche adesso. Ma l’occhio mi va su un altro articolo,
scritto da Alberto Di Pisa, sì, proprio lui, quello che fu
accusato di essere ‘il corvo’ del Palazzo di Giustizia di Palermo,
accusa mai provata. E Di Pisa parla di un delitto di mafia,
quello del giornalista Mauro De Mauro, misteriosamente
scomparso a Palermo il 16 settembre del 1970. Un delitto
che, a giudizio di Di Pisa, non è semplicemente di mafia, ma
da connettere alla morte di Enrico Mattei, Presidente dell’Eni,
il cui aereo personale fu sabotato e fatto precipitare
nelle campagne di Pavia, mentre Mattei tornava a Milano da
Catania (1962). Di Pisa spiega: “De Mauro muore perché si
imbatte, forse involontariamente, nell’intreccio mafia, massoneria,
politica ed alta finanza”. Meticolosa ed approfondita
la ricostruzione di Carlo Lucarelli in Blu notte, trasmissione
andata in onda il 18 settembre 2005, che parla anche di
un’altra pista connessa al tentato golpe del Principe Borghese
nel 1970. Ma Di Pisa spiega che sul delitto De Mauro è
prevalsa la ‘ragion di Stato’ e racconta della signora Elda De
Mauro che riferisce di un suo colloquio con Carlo Alberto
Dalla Chiesa: “Gli spiegai dell’Eni e del lavoro di mio marito
su Mattei. Lui disse: ‘Signora, è un delitto di Stato e io contro
lo Stato non vado’. A quel punto lo mandai fuori di casa”.
Di Pisa così conclude: “La ragion di Stato, quindi. Ecco
perché l’Italia, dalla strage di Portella della Ginestra ai giorni
nostri è un Paese senza verità”.
Ho trovato sconvolgente questa testimonianza e il virgolettato
è rigoroso. L’avevo già letto, ma ritrovarmelo tra le ma-
ni mi ha fatto comunque una certa impressione. “A maggior
ragione - penso - se viviamo in un Paese senza verità dobbiamo
fare del tutto per non perdere la memoria”. E altri giornalisti
sono caduti per mano mafiosa: Beppe Alfano, Mario
Francese, Giuseppe Fava, Giovanni Spampinato, Mauro Rostagno,
Giancarlo Siani a Napoli, che si vanno ad aggiungere
agli altri morti ammazzati dalla mafia, dalle mafie.
E intanto, nella mia famiglia estesa, anche geograficamente
parlando, alcuni nostri figli e nipoti, miei e dei miei
amici, stanno crescendo: in ordine di età, Ciro, Francesca,
Michelle, Viola, Emiliano, Flavia, le due Silvie, Chiara, Virginia,
Valerio, Valentina, Alice, Lulù, Eleonora, Martina, Matilde
e Sara. Ad essi va l’augurio di vivere in un mondo migliore
di questo che conosciamo, e che in parte è descritto in
questo libro.
Un mondo migliore fatto, talvolta, di piccole cose. Il 7
agosto sono andato a moderare un dibattito a Marano Equo,
un paesino di 900 anime in provincia di Roma. Incredibile
come Mario Innocenzi, Vice-Sindaco, sia riuscito a riempire
una sala su un tema specialistico come la “Sclerosi laterale
amiotrofica”. Ancora più incredibile la pace e la tranquillità,
la pulizia e la serenità di questi paesi della provincia romana,
o della Toscana o dell’Umbria. Così diversi da tanti paesi della
nostra amata Calabria, dove la cappa opprimente della
‘ndrangheta a volte è visibile in piazza.
Adesso devo davvero mettere un punto, anche se in questo
libro non ho parlato specificamente di tante persone, e mi
dispiace. Mi sostiene però l’insegnamento di un giornalista
del glorioso «Avanti!», Luigi Zoppo, che, quando ero alle
prime armi del mestiere, mi diceva: “Ricordati, non si può
scrivere tutto in una volta”.
Roma, 21 agosto 2005